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Full text of "Bollettino della Società dei naturalisti in Napoli"

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BOLLETTINO 


DELLA 


SOCIETÀ  DI  NATURALIST 


riv  Bjr.A.i*orvi 


VOLUME  XXVI   (SERIE   II,   VOL.  VI) 

1913 


Ooia.    S    ta-vole 


(Pubblicato  il  2R  febbraio  1914) 


NAPOLI 

R.    STABILIMKNTO   TIPOGRAFICO   KHANCKSCO  GIANNINI   &   FIGLI 

Cisterna  dell'  Olio 

1914 


Bollettino  della  Società  di  Naturalisti  in  Napoli 


ATTI 

EMORIE    E    NOTE) 


La  differenziazione  dell'area  cutanea 

dell'arto  anteriore  degli  Anuri 

nell'interno  della  cavità   peribranchiale. 


Nota  preliminare 

del 

socio  Paolo  Della  Valle 


(Tornata  del  17  aprile  1913) 

Ricliiamo  V  attenzione  su  di  una  interessante  pareicolarità 
dello  sviluppo  degli  Anuri,  che,  nonostante  la  sua  evidenza,  è 
sfuggita  quasi  completamente  ai  numerosi  embriologi  che  si  sono 
occupati  dell'argomento.  Nella  bibliografia  non  vi  sono  infatti 
che  due  fugaci  accenni  di  Dugès  ('34  p.  112  nota)  e  di  Jordan 
('88  p.  38,  41,  47)  sui  caratteri  della  cute  dell'arto  anteriore  degli 
Anuri  durante  lo  sviluppo,  senza  che  nemmeno  essi  abbiano  ri- 
conosciuto il  lato  importante  del  fenomeno. 

Come  è  noto,  nello  sviluppo  degli  Anuri,  per  un  complesso 
di  fattori  morfogenetici,  che  saranno  da  me  analizzati  tra  poco 
in  uno  speciale  lavoro,  la  regione  branchiomerica  postioidea  ed 
una  certa  estensione  della  regione  ventrale  del  tronco  posta  su- 
bito caudalmente  ad  ^  essa,  vengono  a  formare  le  pareti  della  ca- 
vità^ peribranchiale.  È  noto  pure  che  in  tale  modo  viene  isolata 
dall'esterno  anche  la  regione  donde  più  tardi  sorge  l'arto  ante- 
riore, cosi  che  questo  non  si  sviluppa  all'esterno  come  il  poste- 
riore ,  ma  nell'interno  della  cavità  peribranchiale.  Nella  meta- 
morfosi terminale  esso,  perforando  le  pareti  della  cavità  in  cui  è 
contenuto,  si  estrinseca  all'esterno. 

Ora,  come  si  sa,  1'  epitelio  che  tappezza  la  cavità  peribran- 
chiale, non  solo  non  si  differenzia  come  il  resto  della  cute  che 
rimane  all'esterno,  ma  si  trasforma  in  una  membrana  sottilis- 
sima e  trasparente.  Si  potrebbe  quindi  supporre  che  questo  fosse 


_  4  — 

effetto  delle  condizioni  speciali  in  cui  questo  epitelio  viene  a 
trovarsi,  come  p.  es.  mancanza  di  stimoli  esterni  diretti,  conti- 
nua circolazione  di  acqua  che  la  traversa  dalh*  fessuro  branchiali 

allo  spiracolo,  etc. 

Ma  d'altra  parto  è  fatto  di  osservazione  ovvia  che  gli  arti 
anteriori,  allorché  escono  all'esterno  sono  ricoperti  da  una  cute 
quasi  assolutamente  identica  a  quella  che  riveste  gli  altri  punti 
del  corpo,  che  sono  rimasti  all'esterno.  Si  deve  quindi  conchm- 
dere  già  da  questo  che  una  differenziazione  della  cute,  identica 
a  quella  avvenuta  all'esterno,  deve  essere  avvenuta  anche  all'in- 
terno della  cavità  peribranchiale. 

Ora  r  interessante  fenomeno,  di  cui  può  convincersi  chiunque 
aprendo  la  cavità  peribranchiale  di  un  girino  di  Rospo  alquanto 
avanzato  ,  è  che  la  regione  dell'  arto  è  ricoperta  da  una  cute 
completamente  diversa  da  quella  che  tappezza  il  resto  della  ca- 
vità peribranchiale  e  quasi  esattamente  identica  a  quella  ester- 
na '),  già  da  molto  tempo  prima  della  fuoriuscita  degli  arti  dalla 
cavità  stessa.  Ciò  che  è'più  interessante  è  che,  negli  stadii  avan- 
zati tali  regioni  sono  reciprocamente  delimitate  in  modo  netto, 
e  per  di  più  la  zona  differenziata  in  modo  «  esterno  »  è  pro- 
prio quella ,  e  solo  quella  ,  che  nella  metamorfosi  terminale  di- 
verrà e  resterà  esterna  ^). 

Questo  fenomeno  si  collega  strettamente  con  ciò  che  ha 
osservato  Tornier  ('10)  per  il  comportamento  delle  «  aree  evo- 
lutive .  della  cute  di  varie  regioni  del  corpo  (fra  cui  anche  di 
quella  degli  arti  anteriori)  nella  metamorfosi  di  Xenopus,  anuro 
in  cui  gli  arti  si  sviluppano  all'esterno  della  cavità  peribran- 
chiale. Anzi  che  per  sterili  discussioni  arbitrarie  sulla  possibile 
origine  filogenetica  dell'inclusione  larvale  degli  arti  nella  massima 
parte  degli  Anuri  (Braus  '06) ,  o  per  illusorie  considerazioni  fi- 
nalistiche ,  questo  fenomeno  ha  valore  come  nuova  prova  della 
scarsissima  importanza  dei  fattori  esterni  rispetto  ai  fattori  in- 
terni nel  determinismo  della  differenziazione  dei  tessuti  anche  ad 
un'epoca  avanzata  dello  sviluppo. 


1)  Durante  il  primo  periodo  della  formazione  dell'arto  anteriore,  come 
ha  Giustamente  notato  Dugks.  esso  è  ricoperto  da  cute  non  pigmentata,  men- 
tre l'arto  posteriore  ha  pelle  pigmentata  come  il  resto  della  superficie  esterna 

del  corpo.  . 

2)  Ulteriori    notizie  anatomiche  e  le  figure  relative   saranno  date  in    un 

futuro  lavoro. 


—  o 


BIBLIOGRAFIA 

1906.  Brau.s,  H.—  Vonìere  Extremitnt    uml  Opercnlum    bei  Bombinafcor 

(arvcn:  Morph.  Jahrb.  85  Bel.  p.  509-590,  6  %.  Taf.   15-17. 
1834.  Du(!Ks,   A.  —  B.c<herclie,s-  sur  l'osteologie  el  la  myologie  des  Batra- 

eicns  à  lears  dìjférens  àgc.r.  Paris,    Bailliére,  216,  pag.   20  PJc. 
1888.  Jordan,  P.  —  Die  Eutwickelimg    der  vorderen    ExtremitiU    der  A- 

uuren  Batrachier:  Inaug.  Diss.  Leipzig.  56  pag.  2  Taf. 
19 10.  ToRNiEK,  G.--Die  Mosaikcntwickelung   der  Froschlarveu  bèi  ilirer 

Eìidninwandlung :  Arch.    Entw.    Mech.    30  Bd.  2  Tlieil    p    497 

515,  10  Fig. 


Le  Pomacee  che  si  coltivavano  a  Napoli 
nel  XVI  secolo. 


Noterelle  storiche 

del 

socio  Michele  Geremicca 


(Tornata  del  1"  giugno  1913) 

È  da  alcuni  anni  die  sto  intorno  ad  un  mio  lavoro  su  le 
piante  coltivate  a  Napoli  nel  secolo  XVI,  e  di  esso  ho  dato  già 
un  saggio,  pubblicandone,  or  non  è  molto,  il  capitolo  riguardante 
gli  agrumi  ^).  Credo  intanto  opportuno  ,  nella  impossibilità  di 
esaurire  per  adesso  quel  mio  studio,  metter  fuori  qualche  altro 
capitolo  dell'  opera,  e  scelgo  quello  che  tratta  delle  Pomacee. 

La  fonte  principale  di  queste  mie  ricerche  è  l'opera  di  G.  B. 
Della  Porta  dei  «  dodici  libri  della  Villa  »  ,  nella  quale  %  af- 


1)  Geremicca,  M.  -  Note  storiche  sugli  agrumi  che  si  coltivavano  a  Napoli 
nei  secoli  XVI  e  XVII:  Bull.  Orto  Bot.  E.  Univ.  Napoli,  Tomo  3,  Napoli, 
1913,  pp.  313-242. 

2)  Villae  I  Jo.  Baptistae  |  Portae,  Neapo-  |  litani,  |  Libri  XII:  |  1,  Doraus. 
2  Sylva  caedua.  3,  Sylva  glandaria.  4,  Oultus  et  insitio.  6,  Pomarium.  6,  Oli- 
v'etum.  7,  Vinea.  8,  Arbustum.  9,  Hortus  coronarius.  10,  Hortus  olitonus.  11, 
Seges.  12,  Pratum.  |  In  quibus  maiori  ex  parte,  cum  verus  plantarum  cultus, 
certaque  insitionis  ars,  et  prioribus  seculis  non  visos  producendi  fractus  via 
monstrantur;  tum  ad  frugum,  vini  ac  fractuum  multiplicationem  experimenta 
propemodum    infinita    exhibentur.  1  Adiecto   Inventario    quamcopiosissimo.  | 
Francofurti  MDXCII.  Apud  Andreae  Wecheli   heredes  ,  Claudium  Marnium, 
et  Joannem  Aubrium.  Cum  S.  Caesareae  Maiestatis  privilegio.  In  4°  picc.  di 
pp.  914  oltre  l'indice  non  numerato  [pp.  48]  e  front,  e  prefaz.  [pp  8].— Di  que- 
st'opera vi  è  il  libro  V  stampato  a  p.irte  precedentemente   a  Napoli  ,  col  ti- 
tolo :  Jo.   Baptistao  j  Portae    Neapolitani  |  suae  villae  |  Pomarium.  |  Expecta 
propediein  cai.dide  lector  reliquos  nostrae  Villae  libros....  Neapoli,  apud  Ho- 
ratium  Salvlanuui  et  Caesarem  Caesaris,  MDLXXXin.  In  4°  picc.  di  pp.  323 
[La  numerazione,  per  errore  tipografico,  salta  da  p.  56  a  p.  67,  e  perciò  ef- 
fettivamente sono  pp.  313.  È  tutto  impresso  in  corsive]. 


—  7  — 

fogate  in  una  erudizione  farraginosa,  costituita  in  massima  parte 
dalla  dottrina  degli  antichi  geoponici  ,  si  trovano  qua  e  là  nu- 
merose notizie  del  tempo,  ed  osservazioni  talvolta  originali,  che 
hanno  un  valore  grandissimo  per  chi  voglia  rintracciare  qualche 
documento  sul  numero  e  sulla  qualità  delle  piante  coltivate  nel- 
l'agro napoletano  intorno  al  secolo  XVI.  E  dispiacevole  solo  che 
il  Della  Porta  sia  stato  troppo  avaro  nella  indicazione  dei  carat- 
teri morfologici  delle  varietà, — che  egli  chiama  generi^ — la  qual 
cosa  rende  molto  difficile,  ed  in  più  casi  addirittura  impossibile, 
la  identificazione  di  esse  con  le  varietà  odierne:  senza  di  che 
riescono  di  poco  valore  le  deduzioni  che  avviene  di  trarre  dal 
confronto  tra  le  varietà  coltivate  presso  di  noi  in  quel  tempo  e 
le  varietà  coltivate  oggidì. 

Le  varietà  di  Pomacee  coltivate  ai  tempi  di  G.  B.  Della 
Porta  nel  territorio  napoletano,  —  cioè,  Napoli  e  suoi  borghi  e 
casali,  plaga  vesuviana,  penisola  sorrentina,  Pozzuoli  ed  isole, — 
si  riferivano  a  sei  specie,  cioè  :  cotogno ,  melo,  pero,  sorbo,  ne- 
spolo e  lazzerolo. 


1.  —  Il  Cotogno. 

Il  cotogno  {Cydonia  vulgaris  Pers.)  era  rappresentato  da  tre 
varietà  *),  cioè  : 

1.  Il  melocotogno  ,  che  il  Della  Porta,  seguendo  Columella, 
chiama  chrysomelianum^  dai  frutti  dorati,  somiglianti  per  la  forma 
ad  una  mela. 

2.  Il  perocotogtio  grande ,  corrispondente  al  musteum  di  Co- 
lumella e  di  G.  B.  Della  Porta. 

3.  Il  jperocotogno  'piccolo  ,  detto  dagli  autori  suindicati  stru- 
theum. 

Queste  due  varietà  dal  frutto  piriforme  erano  le  più  pre- 
giate. Il  perocotogno  grande,  odorosissimo,  maturante  prima  del- 
l'altro, meno  tomentoso  del  melocotogno,  era  tenuto  in  gran  conto 
fin  dai  tempi  di  Plinio,  il  quale  lo  diceva  «  neapolitanis  suus 
honor  ».  Esso  raggiungeva  grandi  dimensioni,  e  nei  frutteti  del 
Vesuvio,  e  specialmente  in  quelli  di  Ottaiano — «  Octavianus  pa- 
gus  », — ne  venivano  del  peso  di  tre  libbre  e  grossi  quasi  quanto 
una  testa  di  fanciullo.  Anche  oggi  nella  plaga  vesuviana  matura 


')  Della  Porta,  G.  B.~loco  cit.  p.  271. 


—  8  — 
questa   pregevole    varietà  di  cotogno  ,    che   ivi   chiamano   cocoz- 

zara  *). 

Non  era  tenuto  in  minor  conto  il  perocotogno  piccolo^  meno 
grosso  del  precedente,  ma  molto  più  udoroso,  e  che  ancora  oggi 
si  coltiva  nei  comuni  vesuviani  sotto  il  nome  di  cotogìia  mosca- 
rella,  che  ricorda  appunto  il  suo  aroma  ''>. 

Oltre  ai  cotogni  dei  fruiteti  del  Vesuvio  ,  orano  molto  ap- 
prezzati quelli  della  costa  di  Sorrento  ,  dove  venivano  coltivati 
nelle  vigne,  e  quando  si  propagginava  la  vite  si  piantava  nello 
stesso  fosso  un  ramo  di  cotogno,  che  poi,  messe  le  radici,  tra- 
piantavasi  ^). 

G.  B.  Della  Porta  ricorda  anche  la  buona  riuscita  dell'in- 
nesto del  pero  sul  cotogno.  Egli  dice:  «  Pyra  superba,  quae  vulgo 
Moscarelle  dicuntur,  inseruntur  in  cotoneam,  et  optima  poma  pro- 
vcniunt ,  omnisque  generis  pyra ,  colore  ,  odore  et  magnitudine 


iusignia  »  ^ 


Anche  il  nespolo   veniva  innestato  sul  cotogno  °). 


2.  —  Il  Melo. 

Il  Della  Porta  ci  dà  notizia  di  ben  venti  varietà  di  mele 
(Pyrus  Malus  L.)  che  si  coltivavano  presso  di  noi,  specialmente  ne- 
gl'  importanti,  allora  come  oggi,  meleti  vesuviani  di  Somma  e  di 
Ottaiano.  Egli  le  distribuisce  in  tre  categorie,  secondo  il  tempo 
di  loro  maturazione:  praecocia,  tempestiva  e  serotina.  Cercherò  di 
attenermi  per  quanto  è  possibile  a  questa  ripartizione. 

1.  La  mela  di  paglia  ,  leggerissima  ,  turbinata  ,  insipida,  ed 
avente  l'unico  pregio  di  maturare  prima  delle  altre*'),  anche 
oggi  esiste,  ma  alquanto  alterata.  Essa  corrisponde  a  quella  de- 
nominata milo  stoppa  o  capa  de  ciuccio,  che  matura  appunto  in^ 
giugno  e  luglio,  ed  i  cui  caratteri,    segnati  dal  Gtasparrini  ''),   s 


1)  Sav ASTANO,  L.  — La  coltivazione  delle  Pomaccee  Drupacee  nel  Napoletano: 
Atti  R.  Istit.  Incoragg.  Napoli  (4)  Voi.  9,  p.  81. 

2)  Savastano,  Ij.— loco  cit.  p.  81 

3)  Della  Pokta,  G.  B.—loco  cit.  p.  272. 

4)  Della  Porta,  G.  B.—loco  cit.  p.  273. 

5)  Della  Porta,  G.  B.—loco  cit.  p.  273. 

6)  Della  Porta,  G.  B.—loco  cit.  p.  277. 

7)  Gasparrini,  G.— Notizie  sugli  alberi  fruttiferi  della  provincia  di  Napoli 
Annali  scientifici,  Napoli,  1864. 

GussoNE,  G.—Enumeratio  jylantarum  vascularium  in  Insula  Inarinie  sponte 


—  9  — 

assomigliano  abbastanza  a  qutjlli  ripuitati  dal  Dp:lla  Porta.  In- 
fatti, questi  dice:  «  ...pendere  levissimo,  Ibijna  turbinata,  carne 
alba,  gustu  insipido...  »;  ed  il  Gasparrini;  «  ..  pomo  magno  (3-4 
poli,  alto),  globoso-oblongo,  odoro,  epidermide,  undi([iie  virente, 
pulpa  sub-dulci,  parum  sapida,  dura...  » 

2.  La  mela  appiana,  detta  cosi  pi;!  suo  odore  s  )Uiig!ianLe  a 
quello  della  mela  appia,  era  più  grande  di  «piesta,  spiccatamente 
rotonda,  bianco-gialliccia,  di  sapor  dolce  acidetto,  e  teucvasi  in 
gran  pregio,  anche  perchè  si  poteva  conservare  per  lungo  tempo  ^). 

Dal  Catalogo  descrittivo  del  Gasparrini  non  risulta  che  questa 
varietà  esista  oggi  nella  Provincia  di  Napoli.  Si  trova  ,  è  vero, 
una  mela  lappiola  grande  o  lappione  (che  è  il  P.  Malus  levis^  h. 
major,  Gasp.),  ma  i  suoi  caratteri  non  concordano,  anche  a  farvi 
una  larga  tara,  con  quelli  segnati  dal  Della  Porta:  basterebbe 
per  tutti  la  forma,  che  nella  varietà  del  Della  Porta  «  est  ro- 
tunditate  insignis  »  ed  in  quella  del  Gtasparbini  è  «  ovato-ob- 
longa  ».  La  varietà,  però,  non  è  perduta:  essa,  se  non  esiste  più 
nella  nostra  provincia,  come  si  rileva  dal  Gasparrini  pel  1854  e 
dal  Savastano  pel  1911,  si  trova  tuttora  nell'A-vellinese,  come  ri- 
sulta dal  Catalogo  descrittivo  del  Flores  -),  avendo  conservato 
l'antico  nome  inalterato  ed  abbastanza  bene  i  caratteri  che  pre- 
sentava oltre  tre  secoli  dietro.  In  quel  d'Avellino  questa  mela  si 
chiama  lappione  di  Spagna,  il  qual  nome  ci  fa  intendere  che  essa 
fu  introdotta  in  Napoli  forse  dalla  Spagna  ^),  quando  sotto  il  go- 
verno dei  viceré  spagnuoli  molte  piante  ci  furono  importate  di  colà. 
Nell'Avellinese  passò  senza  dubbio  da  Napoli,  dove  o  si  estinse 
o  si  trasformò.  Il  Flores  cosi  la  descrive  :  «  Frutto  grosso  tondeg- 
giante irregolare;  hnccia  a  fondo  giallo  coperta  in  gran  parte  di 
rosso  più  o  meno  denso  ,  con  spennellature  più  intense  ,  liscia, 
a  punteggiature  bianche  appariscenti  sul  roseo  intenso  ;  polpa  al- 
quanto compatta,  non  molto  acquosa,  leggermente  stopposa,  dolce, 
aciduletta .  ma  abbastanza  gradevole.  Si  raccoglie  in  settembre. 
Serhevole  ».  I  caratteri  che  in  questa  descrizione  molto  minuziosa 


provenentium   vel    oeconomico    xisu   passim    cultarum  :    Neapoli ,    MDCCCLIV, 
p.  125. 

')  Della  Poeta  G.,  ìi.  —  loco  eli.  p.  277. 

2)  Florks,  VmcEKzo  —  Studi  sulla  poinona  avellinese — Mele  e  pere  :  Boll. 
Comizio  ajrario  Avellinese,  1888. 

3)  È  da  por  inente  però  che  non  sempre  la  indicazione  di  Spagna,  spa- 
gnuola,  di  Calalojna,  e  simili,  denota  veramente  la  provenienza  delle  piante 
dalla  Spagna,  ma  piuttosto  vale  a  significare  qualità  peregrine,  come  quelle  di 
tante  specie  esotiche'  introdotte  in  Europa  dagli  spagnuoli. 


—  10  — 

corrispondono  a  quelli  indicati  nella  frase  sintetica  del  Della 
Porta  li  ho  segnati  in  corsivo;  gli  altri  in  quella  frase  non  si  trovano, 
e  di  essi  uno  solo,  quello  del  colore  rosso  di  cui  è  soffuso  il  fondo 
giallo  della  buccia,  ha  una  vera  importanza,  e  non  si  può,  —  come 
pel  resto  dei  caratteri  non  riscontrabili  nella  frase  del  Della 
Porta,  —  spiegarne  la  mancanza  con  la  consueta  soverchia  ava- 
rizia descrittiva  dell'autore  della  Villa.  Non  potendo  mettere  in 
dubbio  l'esattezza  dello  scrittore,  e  non  potendo  disconoscere  l'e- 
satta corrispondenza  degli  altri  caratteri,  bisogna  piuttosto  pensa- 
re ad  una  modificazione  del  colore  avveratasi  durante  la  lunga  serie 
degli  anni,  e  per  opera  forse  delle  mutate  condizioni  di  clima 
e  di  suolo. 

3.  La  7ìiela  òrcola  di  Pozzuoli,  tutta  rossa  e  soffusa  di  san- 
guigno, neir  estrema  maturità  nereggiante  come  mora,  donde  il 
suo  nome  ,  e  pregiata  pel  sapore  dolce ,  maturava  in  agosto  ^)  ; 
ma  essa  non  è  la  mela  agostegna  odierna,  che  presenta  invece  co- 
lore giallo-carnicino.  Se  non  si  opponesse  il  fatto  della  matura- 
zione primaticcia ,  direi  senza  alcun  dubbio  che  si  tratta  dell'o- 
dierna mela  aitnarco,  la  quale  non  si  trova  descritta  dal  Della 
Porta.  A  me  pare,  infatti,  che  l'unica,  fra  le  tante  da  quest'au- 
tore descritte,  che  si  avvicini  pei  caratteri  e  pel  nome  all'  an- 
niirca  sia  proprio  questo  milo  orcolo:  almeno  per  quanto  si  può 
argomentare  dalla  incompleta  frase  descrittiva,  che  e^ui  riporto, 
e  alla  quale  fo  seguire  quella  del  Gasparrini  sulla  mela  annurco. 
Il  Della  Porta  scrive  della  mela  orcola:  «  ...  corticc  toto  ru- 
bro, ut  cruore  perfusa  videantur,  sapore  dulci,  in  extrema  ma- 
turitate  ut  mora  nigrescunt...  » 

Il  Gasparrini  sotto  il  nome  di  P.  Malus  deliciosa  dice:  «  Pomo 
ovato  vel  subrotundo,  levi,  rubro-carneo  ;  pulpa  inodora,  tenera, 
succosa,  sapida  ». 

Ma  forse  la  frase  del  Della  Pokta  trova  più  esatto  riscontro 
in  quella  del  Flores  2),  il  quale  dice,  descrivendo  Vannurca  del- 
l'Avellinese: «  ....buccia  rosea  o  rosso-sanguigna;  talvolta  uni- 
forme con  pennellature  di  color  più  intenso  »  ;  parole  queste  che 
sembrano  la  traduzione  di  corlice  toto  nibro^  ut  cruore  perfusa.... 
in  extrema  maturltaie  ut  mora  nigrescaut.  Ed  anche  il  Sava- 
STANo  ^)  la  dice  a  buccia  rosseggiante  con  spennellature  più  rosse. 


')  Della  Poeta,  G.  B. — loco  cit.  p.  277. 

2)  Flores,  N  .—loco  cit. 

3)  Savastano,  Ij.— loco  cit.  p.  63. 


—  11  — 

Il  Flores  poi  dice  che  lui  la  polpa  «  dolco  »,  afifermazione  che 
corrispondo  al   «  sapore  dulci  »  del  Della  Porta. 

E,  d'altra  parto,  il  vocabolo  cumurco  degli  odierni  cataloghi 
descrittivi  si  vede  che  è  un  raffazzonamento  della  parola  dialet- 
tale 'nnurco^  che  a  me  pare  molto  vicina  alla  espressione  milo 
òrcolo  o  milo  iircolo. 

In  quanto  all'epoca  della  maturazione  è  da  considerare  che 
il  Della  Porta  dice  cosi:  «  Maturescunt  augusto  uiala,  quae  ad 
uos  Puteolis  asportantur  ^)  ».  E  nel  Catalogo  del  R.  Orto  bota- 
nico di  Napoli  del  Pasquale  ^}  trovo  elencato  un  P.  Malus  Jan- 
unico  o  mirco  maturante  appunto  in  agosto,  con  una  sottovarietà 
tardiva,  che  matura  in  ottobre.  Ma,  indipendentemente  da  ciò, 
è  ben  noto  che  l'agro  puteolano  ha  sempre  avuto  il  primato  nella 
precocità  delle  sue  produzioni. 

Oggi  l'annurco  si  raccoglie  in  settembre,  e  potrebbe  essere 
anche  un  effetto  questo  delle  modificazioni  che  col  tempo  la 
varietà  originaria  ha  subito,  come  anche  rispetto  ad  altri  caratteri, 
che  l'hanno  ormai  resa  la  più  importante  nella  nostra  Provincia 
per  bontà,  diffusione  e  commerciabilità  ^). 

4.  Dice  il  Della  Porta  :  «  Vi  sono  presso  di  noi  due  mele 
uguali  per  grandezza  e  per  colore,  ed  ugualmente  pregiate,  una 
delle  quali  ha  odore  di  cotogno  e  l'altra  no.  Questa  seconda,  che 
è  inodora,  il  volgo  la  chiama  mela  rosa:  è  suffusa  di  roseo,  te- 
nerissima, di  sapore  non  disprezzabile,  di  media  grandezza,  da 
competere  nel  primato  con  le  altre  »  "*).  A  me  pare  che  essa  cor- 
risponda alla  odierna  mela  rosa  bastarda  descritta  dal  Flores,  il 
quale  la  dice  a  «  buccia  giallastra,  a  faccia  rosea  o  rosso-ciliegia, 
polpa  tenera,  farinosa,  dolce,  aciduletta,  leggermente  profumata, 
gradevole  »  ^).  Manca  però  nel  Catalogo  del  Gasparrini. 

5.  L'autore  della  <  Villa  »  seguita  cosi:  «  L'altra  anche  chia- 
mata mela  rosa  presso  di  noi,  niente  diversa  dalla  prima  per  la 
forma,  ha  un  odore  cosi  fragrante,  che,  nel  mangiarla,  riempie 
le  fauci  ed  il  palato  di  un  soave  profumo  di  rosa,  da  non  es- 
servi l'uguale,  ed  è  perciò  senza  dubbio  che  si  dice  mela  rosa; 
essa  si  conserva  fino  alla  nuova  raccolta  »  •"). 


1)  Della  Porta,  G.  B.—loco  cit.  p.  277. 

2)  Pasquale,  G.  A.  —  Catalof/o  del  Beai    Orto   Botanico  di    Napoli,  Napoli, 
1867,  p.  87. 

3)  Savastano,  1j.— loco  cit.  p.  63-64. 

4)  Della  Pokta  G.  B.— Zoco  cit.  p.   278. 

5)  Savastano,  Ti.—loc.  cit.  p.  66. 

6)  Della  Porta,  G.  B.-loco  cit.  p.  278. 


—  12  — 

Anello  oggi  vi  è  una  mela  rosa  vera,  che  dalla  varietà  pre- 
cedente differisce  pochissimo  per  la  forma ,  niente  pel  colore, 
molto  per  l'odoro,  essendo  soavemente  profumata  ;  però  anche 
questa,  come  la  ini'la  rana  bastarda,  manca  nell'Elenco  del  Ga- 
sPARiUNi,  o  trovasi  invece  registrata  con  pochissimo  difforenze 
dal  Fj.ojiks  tra  le  varietà  doll'AvoUineso,  dal  Savastano  tra  quelle 
di  Scorni  in  Abruzzo,  e  dal  JannkliìI  por  la  provincia  di  Cam- 
pobasso ^). 

Tutte  queste  mele  rose  convengono  nell'avere  la  buccia  più 
o  meno  gialliccia,  con  faccia  rosso-ciliogia  o  rosso- sanguigno, 
polpa  b  anca,  tenera,  di  grana  piìi  o  meno  fina,  dolco,  succosa, 
inofumata.  Si  tratta,  senza  dubbio,  di  varietà  molto  affini  tra 
loro  ed  a  quella  descritta  dal  Della  Po  ut  a,  discose  forse  da  una 
stessa  forma,  che  poco  si  è  modificata  rispetto  al  tempo  e  alle 
condizioni  locali. 

6.  G.  B.  Della  Porta  distingue  tre  varietà  di  mele  appie^  tutte 
caratterizzate  dal  loro  odore  cotognino:  la  rossa,  la  comune  e 
la  bruna.  Cosi  dice  della  prima  :  «  Una  varietà  che  ha  l'odore  di 
cotogna  e  matura  in  agosto,  di  color  rosso,  tenera,  rotonda,  della 
stessa  grandezza  della  mela  rosa  ora  indicata  (cioè  la  vera) ,  è 
chiamata  a  Napoli  mela  appia  rossa,  perchè  ha  l'odore  della  nostra 
comune  mela  appia  ^).  » 

A  quale  delle  odierne  varietà  corrisponde?  La  risposta  non 
è  facile. 

Nel  Catalogo  del  Gasparrini  vi  sono  due  mele  lappiole,  una 
grande  ed  una  piccola,  ma  non  sono  rosse.  Invece  il  Florer  re- 
gistra fra  le  varietà  dell'Avellinese  una  mela  appia  rossa,  che,  se 
non  fosse  di  tarda  maturazione,  e  se,  più  ancora,  non  si  oppo- 
nesse la  forma,  che  è  «  a  cono  tronco,  alto,  leggermente  rigon- 
fiato »,  potrebbe  senza  dubbio  ritenersi  per  quella  descritta  nella 
«  Villa  ».  Il  colore,  infatti,  e  gli  altri  caratteri  non  contradicono, 
essendo  essa  a  buccia  liscia  a  fondo  giallo,  coperta  di  roseo  intenso 
uniforme  a  tratti  più  intensi,  .  .  .  polpa  tenera,  bianco  gialliccia, 
farinosa,  succosa,  molto  dolce,  profumata  e  gradevolissima  ^). 

Anche  la  nielu  lappinola  rossa  dello  stesso  Catalogo  del  Flores 
potrebbe  a  prima  vista  avvicinarsi  alla  varietà  esaminata,  per- 
chè collima    quasi   interamente    con  la    descrizione  ora    riportata 


')  Savastano,  \j.—loco  cit.  p.  69. 

2)  Della  Porta,  G.  B.~loco  cit.  p.  278. 

3)  •'^AVASTANO,    L.  —  loco   CÌt.    p.    66. 


—   13  — 

della  mela  oppia  rossa,  ma,  non    essendo  a    polpa  tenera,    credo 
conveniente  lasciarla  da  parte. 

Un'altra  mela  appia  rossa  è  ricordata  dal  Savastano  tra  le 
mele  di  Scerni  in  Abruzzo,  a  polpa  leggermente  zuccherina,  ma 
di  essa  nulla  si  rileva  per  la  forma  e  pel  colore. 

Il  Jannelli  *)  descrive  una  mela  appia  della  provincia  di  Cam- 
pobasso, ed  anch'essa  si  avvicina  molto  a  quella  del  Della  Porta, 
essendo  «  .  .  arrotondata  alla  parte  superiore  ...  a  buccia  rosso- 
acceso  con  sfumature  biancastre  »  ;  però  egli  la  dice  di  i)olpa 
«  duretta  »,  benché  «  bianca,  succosa,  dolce  »,  ed  aggiunge  «  gra- 
dita più  per  l'aspetto  bello  e  pel  profumo,  anziché  per  bontà  ». 

Come  vedesi,  dunque,  non  riesce  possibile  una  esatta  identi- 
ficazione; e  non  saprei  dire  se  per  insufiicien/.a  della  descrizione 
antica,  o  perchè, — e  ciò  parrebbe  più  probabile, — della  originaria 
varietà  si  é  conservato  intatto  solo  il  nome,  mentre  i  caratteri 
hanno  subita  l'azione  del  tempo  e  dei  luoghi. 

7.  A  proposito  della  mela  appia  comune  il  Def.la  Porta  dice: 
«  Ritengo  certamente  che  il  nostro  volgare  melo  appio,  che  ha 
grande  affinità  col  precedente  [cioè  colla  mela  appia  rossa]  ,  sia 
il  melappio  di  Plinio;  esso  ha  il  primato  presso  di  noi,  ed  ha  un 
cosi  grato  odore  di  cotogna,  che  le  sue  cortecce  messe  nel  fuoco 
riempiono  la  casa  di  soave  profumo,  ed  ha  un  sapore  tanto  gra- 
devole da  non  potersi  desiderare  altro  di  meglio,  e  perchè  di  carne 
tenace  si  può  conservare  per  tutto  un  anno  ed  anche  per  due^ 
e  resiste  cosi  al  viaggio  da  poter  traversare  il  mare;  nella  ma- 
turità è  di  color  giallo,  e  riesce  innocua  ai  malati,  come  dice  il 
proverbio:  omne  mcdum,  malum,  pnieter  appium  mnìiim  »  ").  Tutte 
belle  notizie  queste  e  piacevoli,  ma  della  morfologia  del  frutto 
si  apprende  ben  poco,  e  però  difficile  riesce  anche  per  questa 
mela  la  identificazione  con  qualcuna  delle  odierne  varietà. 

I  caratteri  che  si  ricavano  dal  brano  surriferito  sono:  colore 
giallo  nella  maturità,  carne  consistente,  odore  soave,  sapore  gra- 
devole ;  e  con  questi  caratteri  tentiamo  la  ricerca. 

Scartiamo  dapprima  le  ónemelelappiole  del  Gaspahrini,  perchè, 
fra  l'altro,  di  «  color  bianco-carnicino  »  e  «  poco  odorose  .  ^),  e 
fermiamoci  a  tre  varietà  descritte  dal  Flores  per  l'Avellinese,  cioè 
la  lappinola  bianca,  la  appia  bianca  e  la  mela  cannella.  Queste 
tre  varietà  hanno  quasi  tutti  i  caratteri  di  comune,  cioè:  frutto 


1)  Savastano,  Jj.—Ioco  cit.   p.  69. 

2)  Della  Porta,  G.  B.—loco  cit.   p.  278. 

3)  GussoNE,  G.-loco  cit.   p.  125-126. 


—  lè- 
di media  grandezza  o  piccolo,  in  forma  di  cono  tronco  legger- 
mente rigonfio  ;  buccia  giallo-cerea,  a  faccia  rosea,  liscia;  polpa 
bianca,  tenera  ^).  E  questi  caratteri  di  comune  consiglierobbero 
già  a  ricercare  altrove,  perchè  nella  mela  appia  di  Della  Porta 
si  parla  di  buccia  gialla  e  carne  consistente  e  non  si  accenna 
per  nulla  alla  faccia  rosea.  Però,  questo  roseo  non  è  della  stessa 
intensità  nelle  tre  indicate  melo,  ma  è  leggerissimo  nella  mela 
cannella^  e  nella  lappinola  bianca  raramente  •  si  presenta  ;  ed  è 
per  ciò  che  si  può  ridurre  il  confronto  solo  a  queste  due.  Con- 
verrebbe, fra  l'una  o  l'altra,  fermarsi  alla  lappinola  bianca^  nella 
quale  il  roseo  raramente  si  trova;  ma  nella  mela  cannella  invece 
sono  cosi  salienti  i  caratteri  dell'odore  e  del  sapore,  da  farci  pas- 
sare sopra  alla  difficoltà  del  colore,  che  presenta  sul  giallo-cereo 
uniforme  una  faccia  leggermente  rosea.  Ha  questa  mela  una 
€  polpa  bianca,  tenera,  farinosa,  succosa,  dolce,  profumata,  gra- 
devolissima »  2)  :  un  insieme,  cioè,  di  caratteri,  che  ben  si 
veggono  riassunti  nella  frase  di  Della  Porta,  «  sapore  tam  grato, 
ut  nihil  gratius  exoptetur  ».  Con  ciò  non  voglio  intendere  che 
la  ìnela  cannella  sia  proprio  la  mela  appia  di  Della  Porta,  ma 
che,  fra  le  altre,  più  le  si  avvicina  e  però  potrebbe  esserne  de- 
rivata. 

8.  Alla  terza  varietà  di  mele  appiè  il  Della  Porta  non  dà 
nessun  nome  distintivo ,  ma  dice  semplicemente  che  è  di  co- 
lore scuro  —  «  colore  nigro  »  — ^  della  forma  del  nostro  comune 
melopero,  affine  ai  melappii  e  con  1'  odore  di  cotogno  ^).  Man- 
cando il  nome  ed  essendo  indeterminato  il  colore,  la  ricerca  tra 
le  odierne  varietà  sarebbe  quasi  impossibile,  se  non  sapessimo 
che  aveva  la  forma  della  melopera^  cioè  ovata;  e  per  tal  via  ap- 
prendiamo indirettamente  anche  il  significato  che  bisogna  dare 
al  «  colore  nigro  >,  perchè  sappiamo  che  la  melopera  ha  colore 
grigio  scuro.  L'unica  varietà  odierna  che  potrebbe  in  certo  modo 
avvicinarsele  è  la  mela  cotugno  dell'Avellinese,  non  solo  per  la 
forma,  ma  pel  colore  ancora,  che  è  più  o  meno  rugginoso  ;  ma 
è  mediocre  nel  sapore  e  nel  profumo  *). 

9.  Ecco  come  il  Della  Porta  descrive  la  mela  8.  Pietro:  «  La 
mela  che  matura  verso  la  fine  di  giugno  intorno  alla  festa  di  S.Pie- 
tro, e  però  detta  volgarmente  mela  di  8.  Pietro^  supera  in  grandezza 


^)  Savastano,  Ij.— loco  cit.  p.  67. 

2)  Savastano,  IL.  — loco  cit.  p.  67. 

3)  Dki,la  Porta,  Gr.  B.—loco  cit.  p.  278. 
*)  Savastano,  L. — loco  cit.  p.  66. 


—  15  — 

tutte  le  altre,  e  sulla  parte  dalla  quale  usciva  il  fiore  ha  una  spor- 
genza, e  dalla  parte  dove  è  inserito  il  ramo  è  più  rotondeggiante, 
e  da  quivi  si  allunga  verso  l'estremo  capezzoluto,  da  somigliare 
moltissimo  ad  una  mammella,  perciò  ritengo  che  essa  sia  la  mela 
ortomastica  di  Plinio.  La  sua  carne  è  friabile  e  tenera,  onde,  but- 
tata giù  dal  vento,  appena  batte  in  terra  si  fa  in  pezzi  ;  è  di 
color  rosso  ;  ha  una  certa  piacevole  acidità,  ed  è  così  tenera  nel 
mangiarla,  che  i  pezzi  appena  in  bocca  si  liquefanno  ;  e  non  si 
può  conservare  a  lungo,  nemmeno  fino  al  termine  dell'estate  ^).  > 

A  questa  varietà  corrisponde  abbastanza  quella  che  anche 
oggi  va  sotto  lo  stesso  nome  e  che  nel  Catalogo  del  Gasparrini, 
che  la  chiama  P.  Maliis  solstitialis,  si  trova  definita  con  la  se- 
guente frase:  «  Pomo  magno  (diam.  2-J:-pollicari)  subgloboso;  sub- 
depresso, odoro  ;  epidermide  albida,  altero  latere  carnea  ;  pulpa 
sapida,  tenera  ;  maturescit  Junio- Julio  » .  ^)  Dalle  quali  parole, 
come  vedesi ,  sorge  il  dubbio,  pel  carattere  della  forma  e  del 
colore.  Né  questo  dubbio  viene  rimosso  dalla  frase  descrittiva 
modificata  dal  Savastano,  il  quale  ^)  dice  cosi:  >*  Frutto  grande, 
globoso,  oblungo  [e  questa  è  proprio  la  forma  descritta  dal  Della 
Porta],  odoroso  ;  buccia  verdina  [e  qui  la  nota  del  colore  si  al- 
lontana anche  di  più];  polpa  alquanto  dolce,  poco  gustosa  e  dura 
[e  questa  nota  è  in  antitesi  con  quella  della  descrizione  di  Della 
Porta]  ;  matura  tra  giugno  e  luglio  » . 

Tra  le  varietà  della  provincia  di  Avellino  ne  trovo  una  *) 
che  porta  il  nome  di  mela  S.  Pietro  o  favorita,  i  cui  caratteri  si 
avvicinano  a  quelli  della  mela  8.  Pietro  del  cinquecento.  Eccone 
la  descrizione:  «  Frutto  medio,  tondeggiante,  acuminato  in  basso 
[cioè  al  polo  opposto  al  peduncolo]  e  alquanto  depresso  ;  buccia 
gialliccia,  coperta  di  roseo  più  o  meno  intenso  ed  esteso....  polpa 
gialliccia,  tenera,  succosa,  dolce  agresto,  leggermente  profumata, 
gradevole.  Si  raccoglie  in  settembre  ». 

In  questa  descrizione  a  me  pare  che  si  guadagni  per  la  forma, 
pel  colore  e  per  le  note  della  gustosità  della  polpa,  si  perda  in- 
vece per  quanto  riguarda  la  dimensione  e  l'epoca  della  matura- 
zione. Ma  queste  due  deficienze  si  possono  ascrivere  all'  azione 
del  clima  e  del  suolo.  E  resterebbe  cosi  giustificato  anche  il  nome 
che  porta  e  che  adesso  è  un  vero  anacronismo. 


i;  Della  Porta,  G.  B.—loco  cit.  p.  278-279. 
2)  GussoNE,  G. — loco  cit.  p.  125. 
8)  Savastano,  L. — loco  cit.  p.  63. 
*)  Savastano,  L. — loco  cit.  p.  66. 


-  If)  — 

10.  Il  milo  oltramontano  o  di  Cerrito  apparteneva  alle  va- 
rietà vernine.  «  Frutto  grande  »  —  dice  il  Della  Porta  ^)  —  e  a 
cartilagine  dura,  pendente  dall'albero  fino  all'inverno,  e  che  si 
conserva  senza  speciale  cura  fino  alla  successiva  raccolta  ,  e  si 
tiene  in  gran  pregio  appunto  perchè  si  conserva  più  delle  altre  >. 
Nulla  ci  dice  però  del  colore  e  dei  caratteri  della  polpa.  Il  dire 
che  tenevasi  in  gran  pregio  per  la  grande  serbevolezza — «  idque 
insigne  habent  »  —  ci  fa  sospettare  che  non  fossero  queste  mele 
dotate  di  altre  virtìi.  Il  nome  poi  ci  dimostra  che  non  erano  pae- 
sane, ma  che  molto  probabilmente  erano  importate,  cioè,  da  oltre 
i  monti,  forse  da  Cerreto  del  Sannio. 

Fra  le  varietà  di  mele  di  Scerni  in  Abruzzo  trovo  segnata  ^) 
una  mela  tenella  o  piana,  che  «  resiste  ai  venti  e  ai  geli  sull'al- 
bero, e  matura  da  decembre  a  gennaio  ».  Che  fosse  discendente 
dalla  mela  di  Cerrito? 

Ma  non  è  necessario  uscire  dalla  provincia  di  Napoli,  dove 
si  trova  appunto  una  mela,  che,  oltre  al  nome  che  ha  conservato 
quasi  intatto,  presenta  il  carattere  della  lunga  serbevolezza,  e  quasi 
inalterato  quello  della  forma  depressa,  indicato  dal  Della  Porta: 
è  la  mela  tramontana,  a  fratto  grande,  più  ó  meno  depresso,  odo- 
roso, a  buccia  verde-gialliccia  con  faccia  carnicina ,  polpa  poco 
gustosa,  e  serbevole  fino  a  maggio  ^).  Il  G-asparrini  la  descrisse 
sotto  il  nome  di  P.  Mahis  fatua  '^). 

Anche  tra  le  varietà  della  provincia  di  Avellino  trovasi  una 
mela  pianella  o  chianella  a  frutto  depresso,  ma  piccolo  o  medio, 
che  matura  tardi  ed  è  molto  serbevole.  Se  il  carattere  della  di- 
mensione si  considera  meno  importante  di  quello  dell'epoca  di 
maturazione,  può  questa  mela  far  concorrenza  alla  mela  tramon- 
tana di  Napoli  ed  alla  mela  tenella  o  piana  di  Abruzzo  ,  nella 
possibile  affinità  con  la  mela  oltramontana  o  di  Cerrito  del  Della 
Porta. 

11.  Una  varietà  che  forse  sarà  più  facile  rintracciare  è  quella 
che  si  trova  descritta  cosi  dal  Della  Porta:  *  Quella  mela  molto 
notevole  per  la  bianchezza  e  pel  colore  roseo,  dalla  polpa  fria- 
bile e  ricoprente  una  dura  cartilagine,  di  sapore  non  ingrato,  la 
quale  da  noi  si  chiama  milo  diece,  perchè  alcune  volte  pendono 
a  dieci  dallo  stesso  ramo,  credo  ohe  sia  la  mela  gemella  di  Pli- 


1)  Della  Porta,  G.  B.—loco  cit.  p.  279. 

2)  Savastano,  Li.— loco  cìt.  p.  69. 
")  Savastano,  L. — loco  cit.  p.  63. 
•*)  GussoNE,  G.  —  loco  cit.  p.  126. 


—  17  — 

nio  »  ^y  Si  tratta  dunque  di  una  mela  molto  appariscente  ,  che 
ricorda  il  colore  della  salute  sulla  rosea  guancia  d'una  fanciulla, 
e  potrebbe  cercarsi  in  quella  varietà  detta  mela  zitella;  ma  anche 
fra  lo  mele  non  vi  è  penuria  di  zitelle:  vi  è  la  mela  zitella  di 
Somma,  quella  dell'Avellinese,  quella  dell'Abruzzo,  quella  di  Ba- 
silicata, ecc. 

A  me  pare  che  si  possa  rapportare  al  milo  diece  la  mela  zi- 
tella dell'Avellinese,  detta  anche  a  mazzetto,  —  denominazione 
che  concorre  a  sorreggere  la  nostra  argomentazione — dal  frutto 
grosso,  leggermente  conico  depresso ,  a  buccia  bianco-cerea  con 
leggera  tendenza  al  giallo,  a  faccia  rosea  più  o  meno  intensa,  a 
polpa  bianco-gialliccia,  mediocremente  tenera,  succosa,  dolce, 
profumata,  gradevolissima  ^). 

Coni'  è  facile  rilevare ,  questa  descrizione  corrisponde  ab- 
bastanza a  quella  lasciataci  da  Della  Porta.  Non  disconosco  però 
che  anche  la  mela  zitella  di  Somma  ricorda  con  notevole  esat- 
tezza la  mela  diece  della  «  Villa  »,  essendo  essa  molto  dappresso 
a  quella  dell'Avellinese  pel  frutto  grande  e  depresso,  a  buccia 
giallo-canarina,  e  per  essere  molto  appariscente. 

12.  La  mela  polmonara  o  mela  di  stoppa  è  ricordata  da  Plinio, 
e  ai  tempi  di  Della  Porta  conservava  i  caratteri  pe'  quali  s'era 
guadagnato  quel  suo  nome  dispregiativo  :  «  grossa  e  fatua,  a 
carne  fungosa,  a  guisa  di  polmone,  insipida,  esternamente  di 
color  sanguigno  o  pulmonaceo,  di  una  sola  virtù  dotata,  quella 
cioè  di  conservarsi,  senza  nessuna  cura,  fino  alla  nuova  rac- 
colta »  ^). 

Esiste  ancora  oggi  questa  mela  ? 

Avverto  che  il  nome  non  ci  può  essere  di  guida,  perchè  già 
abbiamo  trovato  una  mela  stoppa  o  capa  de  ciuccio,  che  corri- 
sponde, come  innanzi  fu  detto,  alla  mela  di  paglia  di  Della  Porta, 
e  l'altro  nome  di  mela  poìmonara  si  è  oggi  perduto.  Trattandosi 
di  una  varietà  di  quasi  nessun  valore,  è  facile  che  al  sopraggiun- 
gere di  varietà  moderne  migliori  sia  stata  abbandonata.  Forse 
la  ricorda  un  poco  la  mela  fatua  del  Gaspaurini,  cioè,  come  sopra 
fu  detto,  la  mela  tramontana. 

13.  Una  varietà  molto  apprezzata  era  la  mela  cannamela, 
detta  cosi,  dal  nome  della  canna  da  zucchero,  per  la  sua  estrema 
dolcezza.  Il  Della  Porta,  preoccupandosi,  come  al  solito,  più  di 


1)  Della  Porta,  G.  B.— /oco  cit.  p.  279. 

2)  Savastano,  Ij.—Ioco  cit.  p.  64. 

3)  Della  Porta,  G.  B.—loco  cit.  p.  279. 


—  18  — 

identificarla  con  qualche  varietà  degli  autori  latini,  poco  ci  dice 
dei  caratteri  morfologici  di  essa:  solo  apprendiamo  che  la  mela 
cannamela  era  tutta  soffusa  «  velut  ex  Synopide  et  Sandyce  colo- 
ribus  »,  cioè  di  un  colore  come  misto  di  terra  rossa  [SynopisJ  e  di 
minio  [Sandyx],  aveva  carne  così  tenace  e  compatta,  da  com- 
primere le  gengive  mangiandola  a  morsi  e  da  non  esser  facile 
l'inghiottirla,  ed  il  sapore  tanto  dolce  da  riuscire  fastidioso  se 
masticata  a  lungo  ^). 

Oggi  nella  provincia  di  Napoli  pare  che  la  mela  cannamela 
più  non  esista:  almeno,  per  quanto  mi  è  dato  di  sapere,  né  il 
Gasparrini,  né  il  Savastano  la  riportano,  —  la  qual  cosa,  nella 
più  favorevole  ipotesi,  potrebbe  essere  segno  della  nessuna  im- 
portanza di  questa  mela  nei  tempi  nostri;  — la  trovo  però  citata 
dal  Pasquale  nel  suo  Catalogo  dell'Orto  botanico  di  Napoli  \  dal 
quale  si  rileva  solamente  che  matura  in  settembre.  Si  trova  invece 
una  mela  cannamela  descritta  dal  Flores  tra  le  varietà  dell'A- 
vellinese ^)  ed  i  cui  caratteri  corrispondono  in  parte  a  quelli  ri- 
portati dal  Della  Porta,  come  vedesi  qui  apppresso,  dove  segno 
in  corsivo  i  caratteri  che  si  corrispondono  nelle  due  descrizioni: 
«  Frutto  piccolo,  tondeggiante  ;  buccia  quasi  liscia,  rosea  varia- 
mente intensa,  con  pennellatare  più  marcate  in  alcuni  punti,  pun- 
teggiata di  bianco,  con  bitorzoli  rugginosi ,  polpa  tenera,  bian- 
chiccia, molto  succosa,  dolcissima,  profumata,  gradevole  ». 

14.  11  milo  piro  è  di  color  fuligginoso  esternamente  ed  ha 
un  peduncolo  lungo  come  quella  di  una  pera,  donde  il  nome,  dice 
il  Della  Porta  %  Oggi  questa  varietà  è  quasi  scomparsa.  Il  Ga- 
spARRiNi  cosi  la  descrive  sotto  il  nome  di  P.  Malus  grisea:  *  Pomo 
ovato;  epidermide  sordide  fusco-grisea  :  pulpa  potias  spissa,  sapore 
Pyri  et  Mali,  parum  succosa  »  '^).  La  stessa  varietà  trovasi  anche 
nell'Avellinese  e  quasi  con  gli  stessi  caratteri,  come  rilevasi  dal 
Catalogo  del  Flores:  «  Frutto  medio ,  a  cono  tronco  rigonfiato; 
buccia  Ì7i  gran  parte  rugginosa  ruvida;  polpa  bianca,  tenera,  a 
grana  fina,  poco  succosa,  profumata  e  gradevole  ^)  ». 

Ho  segnato  in  corsivo  i  caratteri  che  si  corrispondono  nelle 
due  descrizioni. 


»)  Della  Porta,  G.  B.-Zoco  cU.  p.  279. 

2)  Pasquale,  G.  K.—loco  cit.  p.  87. 

3)  Savastano,  li.— loco  cit.  p.  68. 

4)  Della  Poeta,  G.  B.—loco  cit.  p.  279. 

5)  GussoNE,  G.—loco  cit.  p.  126. 

6)  Savastano,  Ij.—Ioco  cit.  p.  67. 


—  19  — 

15.  Era  la  mela  di  Catalogna  grandissima,  molto  rotonda, 
dolce,  a  carne  friabile.  Si  raccoglieva  nello  stesso  tempo  della 
mela  oltramontana  e  si  poneva  in  serbo,  ma  non  durava  molto 
a  lungo  1).  Anche  questa  varietà  pare  che  si  sia  perduta,  almeno 
nella  nostra  provincia.  Non  credo  però  che  si  possa  riferire  con 
certezza  alla  mela  catalogna  di  Melfi  '-),  come  indurrebbe  a  pen- 
sare il  nome,  essendo  questa  di  media  grandezza,  di  gusto  in- 
certo, e  molto  serbevole. 

16.  E  vi  era  pure  il  mito  cetrulo  «  allungato  a  guisa  di  ce- 
drinolo, molto  aspro  da  non  potersi  mangiare  se  non  a  matura- 
zione inoltrata,  e,  tenuto  in  serbo,  riempiente  la  casa  di  grato 
odore,  ed  avente  color  citrino,  ed,  allorché  maturo,  friabile  ^)  >. 

Questa  varietà  si  è  conservata,  e  trovasi  descritta  dal  G-aspar- 
Rixi  sotto  il  nome  di  F.  M.  cucwnerina  %  con  la  frase  «  pomo 
grandi,  oblongo,  ex  albido-virescente  ,  quandoque  colore  carneo 
leviter  suffaso,  pulpa  parum  sapida  »,  e  ne  è  indicata  la  matu- 
razione in  està.  Il  Savastano  però  ■')  segna  «  polpa  gustosa  ». 

Intanto,  i  caratteri  riportati  dal  Della  Porta  si  trovano  me. 
glio  conservati  nella  mela  citriuolo  o  ciuccio  o  barile  dell'  Avel- 
linese descritta  dal  Florks,  come  appare  meglio  dal  seguente  con- 
fronto. 


Della  Porta 
(Mela  «  cetrulo  ») 
Allungata  a  cedriuolo. 

Color  citrino. 

Riempie  la  casa  di  grato  odore. 


Flores 
[Mela  «  citriuolo  ») 

A  cono  tronco  rigonfiato  in  alto. 

Gialliccia  (qualche    volta   a  faccia 
leggermente  rosea). 

Profumo  gradevole. 


17.  Il  Della  Porta  riunisce  sotto  la  denominazione  di  mala 
verna  alcune  mele  precoci  a  frutto  piccolo  o  medio,  acido  o  dolce; 
e  descrive  cosi  la  varietà  a  frutto  dolce:  «  Albero  piccolo,  che 
non  raggiunge  le  dimensioni  delle  altre  varietà;  frutto  di  media 
grandezza,  giallo  nella  maturità,  dalla  carne  tanto  tenera  e  fra- 
gile, che  buttato  giù    dal  vento  si    fa  in  pezzi  ;    dall'  odore    pe- 


1)  Della  Porta,  G.  B.—loco  cit.  p.  279. 

2)  Savastano,  L..—loco  cit.   p.  71. 

3)  Della  Porta,  G.  B.—loco  cit.   p.  279. 
*)  GussoNE,  G.—loco  cit.  p.  126. 

^)  Savastano,  L.— Zoco  cit.   p.  63. 


—  20  — 

iiotrante,  dal  sapore  gradevolissimo,  molto  dolce — «  mellei  dulce- 
dine  ».  Sono  tenerissime  da  liquefarsi  noi  mangiarle,  di  brevissima 
durata,  e  solo  per  ciò  non  contendono  il  primato  a  tutte  le  altre 
varietà  di  mela.  Per  l'abbondante  succo  acquoso  che  contengono, 
i  napoletani  le  chiamano  mele  acquatole  »  ^j. 

Questa  varietà  tanto  gentile  si  coltivava  fra  le  viti,  special- 
mente nella  |)laga  di  Sorrento,  ma  era  anclio  abbondante  nella 
Puglia  ed  in  Sicilia.  Per  le  sue  dimensioni  nane,  colti vavasi  spesso 
tra  noi  anche  nei  vasi  su   i  balconi  e  le  terrazze  "). 

A  quale  varietà  corrisponde  questa  mela  delle  moderne?  Credo 
alla  mela  agostegna^  che  il  Gasparrini  descrive  sotto  il  nome  di 
P.  M.  aiignstina  ^),  con  una  frase,  che  alquanto  modificata  dal 
Savastano,  suona  cosi:  <  Frutto  medio,  ovato-rotondo  o  rotondo 
depresso,  buccia  giallo-carnicina:  polpa  tenera  (dice  Gasparrini), 
succosa,  sapida  ». 

18.  La  mela  gaetanella  il  Della  Porta  l'ascrive  alle  varietà 
acide  delle  sue  mela  verna,  e  dice  che  aveva  quel  nome,  perchè 
«  un  tempo  ci  veniva  importata  da  Gaeta;  esse  sono  piccole,  di 
un  piacevole  sapore  acido,  di  forma  compressa,  tenere,  di  colore 
erbaceo,  e  molto  appetite  dalle  donne  nelle  loro  languidezze  di 
stomaco  e  nella  gravidanza  »  *).  Questa  varietà  si  è  conservata 
quasi  inalterata  presso  di  noi,  e  senza  mutar  nome.  Il  Gaspar- 
rini •^)  ed  il  Savastano  ^)  però  la  dicono  di  sapore  poco  gustoso. 

19.  Somiglianti  alle  gaetanelle  erano  \e  mele  grecale  e  le  mele 
grasse,  moltissimo  affini  tra  loro  pel  sapore  acido  ^),  ma  che  non 
mi  è  riuscito  possibile  rintracciare  con  certezza  tra  le  varietà 
odierne. 

20.  Il  Della  Porla  parla  anche  di  una  mela  di  S.  Giovanni^ 
tenera,  rossa,  di  un  sapore  dolce  leggermente  acidetto,  atta  a 
stimolare  l'appetito  negli  ammalati  ed  avidamente  gustata  dalle 
donne  gravide  ^).  Riceve  il  nome  dal  tempo  di  sua  maturazione 
«  circa  festum  Divi  Joanni  ». 


1)  Della  Porta,  G.  B.—loco  cit.  p.  287. 

2)  «  ...  in  fenestris  fictilibus  vasculis  et  aedium  horti.s  saepiiis  plantetur 
asserveturque  »  (Della  Porta,  G.  'B.—loco  cit.  p.  285). 

8)  GussoNK,  G. — loco  cit.  p.  125. 

4)  Della  Porta,  G.  B.—loco  cit.  p.  287. 

5)  GussoNE,  Gt.—loco  cit.  p.  126. 
'^)  Savastano,  1j.— loco  cit.  p.  63. 

")  Della  Porta,  G.  B.—loco  cit.  p.  287. 
8)  Della  Porta,  G.  B.—loco  cit.,  p.  2S7. 


—  21   -- 

La  mancanza  di  note  morfologicho  nel  cenno  ora  riportato 
non  ci  dà  modo  di  idontilicarla  con  (j[Lialouna  dello  varietà  odierne; 
anzi,  il  nome  stesso  e  l'accennato  carattere  del  colore  e  del  sa- 
pore e  della  poca  consistenza  della  polpa,  che  coincidono  con 
qnelli  della  mela  di  8.  Pietro  dello  stesso  autore  (vedi  il  n.»  9j, 
ci  fanno  sospettare  che  si  tratti  della  stessa  mela,  la  quale  aveva 
forse  ambo  i  nomi,  perchè,  avvenendo  la  sua  maturazione  alla 
fine  di  Giugno,  poteva  riferirsi  tanto  alla  festa  di  S.  Giovanni, 
quanto  a  quella  di  S.  Pietro,  che,  come  si  sa,  distano  fra  loro 
di  appena  5  giorni;  e  forse  il  Della  Porta,  nel  mettere  insieme 
le  sue  note  nella  compilazione  della  Villa^  senza  accorgesene 
parlò  della  stessa  varietà  sotto  l'uno  e  l'altro  nome. 

Riassumendo  dunque,  le  varietà  di  mele  ricordate  dal  Della 
Porta  si  possono  mettere  come  seguo  in  rapporto  con  le  varietà 
odierne  coltivate  nella  provincia  di  Napoli  e  finitime: 


Varieià 

di   Della  Porta 

Mela  di  paglia       corrisponde  alla 

>  arpiona  > 

»  órcola  » 

>  rosa  (inodora)  » 


rosa  » 

ajjpia  rossa  » 

appia  comune  » 

appia  scura  » 

iS.  Pietro  » 

oltramontana  » 

diece  » 

polmonara  » 

cannamela  » 

pera  » 

di  Catalogtia  » 

cetrulo  I 

acquatola  » 

gaetanella  > 
grecola           \ 
grassa            S 

di  S.  Oiovanni  » 


1^ ari  età 

odierne 

Mela  stoppa 

»     lappione  di  Spagna  (A- 
vellinese) 

»     annurco 

»     rosa   bastarda    (Avelli- 
nese) 

j>     rosa   (Avellino ,    Cam- 
pobasso, ecc.) 

»     appia  rossa{Ave\\mese)? 

»     cannella  (Avellinese)  ? 

»     cotugno  (Avellinese)    ? 

»     S.  Pietro  (Avellinese)  ? 

»     tramontana 

»     zitella  (Avellinese) 
? 

»     cannamela  {\NQ\\mQSQ)'ì 

»     pera 

»     catalogna  (Melfi)  ? 

»     cetrulo  (Avellino) 

»     agostegna 

»     gaetanella 


[duplicato] 


—  22  - 

Eliminando  quest'ultima  varietà  per  lo  ragioni  dotte  innanzi, 
sopra  20  varietà  di  mele  ricordate  dal  Della  Porta,  mi  è  riuscito 
di  identificarne  11  con  le  varietà  odierne,  e  delle  altre  resta  per 
6  più  o  meno  dubbia  la  identificazione  e  solo  per  3  del  tutto 
impossibile,  forse  perchè  sparite. 


3.  —  Il  Pero. 

Ancora  più  numerose  sono  le  varietà  del  Pyrus  cornmimis  L., 
che  si  trovano  registrate  nell'opera  del  Della  Porta.  Cerchiamo 
di  rapportarle  alle  varietà  odierne. 

1.  Il  Della  Porta  ricorda  fra  le  varietà  precoci  le  pere  cloje 
vote  air  anno,  dette  cosi  perchè  la  pianta,  producendo  il  frutto 
due  volte  in  un  anno,  mostravasi  sempre  ornata  di  fiori  e  di 
frutti  ^).  Credo  che  questa  mela  siasi  perduta,  perchè  fra  le  nu- 
merose varietà  moderne  delle  nostre  province  meridionali  non 
ne  trovo  il  nome,  né  alcun  accenno  al  carattere  che  lo  deter- 
minò. 

2.  Chiamavano  a  Napoli  pere  hiancoìelle  certe  pere  piccole 
e  bianchicce,  cadenti  prestissimo  dall'  albero,  le  quali,  mangian- 
dole, si  riducevauo  a  mo'  di  farina  ,  e  non  altro  avevano  di 
buono  che  l'esser  precoci,  precedendo  tutte  le  altre  nella  matu- 
razione ^).  Anche  oggi  esiste  nella  provincia  di  Napoli,  e  spe- 
cialmente a  Pozzuoli,  la  pera  biancolella,  che  matura  appunto 
nella  1"  e  2*  decade  di  giugno,  ed  è  chiamata  anche  pera  di  S. 
Giovanni,  ed  ha  la  buccia  verdino-gialletta,  la  polpa  tenera  e 
poco  sapida  ed  ammezzante:  caratteri  questi  che  coincidono  ab- 
bastanza bene  con  quelli  accennati  dal  Della  Porta.  Essa  si 
trova  anche  a  Scerni  nell'Abbruzzo,  dove  è  ricordata  dal  Sava- 
STANO  ^)  sotto  il  nome  di  pera  UancJiina  e  con  l'  indicazione  di 
«  buccia  bianca  »,  che  è  più  vicina  alla  «  albea  »  della  descrizione 
di  Della  Porta. 

3.  L'autore  della  Villa  cosi  descrive  le  pere  moscarelle:  <  Sono 
queste  tanto  piccole  da  non  sorpassare  la  grandezza  di  una  bacca, 
portate  a  gruppi  di  cinque,  sei  o  più  sullo  stesso  rametto  [Egli, 
per  insufficienti  cognizioni  morfologiche  dei  suoi  tempi,  dice  «  uno 
pediculo  exeuntia  »].  Si  candiscono  [saccharo  condiuntur]  per  con- 


')  Della  Pokta,  G.  H.—  loco  cit.  p.  288. 
2)  Della  Porta,  G.  B.— /oco  cit.  p.  288. 

^^   SaV ASTANO,   'L.  —  IOCO   Cit.   p.    78. 


—  23    — 

servarlo  nell'anno  successivo,  e  sono  soavemente  profumate  di 
muschio  »  ^). 

Questa  varietà  si  è  conservata  presso  di  noi  quasi  inalterata 
e  col  suo  nome  di  pera  moscarella  piccola  o  moscarellina.  Il  Gta- 
spARttiNi  ^)  sotto  la  denominazione  di  P.  e,  moschata  la  definisce 
con  la  frase  seguente:  «  Pomo  parvo,  ovato-subrotundo,  altero 
latere  intense  rubro,  altero  ex  viridi-rubro;  pulpa  quidquam  spissa, 
odora,  succosa,  dulci,  non  mitescenti.  Pyrorum  aestivorum  mi- 
nima, saepe  nucis  avellanae  magnitudine  ».  E  tutto  ciò,  come  ve- 
desi,  corrisponde  appieno  alla  descrizione  del  Della  Porta. 

Il  Savastano  dice  ^)  che  questa  pera  è  la  prima  a  maturare 
tra  la  '2»  e  la  3»  decade  di  giugno,  e  costituisce,  per  la  sua  squi- 
sitezza, una  delle  migliori  primizie. 

La  trovo  anche  registrata  fra  le  pere  di  Scerni  (Abruzzo) 
sotto  lo  stesso  nome  di  tnoscatella  piccola  e  con  gli  stessi  carat- 
teri ora  indicati  :  solo  la  maturazione,  —  e  non  sorprende,  —  è  un 
po'  meno  precoce,  andando  essa  dal  giugno  al  luglio  *). 

4.  «  Una  certa  parentela  di  odore  e  di  sapore  »  — dice  il 
Della  Porta — «  avvicina  ad  esse  [cioè  alle  pere  moscarelle]  quelle 
che  volgarmente  si  dicono  pere  moscdrellone^  e  che  di  molto  le 
superano  per  grandezza,  e  maturano  più  tardi  »  ^).  Sono,  come 
vedesi,  le  nostre  odierne  p^re  moscadellone^  le  quali,  in  rapporto 
alle  pere  moscatelline ,  sono  cosi  definite  dal  Gasparrini:  ^  P.  e. 
moschata,  b.  major]  pomo  triplo  majori,  epidermide  griseo-flava, 
punctis  rubris  conspersa,  pulpa  magis  tenera,  tandem  mitescenti  >  ^). 
Esse  maturano  da  agosto  a  settembre. 

5,  La  pera  carmosina,  denominata  cosi  dal  colore  cremisino 
[carmosiiio],  dice  il  Della  Porta  che  per  tenerezza,  sapore  e  forma 
poco  si  allontana  dalla  moscarellona,  ma  moltissimo  invece  pei 
colore;  e  matura  anch'essa  in  giugno  '). 

Anche  questa  varietà  coltivasi  oggi,  ma  alquanto  diversa 
dall'antica.  Il  Gasparrini  la  chiama  P.  e.  periata  e  la  definisce 
cosi:  «  Pomo  elongato,  turbinato,  flavido-roseo,  inodoro;  pulpa 
teneriuscula,  succosa,  valde  dulci,  non  mitescenti  ^)  ».  Matura  in 
luglio. 


1)  Della  Porta,  G.  B. — loco  cit.  p.  289. 

2)  GussoNE,  Gr.—loco  cìt.  p.  124. 

3)  Savastano,  Ij.— loco  cit.  p.  72. 
*)  Savastano,  h.—loco  cit.  p.  78. 

5)  Della  Porta,  G.  B.—loco  cit.  p.  289. 

6)  GussoNE,  G.—loco  cit.  p.  124. 

7)  Della  Porta,  G.  B.—loco  cit.  p.  289. 

8)  Gdssone,  G.—loco  cit.  p.  124. 


-   24  — 

6.  <  Ottimo  od  abbondanti  sono  presso  di  noi  >  -  -  dice  il 
Della  Pohta  —  «  le  pere  giacciale  di  Roma^  chiamate  così  perchè 
ci  vennero  da  Roma,  dove  erano  state  importate  dalla  Toscana: 
tenere,  succose,  dolci,  bianche  con  una  faccia  rossa  »  *). 

Forse  questa  varietà  più  non  esiste.  Ad  ogni  modo,  la  molto 
incompleta  descrizione  che  troviamo  nella  <  Villa  >  non  ci  per- 
mette di  farne  ricerca.  Solo  fo  notare  che  nel  Catalogo  delle  va- 
rietà di  pero  di  Scerni  (Abruzzo)  fatto  dal  Savastano  trovasi  una 
pera  Jaccione  ^),  nome  che  mi  sembra  affine  a  quello  di  pera  giac 
cìola^  tanto  più  che  questa,  essendoci  pervenuta  da  Roma,  sarà 
potuto    passare  anche  da  questa  città  in  Abruzzo 

Nel  caso  poi  che  siasi  perduto  il  nome  e  non  la  varietà, — 
e  ciò  mi  sembra  poco  probabile,  —  potrebbesi  pensare  alla  nostra 
pera  angelica?  La  buccia  gialla  con  faccia  rossa,  e  la  polpa  te- 
nera succosa  zuccherina,  profumata,  gradevolissima,  che  rendono 
pregevole  questa  varietà,  ricordano  abbastanza  bene  i  caratteri 
segnati  dal  Della  Porta  ;  ma  non  potendo  ricorrere  al  confronto 
delle  note  morfologiche,  non  è  possibile  rispondere  alla  domanda. 

7.  Continua  il  Della  Porta:  «  Vi  sono  presso  di  noi  altre 
pere  della  stessa  specie,  che  essendo  state  importate  a  Pozzuoli 
dalla  Germania,  volgarmente  le  chiamano  pere  giacciale  di  Poz- 
zuoli 0  di  Alemagna,  le  quali  si  potrebbero  chiamare  anche  yere 
dell  orzo  [«  hordearia  *  egli  dice]  perchè  maturano  quando  si  miete 
l'orzo  »  '^). 

Mancando  anche  per  questa  varietà  qualunque  indicazione  di 
caratteri  morfologici,  non  è  possibile  tentarne  la  ricerca  tra  le 
pere  odierne,  fra  le  quali,  se  tuttora  esiste,  avrà  potuto  cam- 
biare anche  di  nome.  Non  è  fuori  posto  però  il  ricordare  che 
nell'elenco  del  Flores  per  l'  Avellinese  trovasi  una  pera  lama- 
gna  ,  dal  frutto  medio  o  piccolo  ,  piriforme  o  cidoniforme  ,  a 
buccia  giallo-sbiadita,  leggermente  punteggiata,  a  polpa  granu- 
losa, acquosa,  dolce,  profumata  ^)  ;  la  sua  maturazione  è  settem- 
brina, ma  ciò  potrebbe  essere  un  effetto  del  clima  più  freddo. 

8.  Si  apprende  dal  Della  Porta  che  lecere  rossolelle  sono 
perfuse  di  rosso  vermiglio  [rubicundus],  e  null'altro.  Come  ten- 
tai'ne  la  ricerca? 


•)  Della  Porta,  G.  B.—loco  cii.   p.  289. 

2)  Savastano,  1j.— loco  cit.   p.  78. 

3)  Della  Porta,  G.  B.—loco  cit.   p.  289. 
■*)  Savastano,  Ij.—Ioco  cit.   p.  76. 


—  25  - 

Il  Savastano  *)  cita  una  ^>e/-(f  rossa,  fra  le  varietà  estive  di 
Massafra  (Lecce).  Di  tarda  maturazione  poi  è  una  pera  eminenza\ 
che  il  Flores  descrive  per  la  provincia  di  Avellino,  a  buccia  li- 
scia ed  in  gran  parte  rosea.  Come  vedesi,  dovendo  starsene  al 
solo  colore,  non  v'è  da  cavarne  costrutto. 

9.  La  pera  inganna  villano  dice  il  Della  Porta  che  è  scura 
(nigra)  esternamente  o  piuttosto  fuligginosa,  fra  tutte  le  altre 
buonissima  ,  e  che  matura  in  agosto  ^).  Anche  qui  la  mancanza 
di  qualunque  accenno  ai  caratteri  morfologici  rende  impossibile 
il  tentarne  la  identificazione  con  qualche  varietà  moderna.  So- 
spetto però  che  siasi,  come  tante  altre,  perduta.  Trovo  intanto 
nell'elenco  del  Gtasparrini  un  piro  spino  d'està  da  lui  detto  P.  e. 
viridis,  a  buccia  verde  sporco  e  a  polpa  tenera  succosa  e  molto 
dolce,  e  nel  Catalogo  dell'Orto  botanico  di  Napoli  del  Pasquale  ^) 
un  piro  spino  bastardo,  che  matura  proprio  in  agosto,  i  quali 
fanno  pensare  sdìapera  'nganna  villano  ricordata  dal  Della  Porta 

10.  Lo  stesso  autore  cita  anche  una  pera  caravella,  ottima 
fra  tutte  quelle  che  sono,  come  la  precedente,  sporche  di  color 
rugginoso  "*),  ma  non  ci  dice  altro,  e  nemmeno  dell'epoca  di  ma- 
turazione; di  modo  che  per  essa  non  è  possibile  nemmeno  il  più 
lontano  tentativo  di  ricerca, 

li.  11  Della  Porta  dice  che  allo  stesso  grappo  delle  prece- 
denti, cioè  delle  pere  di  brutto  aspetto  ma  di  sapore  buono,  spet- 
tano il  piro  brutto-buono  ,  il  piro  malevestuto  e  le  pera  pozelle  "), 
forse  modalità  di  una  stessa  varietà,  le  quali  non  curate,  appunto 
por  il  loro  aspetto  poco  promettente,  sono  andate  perdute. 

12.  «  Le  pere  pane  e  vino  »  —  egli  dice  ^)  —  «  ci  vengono 
dal  Sannio  ,  e  sono  dette  cosi  dal  volgo  ,  perchè  mangiandole 
sembra  di  mangiare  e  bere  insieme:  ottime  per  sapore  e  por  su- 
gosità, di  forma  turbinata,  verdi  prima  e  poi  nella  maturità  bian- 
chicce  ». 

Questa  pera,  notevole  specialmente  per  la  sua  grande  sugo- 
sità, potrebbe  corrispondere  alla  pera  buliro,  che  è  appunto  tur- 
binata, e  più  propriamente  a  quella  della  provincia  di  Campo- 
basso, che,  secondo  la  descrizione  riportata  dal  Savastano  '),  quando 


•)  Savastano,  Li.— loco  cit.  p.  79. 

2)  Della  Porta,  G.  B.—loco  cit.  p.  289. 

3)  Pasquale,  G.  A..— loco  cit.  p.  86. 

4)  Della  Porta,  G.  B.—loco  cit.  p.  28'J. 
•■')  Della  Porta,  G.  B.  —  loco  cit.  p.  290. 

6)  Della  Porta,  G.  B.—loco  cit.  p.  290. 

7)  Savastano,  Ij.— loco  cit.  p.  73. 


—  26  — 

è  immatura  ha  la  buccia  vorde-grigio  e  quando  è  matura  giallo- 
cora  con  sfumature  rosee, — colorazione  corrispondente  abbastanza 
allo  parole  «  acerba  virescunt,  matura  albescurit  »  del  Della  Por- 
ta,— e  dalla  polpa  bianca,  dilicata  ,  finissima,  fondente  ed  assai 
dolce.  Anche  la  pera  hutiro  d'Avellino,  che  pochissimo  si  differi- 
sce da  quella  di  Campobasso,  vi  si  potrebbe  riferire  '). 

13.  «  Le  pere  che  i  napoletani  chiamano  coscia  di  donna  >  — 
dice  il  Dklla  Porta  ^)  —  «  hanno  il  peduncolo  carnoso  e  piegato 
a  mo'  di  un  corno  di  bue,  ed  il  ventre  come  un  sacco  da  viag- 
gio, é  sono  tenute  in  poco  conto  perchè  insipide  ;  esse  maturano 
insieme  con  l'orzo  ». 

Questa  varietà  non  solo  si  è  conservata,  ma  bisogna  ricono- 
scere ancora  che  si  è  migliorata,  perchè  non  credo  che  si  possa 
dire  oggi  di  queste  pere  in  modo  assoluto  «  haec  vili  habentur 
praetio  ,  nam  insipida  sunt  »  come  si  legge  nella  «  Villa  •  ;  ma 
piuttosto  «  parum  sapida  »  come  dice  il  Gaspaubini  ^),  che  le  ha 
definito  sotto  il  nome  di  P.  e.  coxendica^  a  polpa  tonerà  e  suc- 
cosa. Piuttosto  si  possono  dire  insipide  le  pere  coscialunga  ,  ohe 
sono  appunto  perciò  tenute  in  poco  conto  ,  e  che  il  Grasjjarrini 
ha  determinate  sotto  il  nomo  di  P.  e.  oenophora;  ma  nella  «  Villa  > 
è  descritto  solo  il  coscia  di  donna. 

14.  Vi  era  inoltre  a  Napoli  un  piro  cocozzaro^  che  prendeva 
nomo  dalla  forma  somigliante  a  quella  d'uua  zucca  {cocozza),  ossia 
come  una  deforme  sacca  da  viaggio  ,  di  color  verde  ,  scabra  al 
tatto,  e  maturante  in  agosto  ^). 

Mi  pare  che  questa  varietà  sia  oggi  ricordata  nel  inro  cam- 
pana descritto  dal  Gasparrini  sotto  il  nome  di  P.  e.  xanthocarpa, 
benché  questo  frutto  sia  di  un  giallo  sporco  [sordide  flavo],  ma  è 
turbinato  ed  hinc  inde  gibboso,  carattere  questo  che  si  avvicina  ab- 
bastanza alla  «  deforme  sacca  da  viaggio  »  indicata  dal  Della 
Porta;  ed  inoltre  essa  matura  in  agosto  ed  è  «  pyrorum  aesti- 
voruni  maxima  j  ,  cioè  la  più  grande  pera  di  està. 

15.  Dice  il  Della  Porta:  «  Anche  in  agosto  maturano  due 
pere,  che  diciamo  legittima  l' una,  spuria  l'altra,  ma  per  nulla 
a  quelle  già  ricordate  inferiori  in  grandezza,  tenerezza,  sugosità 
e  sapore:  il  legittimo  è  detto  piro  paccone,  lo  spurio  piro  paccone 


M  Savastano,  Li.— loco  cit.  p.  74. 

2)  Della  Porta,  G.  B.—loco  cit.   p.  290. 

3)  GussoNE,  G.—loco  cit.   p.  124. 

4)  Della  Porta,  G.  B.—loco  cit.   p.  290. 


—  27   — 

bastardo  ,  che  poco  dall'altro  è  degenere  per  sapore  e  gran- 
dezza ^)  ». 

Che  forse  questo  paccone  sia  la  pera  spadona? 

Il  vocabolo  «  paccone  »  è  nel  dialetto  napoletano  1'  accre- 
scitivo di  «  pacca  »,  che  significa  non  solo  <  chiappa  »  ma  qua- 
lunque cosa  grossa  e  carnosa,  e  deriva  da  paccus  della  bassa  la- 
tinità, che  a  sua  volta  trae  origine  dal  greco  pachys,  che  significa 
grosso,  spesso,  ecc.  Dunque  si  tratta  di  pere  grosse  e  molto  car- 
nose, e  le  spadone  vi  si  attagliano  abbastanza  bene,  quantunque 
il  nome  non  abbia  nulla  a  vedere  col  carattere  della  carnosità, 
ma  si  riferisce  invece  a  quello  della  mancanza  di  semi  ,  perchè 
«  spadonius  »  significa  <  sterile  »  e  Plinio  chiama  malum  spado- 
nium  una  mela  appunto  senza  semi. 

La  nostra  pera  spadona  è  descritta  dal  Gasparrini  col  nome 
di  P.  e.  nohilis  ^),  ed  ha  frutto  obovato  piuttosto  grande,  a  buccia 
sottile  verdina,  polpa  bianca,  deliquescente,  ammezzante,  e  ma- 
tura nella  2»  decade  di  agosto. 

16.  E  l'elenco  non  è  ancora  esaurito.  «  Quelle  che  noi  dicia- 
mo pere  pignatelle  sono  ottime  »  — scrive  Della  Porta — «  e  non  solo 
raggiungono  il  peso  di  una  libbra,  ma  financo  di  due  libbre  ^)  » . 
Questa  grossa  pera  corrisponde  forse  alla  pera  rotolo  o  a  pigna- 
tiello  dell'Avellinese,  che  è  descritta  dal  Flores,  a  frutto  grosso  o 
grossissimo,  ovale  rigonfiato,  troncato,  a  buccia  scabra  quasi  uni- 
formemente rugginosa  sopra  fondo  verde-gialliccio  appena  visi- 
bile, a  polpa  bianca  dura  e  granulosa,  di  sapore  dolciastro  astrin- 
gente subacido,  leggermente  profumata  ^).  Resta  però  sempre  il 
dubbio  a  causa  della  poca  bontà  dal  sapore. 

17.  Continua  il  Della  Porta:  «  Quelle  che  nel  Sannio  chia- 
mano pere  capacci  raggiungono  financo  il  peso  di  tre  libbre,  ma- 
turano in  agosto,  hanno  colore  bianco  e  giallo,  sono  preferibili 
cotte,  e  si  conservano  per  l'inverno  •^)  ». 

Forse  il  vocabolo  «  capacci  »  vuoisi  qui  riferire  alla  grossezza 
del  frutto,  come  a  significare  «  grosso  capo  »,  o  non  è  da  pensare 
per  nulla  ad  una  possibile  provenienza  da  Capaccio,  città  del  Prin- 
cipato Citra,  la  quale  in  veriin  modo  si  potrebbe  assegnare  al 
Sannio,   anche  se  a  questa   regione  si  dia  la   più   grande  esten- 


ij  Della  Porta,  G.  B. — loco  cit.  p.  291. 

2)  GossoNE,  G. — loco  cit.  p.  124. 

3)  Della  Porta,  G.  H.—loco  cit.  p.  '2*J0. 

4)  SaV ASTANO,   Ij.  —  Ioco  CÌl.   p.   74. 

s)  Della  Porta,  G.  lo.— loco  cit.  p.  290. 


-  28  — 

siono  possibile.  Ma  intanto  nell'Avelli nesu,  cioè  nel  Principato 
Ultra,  vi  è  una  pera  grandissima  campaniforme  detta  jìcra  troi- 
foiice,  che  si  raccoglie  in  settembre  e  matura  durante  l'inverno, 
ed  a  completa  maturità  è  di  color  giallo  qua  e  là  rugginoso  ^), 
la  quale  mi  sembra  che  s'avvicini  abbastanza  alla  pera  capaccio: 
tanto  più  che  per  la  sua  polpa  duretta,  non  molto  succosa,  di 
sapore  dolce  astringente  e  poco  gradita,  risponderebbe  proprio 
alla  qualità  indicata  dal  Della  Porta,  di  essere  cioè  migliore 
se  cotta. 

18.  Si  viene  anche  a  sapere  che  alle  invernali  appartengono 
inoltre  quelle  che  il  volgo  denomina  pere  laure,  perchè,  mangian- 
dole, riempiono  le  fauci  dell'odor  di  lauro,  e  sono  tardive  ^).  Non 
è  facile  però  identificare  queste  pere  mediante  la  sola  nota  del- 
l' odore,  perchè  esistono  attualmente  parecchie  varietà  serotine 
profumate,  quali  la  pera  rosa  (Vinverno,  la  pera  profumo  d'inverno, 
la  principe,  Veminema,  ecc.  Essendo  però  l'odor  di  lauro  simile 
a  quello  di  cannella,  penso  piuttosto  aWa,  pera  cannellina  di  Poz- 
zuoli, alla  pera  cannella  del  Salernitano,  o  alla  pera  cannella 
d' inverno  del  Leccese  ^). 

19.  «  Le  pere  bergamotte  » — dice  il  Della  Porta  —  «  così  de- 
nominate dalla  città  di  Bergamo,  sono  di  color  verdiccio,  d'a- 
spetto non  promettente,  rotondo-compresse ,  a  peduncolo  cortis- 
simo, da  sembrare  sessili,  sono  serotine,  di  meravigliosa  tenerezza, 
a  succo  dolce  e  di  sapore  squisito.  Per  le  loro  proprietà  le  di- 
ciamo anche  impericdi  e  più  specialmente  pel  grato  succo  e  per 
la  singolare  squisitezza  ^)  ».  Questa  varietà  si  conserva  tuttora, 
ed  è  la  P.  e.  bergamotta  del  Gasparrini  ''),  dal  frutto  subrotondo, 
odoroso,  a  buccia  verde  gialliccia,  a  polpa  bianchiccia ,  tenera, 
succosa,  e  maturante  in  inverno.  Si  avvicinano  molto  ad  essa  le 
pere  mastantuono  delle  varie  province  napoletane  ^). 

20.  Segue  nella  «  Villa  *  un'altra  notizia  monca.  «  Le  poro 
volgarmente  dette  sarriole  sono  invernali,  di  un  piacevole  sapore 
addetto  e  per  ciò  vengono  senza  danno  mangiate  dagli  amma- 
lati »  '').  Quale  fra  le  odierno  potrà  essere  mai  questa  pera  d' in- 
verno ricordata  dal  Della  Porta  ? 


2)  Della  Porta,  G.  B.—loco  cit.  p.  2'JO. 

^)  Savastano,  Li.— loco  cit.  p.  77-78. 

'')  Della  Porta,  G.  B.—loco  cit.  p.  291. 

•■')  Gdssone,  G.—loco  cit.  p.  124. 

6)  Savastano,  'L.  —  loco  cit.  pp.  72,  76,  77,  78  e  79. 

')  Della  Porta,  G.  B.—loco  cit.  p.  291. 


^   20     - 

Nell'elenco  delle  pere  (loll'Avellineso  il  Florks  descrivo  una 
pera  cV  inverno^  che,  fra  gli  altri  caratteri  che  non  è  possibile 
tenere  in  conto  per  la  mancanza  dei  termini  di  confronto,  pre- 
senta una  polpa  fine,  tenera,  non  molto  zuccherina  e  «  legger- 
mente acidula  »  ^).  Anche  nt^U'elenco  delle  per.^  di  Scorni  (Abruzzo) 
del  Savastano  si  trova  una  pera  Virgilio  dalla  polpa  gradevol- 
mente acidula,  succolonta,  ma  la  cui  maturazione  è  autunnale  2). 

21.  Ed  eccoci  a  qualche  cosa  di  più  determinato.  Il  Dklla 
Porta  descrive  cosi  la  'pera  buon  cristiano.  «  Fra  lo  altro  pere 
della  nostra  Campania  molto  prelibata  è  questa,  per  eccellente 
soavità  di  sapore,  per  grandezza,  e  porche  così  tenera  da  lique- 
farsi nel  mangiarla;  si  conserva  a  lungo,  tollera  il  trasporto,  e 
la  mangiamo  in  inverno  cruda  e  cotta,  ed  è  ottima  nell'uno  e 
nell'altro  modo;  si  dà  a  mangiare  senza  danno  agli  ammalati; 
non  prima  dell'inverno  comincia  a  maturare.  Fu  introdotta  a 
Napoli  da  Carlo  Vili  quando  governò  questa  regione ,  e  per  le 
sue  buone  qualità  venne  [questa  pera]  in  gran  considerazione  nella 
nostra  Campania  Felice  »  ^). 

Confrontando  questi  dati  con  la  descrizione  della  pera  buon 
cristiano  dei  tempi  nostri  della  provincia  di  Napoli  '*),  si  trova 
nna  gran  differenza  rispetto  al  tempo  della  maturazione,  che  è 
in  està,  e  alla  sua  poca  esportabilità.  Risponde  invece  benissimo 
ai  caratteri  riportati  dal  Della  Porta,  e  che  riteniamo  senza  dub- 
bio esatti,  la  nostra  ptera  del  Carpio^  la  quale,  oltre  ad  essere  te- 
nera, succosa,  dolce,  ed  a  presentare  quasi  la  stessa  forma,  la 
stessa  grandezza  e  lo  stesso  colore  della  jjera  buon  cristiano^ — cioè 
gibbosa,  grossa,  più  o  meno  gialla, — matura  appunto  in  inverno, 
ed  è,  come  dice  il  Savastano  ^),  una  «  varietà  eccellente,  ma  invec- 
chiata, affetta  facilmente  dalla  vajolatura  ed  imbitoraolisce;  è 
delle  regioni  fredde  *"),  ed  è  molto  esportabile  ».  Inclino  perciò  a 
credere  che  proprio  questa  sia  la  pera  buon  cristiano  di  Della 
Porta,  tanto  più  che  nell'opera  di  costui  non  si  nomina  mai  una 
pera  del  Carpio,  che,  se  fosse  esistita  in  quel  tempo  ,  non  si  sa- 
rebbe potata,  per  le  sue  buone  qualità,  dimenticare.  Introdotta 
più  tardi  presso  di  noi  la  pera  del  Carpio^  ha  potuto  facilmente 

1)  Savastano,  1j.— loco  eli.  p.  77.— È  diversa  dall'altra  dello  stesso  nome  de- 
scritta nel  medesimo  catalogo  (p.  74). 

2)  Savastano,  Ij.— loco  cit.  p.  78. 

3)  Della  Porta,  G.  'B.—loco  cit.  p.  291. 

4)  Savastano,  Ij.— loco  cit.  p.  72. 
6)  Savastano,  Ij.— loco  cit.  p.  72. 

^ì  Vedi  quanto  sopra  è  stato  detto  per  l'origine  della  pera  buon  cristiano 


—  30  - 

scambiarsi,  per  ragione  di  grande  somiglianza,  con  la  pera  buon 
cristiano,  o  col  tempo  si  è  avverata  la  sostituzione  reciproca  dei 
nomi. 

Aggiungo  che  nel  Catalogo  del  Pasquale  ^)  vi  sono  ambo 
queste  varietà  e  mostrano  chiaro  lo  scambio  dei  nomi,  essendo 
indicata  la  maturazione  di  ottobre  per  la  jìera  buon  cristiano  e 
la  maturazione  da  dicembre  a  febbraio  per  la  ^>era  del  Carpio, 
che  è  proprio  la  maturazione  della  varietà  descritta  dal  Della 
Porta. 

La  pera  buon  cristiano  e  la  pera  bergamotto  erano  quelle  che 
più  di  tutte  venivano  conservate  per  l'inverno  sospese  a  cordi- 
celle, e  si  mantenevano  quasi  fino  alla  successiva  raccolta. 

Fra  i  giardini  di  Napoli  che  coltivavano  lo  migliori  varietà 
di  pere  si  distingueva  specialmente  quello  del  Conte  di  Mola  e 
quello  dei  monaci  di  S.  Teresa, 

Oltre  al  mangiarle  crude  o  cotte,  le  pere  si  preparavano 
candite  e  se  ne  faceva  la  conserva  con  lo  zucchero  (pere  scerup-- 
paté)  ^),  nella  preparazione  della  quale,  come  delle  altre  conserve 
di  frutta,  erano  maestre  insuperate  le  religiose  dei  numerosi  mo- 
nasteri di  cui  in  quel  tempo  Napoli  era  ricca. 


Riassumendo,  dunque,  le  varietà  di  pere  ricordate  da  G.  B. 
Della  Porta  corrispondono  piìi  o  meno  alle  odierne  nel  modo 
seguente  : 


1)  Pasquale,  G.  K.—loco  cit.  p.  86. 

2)  Camillo  Porzio,  nella  sua  Relazione  del  Regno  di  Napoli  al  Marchese  di 
Mondesciar  Viceré  di  Napoli^  ricorda  che  le  pere  non  solo  ed  altri  frutti,  ma 
i  fiori  ancora  «  si  condiscono  ...  col  zucchero  soavissimamente  »  (In  Gkrvasio 
Agostino:  Jj  Istoria  d'Italia  neWanno  MDXLVII  e  la  Descrizione  del  Regno 
di  Napoli  di  Camillo  Porzio,  per  la  prima  volta  pubblicate  per  cura  dell'Ac- 
cademia Pontaniana...,  Napoli,  1839,  p.  139). 


—  31   — 


Varietà 

di  Della  Porta 

Pera  doje  iiote  alVaniio  corrisponde 

*  hiancolella  » 

»  moscarella  » 

»  moscareUona  » 

»  carmosina  » 

>  giacciala  di  Roma  » 
«  >  di  Alemagna  » 
»  rossólella  » 
»  iìigoAina  villano  » 
»  caravella  » 
»  hndto-huoìio  i 

»  malvestita       \  * 

y  po^ella  I 

>  coscia  di  donna  » 
»  cocozzara  » 
»  paccone  ì 

7>  paccone  bastardo  \ 

5>  pigncdielìo  » 

»  capacci  » 

>  Zat»-o  » 

>  bergamotta  » 
»  sarriola  » 
»  ?>i(OW  cristiano  » 


odierne 

alla  Pera  ? 

»  biancohlla  (di  Pozzuoli) 

»  moscarella 

T  moscareUona 

»  carmosÌ7ia 

»  angelica  ? 

»  tamagna  (Avellinese)? 

y 

»     spino  d^està? 
? 


»  hutiro  ? 

7>  coscia  di  donna 

»  campana 

»  spadone? 

»  pignatello  (Avellinese)? 

»  trenfonce  (Avellinese)? 

»  cannella  ? 

»  bergamotta 

»  d'inverno  (Avellinese)? 

»  cZeZ  Carpio. 


Sopra  ventuna  varietà,  8  trovano  certo  riscontro  in  varietà 
odierne  della  provincia  di  Nax3oli,  per  9  il  riscontro  non  è  certo, 
di  4  solamente  non  ho  potuto  trovare  nessun  riscontro. 

4.  —  Il  Sorbo. 

Il  sorbo  {Sorbus  domestica  L.)  presentava  in  quel  tempo  le  stesse 
varietà  di  adesso,  almeno  per  quanto  si  può  rilevare  attraverso 
il  pochissimo  che  al  riguardo  ci  dice  il  Della  Porta.  E  cioè: 

1.  Il  sorbo  femmina,  a  frutti  piccoli  e  rotondi,  della  gran- 
dezza d'  un'  oliva  i).  Esso  corrisponde  al  Sorbus  domestica  angu- 
stana  di  Gasparrini,  che  cosi  lo  definisce:  «  Pomo  sub-rotundo. 


1)  Della  Porta,  G.  B.— ?oc.  cit.  p.  297. 


-  32  - 

parvo,  nncis  Avellanao  magnitudine,  altero  latore  rubro,  matu- 
rescit  augusto  »  *). 

2.  Il  sorbo  maschio^  a  frutti  grandi  o  turbinati,  grossi  quanto 
un  uovo.  È  questo  il  siiorvo  a  panelle ,  descritto  dal  Gasparrini 
sotto  il  nome  di  S.  d.  antumnalis,  cioè  «  pomo  subrotundo-tur- 
binato,  altero  latore  flavo,  altero  rubro,  praecedentis  triplo  ma- 
jore;  maturescit  Septembri  »  ^). 

3.  Un  sorbo  che  «  inter  lentiginosos  praecipua...  in  arbore 
ad  Januarium  usque  vegetos  servat  »  ^).  È  questo  il  nostro  saorvo 
de  vetiiiegna  o  suòvero  ìiatalino,  definito  dal  Gasparrini,  sotto  il 
nome  di  S.  d.  serotina^  a  «  pomo  obovato-turbinato,  hyeme  ma- 
turescenti  »  *). 

Questi  frutti  raccolti  in  mazzi  {mazzi  'e  sòvere)  si  tenevano, 
come  oggi,  sospesi  nelle  soffitte  o  alle  finestre  per  aspettare  che 
divenissero  mezze  da  poterle  mangiare. 


5.  —  Il  Nespolo. 

La  pagina  che  il  Della  Porta  scrive  sulle  varietà  di  nespolo 
^Mespibis  germanica  L.)  che  si  coltivavano  ai  suoi  tempi  suona  cosi  • 
«  I  nostri  nespoli  sono  di  due  specie,  uno  a  frutto  grande  quasi 
quanto  una  mela,  coi  rami  privi  di  spine,  ed  è  coltivato  e  perciò 
ha  perduto  l'abito  selvatico;  l'altro,  irto  di  spine,  che  nasce  nelle 
selve  e  nei  luoghi  incolti ,  a  frutto  piccolo  e  più  acerbo  e  che 
appena  si  può  mangiare  dopo  che  si  è  maturato  lungo  tutto  l'in- 
verno, e  a  Napoli  lo  chiamano  niespolo  canino.  Ve  n'è  poi  una 
terza  specie,  a  frutto  più  stretto  ed  allungato,  senza  noccioli,  che 
credo  piuttosto  un  prodotto  della  coltura  e  della  bontà  del  ter- 
reno, piuttosto  che  un  genere  diverso,  perchè  dallo  stesso  albero 
si  hanno  frutti  rotondi  con  nòccioli  e  frutti  oblunghi  e  senza 
noccioli  »  ^). 

Come  chiaramente  rilevasi,  sono  proprio  queste  le  tre  varietà 
anche  oggi  esistenti,  cioè  il  Mespilus  germanica  L.,  che  corrisponde 
al  nespolo  canino;  il  M.  g.  apyrena,  che  è  Vinternis  ossihìis  carens 
di  Della  Porta;  e  il  M.  g.  fructìt  maximo,  che  è  quello  descritto 


•)  GussoNE,  G.  —  loco  cit.  p.  126. 

2)  GussoNE,  G. — loco  cit.  p.  126. 

^)  Della  Porta,  G.  B.—loco  cit.  p.  297. 

^)  GussoNE,  G.  —  loco  cit.  p.  127. 

^)  Della  Porta,  G.  B.  -  loco  cit.  p.  384. 


—  33  — 

sopra,  il  cui  fratto  «  fere  malum  magnitudine  peraequet  »:  e  tutte 
tre  sono  registrate  nel  Catalogo  del  Pasquale  *). 


6.  —  Lazzerolo. 

Anche  il  lazzerolo  nulla  ha  mutato  dai  tempi  di  Della  Pobta. 
Quest'autore  dice:  «  ...il  rosso  è  più  comune,  il  bianco  raggiunge 
la  grandezza  d'una  mela,  ed  è  più  odoroso,  più  dolce,  più  ricer- 
cato »  ^).  Sono  appunto  queste,  come  vedesi,  le  due  note  varietà 
del  Crataegus  A^arolus  L.:  quella  a  frutto  rosso  (C  A.  fructo  rii- 
hro)  e  l'altra  a  frutto  gialletto  descritta  dal  G-allesio  col  nome  di 
lazzerolo  bianco  e  della  quale  il  Gussone  dice:  «  Fructus  in  hac 
ex  albo-luteoli  ,  et  saepius  majores  quam  in  praecedente  [laz- 
zarola  rossa],  in  qua  semper  sanguinei,  ac  minores  »  ^). 


1)  Pasquale,  G.  A.  —  loco  cit.  p.  67. 

2)  Della  Porta,  G.  B.  —  loco  cit.  p.  387. 
^)  Gussone,  G.  —  loco  cit.  p.  123. 


Di  alcuni  fenomeni  vulcanici 
del  Bacino  di  Agnano 

del 

socio    V.    GAUTniER 


(con  una  figura) 


(Tornata  del  26  giugno  1913) 

Verso  la  fine  del  1908,  nella  zona  calda  del  bacino  di  A- 
gnano,  ove  sorgono  molte  acque  termali  ed  ipertermali  ed  ove 
una  parte  del  suolo  arido  è  costituito  da  fango  secco,  per  alcuni 
giorni  si  potè  distinguere  chiaramente  un  gorgoglio  sotterraneo 
e  battendo  il  suolo  si  udiva  la  risonanza  di  una  cavità  prossima 
alla  superficie.  Una  mattina  si  trovò  una  cavità  di  forma  ellit- 
tica, il  cui  diametro  maggiore  misurava  circa  m.  1.5  ed  il  mi- 
nore m.  1,  restringendosi  in  basso  ad  imbuto.  Al  fondo  della 
cavità  si  notava  dell'acqua  fangosa  in  continua  agitazione  per 
una  grande  quantità  di  anidride  carbonica,  che  si  sprigionava  a 
grosse  bolle  dal  fondo.  La  temperatura  dell'acqua  era  di  26o_ 
C.  Nei  primi  giorni  di  tanto  in  tanto  venivano  lanciate  intorno 
alle  pareti  della  cavità  e  fino  sul  suolo,  delle  grosse  pillacchere 
di  fango. 

Nella  stagione  estiva  dell'anno  seguente  scomparve  ogni 
traccia  di  acqua,  e  veniva  fuori  l'anidride  carbonica,  che  costituiva 
nella  cavità  stessa  uno  strato  in  cui  un  cerino  acceso  si  spegneva. 
Neil'  inverno  successivo  la  falda  acquea  latente  avvicinatasi  alla 
superficie  del  suolo  per  effetto  delle  piogge,  ricominciò  il  ribol- 
limento, ma  meno  intenso  ed  esso  tuttora  continua  nella  stessa 
stagione. 

Verso  la  fine  del  1911  a  circa  10  m.  da  questa  bocca  si  co- 
minciò a  sentire  un  rumore  sordo,  poi  un  gorgoglio  sotterraneo 
e  dopo  pochi  giorni  si  apri  un'altra  cavità  più  piccola,  anch'essa 
di  forma  ellittica,  ad  imbuto,  lunga  circa  70  cm.,  larga  35  cm. 
e  profonda  30  cm.  Nella  cavità  vi  erano    soltanto  pochi    centi- 


—  35  — 

metri  di  acqua  fangosa  alla  temperatura  di  25°  C,  attraverso  la 
quale  si  svolgevano  bolle  gassoso,  mentre  che  da  un  foro  situato 
ad  un  estremo  veniva  fuori  un  forte  getto  di  gas  accompagnato 
da  un  rumore  cupo. 

Dal  ripetersi  la  formazione  di  queste  due  cavità  o  bocche 
nella  stagione  invernale  o  verso  la  fine  di  questa,  credetti  spie- 
gare il  fenomeno  nel  modo  seguente. 

Per  effetto  della  maggiore  pressione  esercitata  dalla  falda 
latente  ingrossata  dalle  piogge  sull'anidride  carbonica  sottostante, 
che  abbondantemente  si  sprigiona  dal  sottosuolo,  come  attraverso 
le  sorgenti,  il  gas  compresso  gorgoglia  nell'acqua  latente,  la  quale 
agitata  smuove  il  fango  e  di  qui  il  rumore  sordo  in  profondità 
e  poi  il  gorgoglio.  Assottigliandosi  sempre  più  lo  strato  di  fango 
soprastante  e  d'altra  parte  accumulandosi  il  gas  al  di  sotto,  ar- 
riva un  momento  in  cui  lo  strato  di  fango  assottigliato  viene 
squarciato  dal  gas  e  si  forma  la  cavità. 

Queste  bocche  hanno  dei  caratteri  di  somiglianza  con  quelle 
che  ad  intervalli  si  aprono  nella  parte  più  bassa  del  fondo  cra- 
terico della  Solfatara;  ma  mentre  qui  è  il  vapore  acqueo  caldo 
che  si  fa  strada  attraverso  le  screpolature  del  suolo  accomi)agnato 
da  H2S  e  poco  CO2,  ad  Agiiano  invece  è  una  correute  di  CO2 
che  si  fa  strada  attraverso  il  terreno  fangoso  e  l'acqua  latente. 

Ora  queste  bocche,  sia  per  la  bassa  temperatura  dei  prodotti 
(acqua  e  fango),  sia  perchè  nel  periodo  di  siccità  si  riducono  a 
semplici  uscite  di  gas,  si  assomigliano  più  alle  salse,  che  non 
quelle  della  Solfatara,  e  si  differenziano  dalle  salse  di  Sicilia  per- 
chè non  si  ha  espulsione  di  gas  infiammabili,  ma  di  CO2. 

Ma  se  questa  spiegazione  può  essere  sufficiente  per  queste 
due  bocche,  non  lo  è  per  gli  altri  fenomeni  osservati  posterior- 
mente nello  stesso  bacino  di  Agnano  di  cui  passo  a  parlare. 

Nel  giorno  20  marzo  di  questo  anno,  a  circa  10  metri  in 
distanza  delle  precedenti  cavità,  si  cominciò  ad  avvertire  un  ru- 
more sotterraneo,  poi  gorgoglio  ed  il  giorno  appresso  si  ebbe  un 
piccolo  scoppio  seguito  da  lancio  di  pillacchere  di  fango  e  spruzzi 
di  acqua  calda,  e  si  aprì  una  piccolissima  bocca  di  forma  ellit- 
tica, ad  imbuto,  col  diametro  maggiore  di  circa  40  cm.,  il  mi- 
nore di  80,  profonda  40  cm.,  e  stretta  in  basso  circa  16  cm.  In 
questa  cavità  gorgogliava  una  poltiglia  densa,  scura,  dalla  quale 
si  sprigionavano  grosse  bolle  di  gas  e  di  tanto  in  tanto  un  vero 
getto  tli  gas,  che  lanciava  con  un  sibilo  bi-andelli  di  fango  sulle 
pareti  e  perfino  sul  suolo  circostante.  La  poltiglia  aveva  la  tem- 
peratura di  41  C. 


—  36  — 

11  fenomeno  continuò,  presentando  delle  oscillazioni  di  mag- 
giore o  minore  attività  fino  al  giorno  26,  poi,  sparita  la  poltiglia 
fangosa  del  fondo,  cessò  il  gorgoglio  e  si  ebbe  forte  getto  di  gas 
accompagnato  da  un  sibilo,  che  si  udiva  alla  distanza  di  qualche 
metro.  Nel  fondo  si  notavano  dei  lapilli  rivestiti  di  fango  ne- 
rastro, i  quali,  spinti  verso  l'alto  dal  gas,  lasciavano  aperto  un 
buco  dal  quale  veniva  fuori  il  gas,  dando  l'imagine  delle  scorie 
attorno  ad  un  conetto  eruttivo. 

Attualmente  continua  la  fuoriuscita  di  anidride  carbonica 
sotto  forma  di  un  piccolo  getto  accompaguato  da  un  leggeris- 
simo sibilo,  ma  la  cavità  ha  subito  delle  modificazioni  per  essere 
stata  colmata  da  pietre. 

Contemporaneamente  a  questi  fenomeni  se  ne  verificavano 
altri  a  poco  distanza. 


r 


Lo  Spiiidcl  di  Agnano. 


Il  giorno  19  marzo,  cioè  il  giorno  precedente  a  quello  nel 
quale  si  cominciarono  ad  avvertire  il  rumore  sotterraneo  od  il 
gorgoglio  a  cui  seguì  la  piccola  bocca  sopraricordata,  lo  Spru- 
del  di  Agnano  (fontana  con  getto  di  acqua  termale  a  74p  C.  e 
di  gas  CO2)  verso  le  10  cessava  di  un  tratto. 

Siccome  si  stava  eseguendo  una  trivellazione  per  l'allaccia- 
mento di  una  sorgente  termale,  alla  distanza   di  circa  10  metri. 


—  37  — 

si  credette  che,  raggiunta  la  falda  termale  animatrice  dello  Sprudel, 
l'acqua  fosse  stata  deviata  verso  l'altra  sorgente;  ma  alla  osserva- 
zione si  constatò  agevolmente  che  l'acqua  dello  Sprudel  si  man- 
teneva a  pochi  centimetri  al  di  sotto  dell'orlo  del  tubo,  però  priva 
di  gas,  mentre  elio  esternamente  al  tubo,  nella  vasca  di  raccolta, 
comparvero  numerose  bolle  di  gas  e  polle  d'  acqua.  Rimaneva 
quindi  oscura  la  causa  dell'arresto  del  getto,  non  essendo  suiii- 
ciente  a  spiegarla  la  comparsa  delle  polle  d'acqua  allo  esterno  del 
tubo,  dal  momento  che  in  questo  1'  acqua  vi  si  trovava  ancora. 

Se  non  che  verso  le  ore  12  d'un  tratto,  dopo  un  breve  rumore 
cupo,  profondo,  si  ebbe  un  violento  getto  di  acqua  e  gas,  getto 
che  raggiunse  1'  altezza  di  più  di  2  metri,  e  l' acqua  fu  lanciata 
all'intorno  per  un  raggio  di  4  e  più  metri,  colpendo  anche  al- 
cuni operai  che  non  furono  in  tempo  a  fuggire.  Dopo  6  a  7  mi- 
nuti il  fenomeno  andò  diminuendo  ed  il  getto  ritornò  allo  stato 
normale. 

Il  giorno  21  cessò  di  nuovo  il  getto  e  l'acqua  nel  tubo  di- 
scese di  molto.  Per  assodare  se  il  fatto  fosse  dovuto  alla  rottura 
del  tubo  in  qualche  punto  per  erosione,  fu  scavata  la  vasca  at- 
torno al  tubo  ed  alla  profondità  di  50  cm.  fu  rinvenuta  una 
grossa  polla  di  acqua  con  molto  gas  ,  la  quale  scomparve  dopo 
alcune  ore. 

Sempre  allo  scopo  di  conoscere  la  causa  di  tale  arresto,  fu 
tagliato  il  tubo  a  circa  30  cm.  al  di  sotto  del  fondo  della  vasca 
e  si  ebbe  di  nuovo  un'eruzione  con  un  getto  che  raggiunse  l'al- 
tezza del  giorno  precedente  e,  dopo  varie  oscillazioni,  si  abbassò 
fino  a  sorpas.«are  di  poco  il  livello  dell'acqua  nella  vasca. 

Il  lume  del  tubo  tagliato  fu  trovato  di  40  mm.,  mentre  prima 
era  di  60  mm.  ,  per  effetto  della  incrostazione  dovuta  a  carbo- 
nato di  calce  cristallizzato,  ed  a  scopo  sperimentale  fu  introdotto 
nel  tubo  tagliato  e  per  30  cm.  a  colpi  di  martello  ,  un  tubo  in 
ferro  del  diametro  di  40  mm.  Si  ebbe  di  nuovo  un  getto  altis- 
simo con  forte  emissione  di  gas,  getto  che  dopo  pochi  minuti  si 
ridusse  a  pochi  centimetri  di  altezza,  pur  seguitando  a  venir  fuori 
dal  fondo  della  vasca,  attorno  al  tubo,  acqua  e  gas. 

Il  giorno  22  nelle  ore  pomeridiane  lo  Sprudel  ebbe  una  più 
forte  eruzione  preceduta  da  un  rumore  sordo  ,  il  tubo  più  pic- 
colo, che  era  stato  introdotto  in  quello  tagliato,  fu  lanciato  in 
alto,  e  si  ebbe  un  getto  di  più  di  2  metri  con  abbondante  emis- 
sione di  gas,  sì  da  far  spruzzare  l'acqua  spumeggiante  a  note- 
vole distanza. 


—  38  — 

Contemporaneamente  nel  tubo  della  nuova  sorgente  ,  i  cui 
lavori  di  allacciamento  erano  terminati  e  che  dava  un  getto  con 
lievi  oscillazioni,  come  in  tutte  le  sorgenti  ricche  di  CO2,  si  notò 
una  maggiore  attività  del  getto  con  aumento  notevole  di  acqua 
e  gas,  0  si  ebbe  un'eruzione,  per  cui  una  colonna  di  acqua  di  16 
cm.  di  diametro  fu  spinta  a  circa  2  metri  di  altezza.  Dopo  4  mi- 
nuti tutto  rientrò  nello  stato  primiero  ,  ma  nei  giorni  seguenti, 
quantunque  senza  eruzioni,  il  getto  si  mantenne  più  attivo. 

E  degno  di  nota  il  fatto  che  l'acqua  minerale  dello  Sprudel 
ù  diversa  da  quella  della  nuova  sorgente  allacciata  ,  giacché  la 
prima  è  salata  con  odore  di  brodo  di  pollo,  giallastra,  torbidiccia, 
ed  ha  un  residuo  di  gr.  5,1730  per  1000  ,  la  seconda  è  scipita, 
inodore  ,  limpida ,  incolore  ed  ha  un  residuo  di  gr.  4,1762  per 
1000. 

In  quei  giorni  fu  pure  notato  un  maggiore  sviluppo  di  gas 
nella  grotta,  un  tempo  detta  dell'Ammoniaca,  ed  in  un  manu- 
fatto in  vicinanza  di  una  antica  fumarola,  oggi  ridotta  allo  stato 
di  mofeta  e  che  trovasi  presso  i  serbatoi  delle  Terme. 

Il  giorno  27  si  ebbe  di  nuovo  un  forte  aumento  del  CO2  non 
solo  nei  suddetti  luoghi,  ma  anche  di  quello  che  si  sprigiona  dalle 
acque  minerali,  tanto  che  le  pompe  non  furono  in  grado  di  at- 
tingere acqua. 

Ora  tutti  questi  fenomeni  svoltisi  dal  19  al  27  marzo  in  vari 
punti  della  zona  calda  del  bacino  di  Agnano,  e  cioè  la  comparsa 
della  piccola  salsa  il  20,  le  eruzioni  dello  Sprudel  e  l'abbondante 
quantità  di  gas  delle  mofete,  mi  hanno  indotto  a  farne  una  breve 
nota  per  richiamare  l'attenzione  dei  vulcanologi  su  di  essi.  Ri- 
tengo per  parte  mia  che  i  varii  fenomeni  osservati  siano  collegati 
a  quelli  dello  Sprudel  ,  e  dipendono  dall'  aumento  dell'  anidride 
carbonica. 

Mi  piace  a  questo  proposito  ricordare  che  varie  volte,  ad  epo- 
che [)iù  o  meno  distanti  fra  loro,  anche  lo  Sprudel  di  Carlsbad 
in  Boemia  presenta  delle  eruzioni,  che  talvolta  dettero  luogo  a 
danni  rilevanti  nell'  abitato  per  la  grande  quantità  di  acqua  e  di 
pietre  lanciate  a  grande  altezza. 


Fiori,  insetti  e  fumarole 

Nota 

del 

socio  A.   Galdieri 


(Tornata  del  26   giugno  1913) 

Grazie  alle  ricerche  degli  studiosi  di  biologia  vegetale,  e 
specialmente  alle  geniali  osservazioni  del  venerato  prof.  Delpino, 
si  conoscono  molti  mezzi  con  i  quali  le  piante,  allo  scopo  di 
ottenere  la  fecondazione  incrociata,  si  procurano  l' attenzione  e 
quindi  la  visita  degli  insetti.  Fra  tali  mezzi,  com'è  noto,  troviamo 
in  prima  linea  i  colori  vivaci  e  gli  odori.  Questi  ultimi  sono 
assai  varii;  e  naturalmente  ognuno  di  essi  sta  in  relazione  con 
i  gusti  e  le  abitudini  dello  speciale  insetto  pronubo,  ed  ha  F  uf- 
ficio di  attirare  questo  ed  evitare  gl'importuni.  Di  tali  odori  ve 
ne  sono  molti  che  ci  riescono  grati,  ed  altri  che  a  noi,  ma  certo 
non  al  pronubo,  sono  spiacevoli;  ve  ne  ha  di  quelli  che  vengono 
emessi  di  giorno,  altri,  destinati  a  richiamare  gl'insetti  notturni, 
che  vengono  emanati  di  notte,  ed  altri  che  si  svolgono  al  crepu- 
scolo, perchè  servono  a  richiamare  gl'insetti  crepuscolari. 

Tempo  fa  mi  capitò  di  notare  un  caso  molto  interessante 
di  quest'ultima  categoria.  Osservai  cioè  che  le  infiorescenze  della 
Lonicera  impìexa  Ait.,  mentre  di  giorno  hanno  un  grato  odore 
che  ricorda  quello  dei  fiori  d'arancio,  al  crepuscolo  tramandano 
invece  un  forte  e  sgradito  odore,  che  ricorda  precisamente  quello 
di  anidride  solforosa;  odore  che  si  fa  tanto  più  forte  e  penetrante 
quanto  più  avanza  la  sera.  Naturalmente  è  da  supporsi  che  la 
sostanza  odorosa  abbia  composizione  chimica  ben  diversa  dal 
gas  di  cui  simula  l'odore,  ed  infatti  essa  non  reagisce  col  reat- 
tivo di   Casoria  ^).  Osservai  inoltre   che   la    sera  le    infiorescenze 


1)  Casoria,  E.—  Una  nuova  carta  rivelatrice  clelV anidride   solforosa:   An- 
nali R.  Scuola  Sup.  Agricoltura,  Portici,  1904. 


—  40  — 

di  quella  Lonicera  erano  visitate  frequentemente  dalla  Lina 
lìopidi  Fab.  Quest'insetto  non  è  certo  il  pronubo  della  Lonicera 
implexa ,  che ,  avendo  una  lunga  corolla  tubulare ,  è  eviden- 
temente destinata  ad  esser  fecondata  mercè  l' intervento  d' in- 
setti mellisugi  a  lunga  tromba.  Interpretai  perciò  la  presenza 
della  Litia  sulla  Lonicera  come  una  semplice  casualità;  e  non  vi 
pensai  più.  Ma  quest'anno  mi  è  capitato  non  solamente  di  ritro- 
vare di  sera,  e  solo  di  sera,  la  Lina  popiili  in  grande  numero  sulle 
infiorescenze  della  Lonicera  ^  ma  altresì  di  osservare  che  i  fiori 
di  Cyclamen  hederaefolium  Ait.,  che  anche  spandono  odore  sulfu- 
reo, sono  pure  frequentemente  visitati  dalla  Lina  popidi,  e  non 
di  rado  anche  dalla  Coccinella  septempiuictata  Linn. 

Dall'insieme  di  queste  osservazioni  è  lecito  concludere  che 
la  Lina  populi  e  la  Coccinella  septempìinctata  sono  attratti  sulle 
dette  infiorescenze  proprio  dall'odore  sulfureo.  QuegF  insetti  sono 
destinati  a  fecondare  determinati  fiori,  forniti  di  quello  speciale 
odore.  Non  credo  però  che  fra  tali  fiori,  siano  compresi  quelli  di 
Lonicera  implexa  e  di  Cyclamen  hederaefolium^  perchè  questi  due 
non  mi  pare  che  abbiano  speciali  adattamenti  morfologici  per 
essi;  ma  essivi  accorrono,  tratti  in  inganno  dall'odore.  Gl'insetti 
pronubi,  com'è  noto,  sono  spesso  tratti  in  errore:  cosi,  p.  e.,  gl'in- 
setti che  ricercano  le  carogne  accorrono  sui  fiori  ad  odore  cada- 
verico, e  cosi  la  Macroglossa  .stellatarum  Linn.  visita  i  fiori  di- 
pinti o  anche  semplicemente  disegnati,  giusta  le  osservazioni  di 
Schnabl  e,  rispettivamente,  di  Pierantoni  ^). 

Non  deve  poi  sorprendere  che  i  due  insetti  sopranominati,  rite- 
nuti come  carnivori,  ricercano  i  fiori:  Knut  riferisce  che  la 
Coccinella  septempìinctata  si  nutre  pure  di  parti  fiorali,  e  che  al- 
cuni Crisomelidi  visitano  i  fiori,  sia  per  leccarne  il  nettare,  sia 
per  divorarne  alcune  parti  tenere  ^). 

Ad  ogni  modo  le  osservazioni  sopra  riportate,  per  quanto 
originali,  non  avrebbero  per  se  stesse  molta  importanza:  se  non 
che  esse  si  collegano  ad  un  altro  fatto,  interessante  e  non  an- 
cora bene  spiegato,  cioè  alla  presenza  di  insetti  sulle  fumarole 
del  Vesuvio,   dell'Etna,  in  generale  dei  vulcani. 

0.  Gr.  Costa  fin  dall'aprile  del  1826  riferi  alla  R.  Accademia 
di  Napoli  che  in  alcune  fumarole  del  Vesuvio  si  raccoglieva  un 


')  Pierantoni,  U.  —  Sul  comportamento  della  Mncroglossa  sfellnianim  ri- 
spetto ai  fiori  disegnati  :  Boll.  Soc.  Naturai.  Napoli,   Voi.  26.  1911-12,  p.  182. 

2)  Kirox,  P.  —  Handbiich  der  Bliithenbiologie,  Leipzig,  Engelmann,  1898, 
1  Bd.  pag.  220. 


—  41  — 

o-ran  imraei-o  di  instati  i).  Il  fenomeno  interessò  molto  FA'-ca- 
demia,  ed  il  presidente,  Giuseppe  Piazzi,  ed  il  segretario  per- 
petuo, Teodoro  Monticelli,  proposero  ed  ottennero  che  Costa 
stesso,  assieme  a  Nicola  Covulli,  ritornasse  sul  Vesuvio  per  veri- 
ficare la  cosa:  e  l'osservazione  fu  infatti  ripetutamente  confer- 
mata nel  seguente  mese  di  Maggio  ed  in  altre  escursioni  nel- 
l'anno successivo  '•^). 

A.  Costa  nel  1855  ripetette  le  osservazioni  paterne,  accre- 
scendo di  altre  specie  la  fauna  vesuviana  ^),  e  l'arricchì  ancora 
di  più  nel  1856  e  1861-62,  in  cui  la  portò  rispettivamente  a 
34  e  a  67  specie  ■^). 

Anche  lo  scrivente  od  il  couipiauto  prof.  Franco  nel  1895 
trovarono  molti  gruppi  di  Lina  populi  intorno  alle  fumarole  del 
cono  vesuviano  ""). 

Del  pan  all'Etna,  nel  1865,  1883,  1886,  1910,  1911  e  1912, 
come  rilevo  da  scritti  di  Orazio  Silvestri")  e  di  G-aetano  Platania  ^) 
e  da  comunicazioni  private  dei  dottori  De  Fiore  e  Stella  Stauabba, 
ostato  osservato  l'accorrere  di  insetti,  specialmote  della  Cocci- 
nella septempunctata,  alle  fumarole  del  cratere  principale  e  dei 
crateri  avventizii,  nelle   quali  è  comune  l'anidride  solforosa. 

Ed  anche  a  Vulcano,  nei  1909  e  1910,  si  notava,  mi  assicura 
il  Dr  De  Fiore,  un  gran  numero  di  coccinelle  presso  le  fumarole 
esalanti,  fra  l'altro,  anidride  solforosa,  del  Piano  delle  Fuma- 
role, presso  il  cratere. 

A.  Costa  tentò  di  dare  una  spiegazione  dello  strano  fenomeno. 
Eo-li  suppose  che  gl'insetti,  vagando  casualmente  per  la  cima  del 


1)  ("OSTA,  0.  Gr.— Fauna  vesuviana  ossia  descrizione  (h-gV  insetti  che  vivono 
nei  fumaioli  del  cratere  del  Vesuvio:  Atti  R.  Accad.   Se.  Voi.  4,  Napoli,  1839. 

2)  Costa,  0.  G.— Rapporto  sull'escursioni  fatte  al  Vesuvio  in  Agosto,  Ottobre, 
Novembre  e  Dicembre  1827:  Atti  Accad.  Se.  Voi.  4,  Napoli.  1839. 

CovELLi,  N.— S«  la  ìiatura  dei  fiimajoli  e  delle  termantitt  del  Vesuvio  dove 
vivono  e  si  moltiplicano  varie  specie   d'insetti:  Atti  Accad.  Se.  Voi.  4,  Napoli, 

1839. 

3)  GoARisi,  G.  — Palmieri,  L.— ScArcm,  A.  —  Memoriti  sudo  incendio  vesu- 
viano del  mese  di  Maggio  ISoò.—Capo  1 1 1  Osservazioni  zoologiche  fatte  durante 
Veruzione  da  A    Odsta. 

4)  Costa,  A.— Osservazioni  sugl'insetti  che  rinvcngonsi  morti  nelle  fumarole 
del   Vesuvio:    Annali    E.    Osserv.  meteor.   vesuviano,    Voi.  2,  p.  21. 

5)  Franco,  ^.-GrALumm  A.— U  eruzione  del  Vesuvio  nel  mese  di  Luglio  del 
1895:  Boll.  Soc.  alpina  meridionale,  1895. 

6)  SavESTRi,  O.—l  fenomeni  vulcanici  presentati  dalVEtna  nel  1863,  64,  65  e 
66:  Atti  Accad.  Gioeiiia  Se.  Nat.  (3)  Tomo  1,  1867,  p.  262. 

7)  Platania,  G.—Gl  insetti  e  le  eruzioni  vulcaniche:  Boll.  Naturai.  Vili, 
Siena,  1888,  p.  27. 


—  42  — 

vulcano,  attirati  dal  calore,  accorrano  itile  fumarole.  Silvestri  ac- 
cettò tale  spiegazione ,  aggiungendo  inoltre  che  l'aumento  di 
temperatura  determinerel)be  uno  sviluppo  più  celere  e  più  pre- 
coce del  solito  dello  uova  di  quegli  insetti;  o  che  nel  corso  di 
una  eruzione  si  potrebbero  determinare  condizioni  che  favori- 
scano localmente  la  vita  e  lo  sviluppo  degli  insetti. 

La  spiegazione  di  Costa  non  è  ammissibile:  perchè  non  si  può 
credere  che  gì'  insetti  si  trovino  casualmente  in  gran  numero  va- 
ganti sulla  cima  del  vulcano,  cima  che  nel  caso  del  Vesuvio  dista  più 
di  un  migliaio  di  metri  dalle  ultime  macchie,  le  quali  si  arrostano 
inoltre  a  non  meno  di  500  metri  più  in  basso,  e  nel  caso  dell'Etna 
ne  è  ancora  assai  più  lontana;  perchè  essi  non  sono  attratti  dal 
calore,  come  si  può  rilevare  dal  fatto  che  non  accorrono  né  alle 
fiamme,  né  alle  lave,  e  neanche  alle  fumarole  della  Solfatara;  per- 
chè al  Vesuvio  stesso  essi  non  si  trovano  sempre,  né,  come  fece 
osservare  Palmieri  ,  visitano  tutte  le  fumarole,  ma  solo  alcune, 
mentre  altre  con  la  stessa  temperatura  vengono  da  essi  del 
tutto  trascurate ,  ed  in  ciascun  anno  scelgono  quelle  che  loro 
convengono  ^). 

Tanto  meno  possono  accettarsi  le  ipotesi  di  Silvestri: è  assurdo 
supporre  che  gl'insetti  trovino  attorno  ai  crateri,  sulle  nude  rocce 
d'onde  fuoriescono  i  gas  vulcanici,  le  condizioni  favorevoli  per 
assolvere  il  loro  ciclo  vitale;  che  viceversa,  come  è  noto,  deve 
svolgersi  in  condizioni  di  ambiente  specialissime,  e  spesso  di- 
verse nei   varii  stadii. 

Invece  la  circostanza,  che  fra  gì'  insetti  che  accorrono  alle 
fumarole,  anzi  fra  quelli  che  vi  accorrono  più  numerosi ,  come 
risulta  dall'elenco  datone  da  A.  Costa,  sono  appunto  la  Lina 
populi  e  la  Coccinella  septempìinctatn ,  mi  spinge  a  credere  che 
q negl'insetti,  come  sono  tratti  in  inganno  dall'odore  dei  due  fiori 
anzidetti,  cosi,  e  non  essi  soli,  ma  anche  almeno  parte  degli 
altri  insetti  che  si  trovano  presso  le  fumarole  dei  vulcani ,  ac- 
corrono a  queste,  tratti  in  inganno  dall'odore  di  anidride  solfo- 
rosa che  da  essi,  in  determinate  fasi,  si  svolge. 

Cosi  si  spiegherebbe  anche  perché  non  sempre  né  a  tutte 
le  fumarole  accorrono  gì' insetti,  e  perché  si  tratta  sempre  delle 
stesse  specie:  le  fumarole  visitate  sarebbero  quelle  ad  anidride 
solforosa,  che  non  sempre  si  svolge  dal  vulcano;  gl'insetti  sareb- 
bero fra  quelli  che  sogliono  visitare,  forse  ai  fini  della  feconda- 
zione incrociata,  i  fiori  ad  odore  sulfureo. 
't^ 

')  Palmieri,  L.  in  Costa,  A. — Osservazioìd  siigli  insetti  eie.  Aniiali  R.  Os- 
serv.  lueteor.  vesuviano,  li,  1862,  note  a  p.  21  e  22. 


—  43  — 

Anche  un'altra  circostanza  conforta  questa  ipotesi,  ed  è 
che,  quando  col  prof.  Franco  raccolsi  la  Lina  populi  sul  cono 
vesuviano,  il  l'umo,  come  è  registrato  nella  relazione,  sentiva  ap- 
punto fortemente  di  anidride  solforosa.  Ed  a  'tal  proposito  ag- 
giungo che  durante  la  stampa  di  questa  nota  ho  appreso  dal 
prof.  Mercalli,  che  mentre  fino  a  pochi  giorni  fa,  quando  l'odore 
di  anidride  solforosa  era  ancora  predominante  al  Vesuvio,  egli 
trovava  sul  cratere,  nelle  sue  frequenti  escursioni,  gran  numero 
di  coleotteri,  attualmente,  dopo  che,  da  pochi  gioì  ni ,  quel  gas 
è  stato  sostituito  dall'acido   cloridrico,  non  ve  ne  trova  più. 

Questo  nesso,  ora  intravisto,  fra  l'anidride  solforosa  e  le  coc- 
cinelle spiegherebbe  anche  la  volgare  tradizione  che  una  straor- 
dinaria apparizione  di  coccinelle  stia  tra  i  fenomeni  precursori 
delle  eruzioni:  le  coccinelle  sarebbero  richiamate  dall'odore  di 
anidride  solforosa,  gas  che  ,  come  è  noto,  è  tra  i  primi  che  ap- 
paiono nelle  fumarole  quando  esse,  col  crescere  della  loro  atti- 
vità, indicano  l'approssimarsi  di  una  fase  eruttiva. 

Ad  ogni  modo  sarebbe  bene  che  coloro  i  quali  avranno  altr.' 
volte  occasione  di  raccogliere  insetti  sul  cratere  tenessero  conto 
della  presenza  o  meno  di  essi  intorno  alle  fumarole  ad  anidride 
solforosa,  per  poter  eventualmente  confermare  questa  mia  ipotesi. 

Gabinetto  di  Mineralogia   e    Geologia  della  R.  Scuola  sup.  d'  Agricol- 
tura  di  Portici. 


Composizione  chimica 
del  Nespolo  del  Giappone  (Eriobotrya  jàponicR) 


del 
socio  Alessandro  Cutolo 


(Tornata  del  31  luglio  1913) 

Sul  finin;  dell'  inverno  —  quasi  ad  annunziare  che  è  comin- 
ciata la  primavera  in  altra  parte  del  nostro  paese  —  appare  sul 
mercato  di  Napoli  ,  primo  fra  tutti,  il  frutto  del  Nespolo  del 
Giappone,  che  ci  viene  da  la  vicina  Sicilia. 

Il  pomo  di  forma  ovale,  più  o  meno  allungata  ,  sostenuto 
da  un  grosso  peduncolo  peloso,  grigio,  è  coperto  da  una  buccia 
di  colore  arancio,  quasi  liscia,  ed  è  coronato,  d'ordinario,  a  l'a- 
pice da  i  residui  del  calice.  La  polpa  bianca  o  gialletta,  al  giu- 
sto punto  di  maturità  ,  è  di  sapore  dolcissimo  ,  acidulo  e  lieve- 
mente profumato. 

Per  i  suoi  caratteri  esteriori  non  molto  belli  e  forse,  anche, 
p>er  il  suo  prezzo  modesto,  questa  frutta  non  ha  l'onore  di  essere 
presentata  nella  tavola  di  lusso.  Ma,  d'altra  parte,  non  ha  un 
prezzo  cosi  basso  da  poter  essere  mangiata  in  abbondanza  dal 
popolo,  che  ricaverebbe  da  esso  un  poco  della  sua  razione  di 
zucchero,  resa  cosi  difficile  dal  nostro  regime  protezionista. 

Nella  sua  interessantissima  monografia  ^),  «  Il  Nespolo  del 
Griappone  »,  De  Rosa  si  è  occupato  di  questa  pianta  sotto  tutti 
i  punti  di  vista:  botanico,  agrario,  e  commerciale,  e  presenta  al 
lettore  il  risultato  dei  suoi  studi  in  tali  termini  : 

<v  II  Nespolo  del  Giappone,  come  tutte  le  cose  che  vengono 
facilmente  nel  nostro  clima  ,  in  mono  di  un  secolo  è  divenuto 
di  consumo  popolare,  ma,  per  quanto  il  suo  frutto  all'  apparire 
sul  mercato  come  cosa  nuova    destasse    curiosità  e  fosse   tenuto 


')  De  Rosa,  Fr.  —  Il  Nespolo    del  Giappone  :  Atti  R.  Istit.  lucoragg.  Na- 
poli  — (6)  Voi.  y. 


—  45  — 

in  pregio  ,  pure  non  se  ne  perfezionò  il  gusto,  e  la  produzione 
non  assunse  carattere  di  frutto  da  commercio  ,  uè  fu  peranco 
identificato  nelle  sue  innumerevoli  variazioni.  > 

«  Appena  qualcuno  ne  consi'lerò  pregio  la  grossezza  del 
frutto  o  la  minore  quantità  o  grossezza  dei  semi,  pochi  o  nes- 
suno ne  attese  alla  scolta  oculata  e  fa  caso  la  presenza  di  buoni 
prodotti,  rari  in  mezzo  alla  massa  scadente.  » 

«  La  Nespola  del  Giappone  oggi  si  è  assisa  fra  la  frutta  di 
commercio,  e  l'attività  illuminata  di  società  ed  amatori  confor- 
tati ,  meno  qui  che  altrove,  dell'opera  degli  enti  tecnici  dello 
Stato  è  guida  ad  una  produzione  degna,  tanto  più  facile  ad  ot- 
tenersi nelle  nostre  condizioni  di  suolo  e  di  clima.  » 

Queste  considerazioni  ed,  ancora  più,  la  diffusione  che  va 
pigliando  la  cultura  di  questo  frutto  nel  nostro  paese  mi  spin- 
sero ad  eseguirne  una  completa  analisi  chimica,  che  finora  non 
mi  risulta  fatta  da  altri. 


BoRNTRAEGER  ^)  ha  studiato  solamente  gli  acidi  e  gli  zuccheri 
che  sono  contenuti  nel  frutto ,  estraendone  il  sugo  in  alcuni 
campioni  provenienti  da  Palermo. 

I  due  primi  quasi  immaturi  ed  il  terzo  ben  maturo. 

Da  l'analisi  di  100  ce.  di  mosto  ebbe  i  seguenti  risultati  : 


Zucchero  invertito  2,74         4,20         6,00 

Saccarosio  4,30         2,47         4.94 

Acidità,  in  acido  malico    1,75         1,37         0,60 

L'  acidità,  secondo  la  sua  analisi,  è  costituita  da  acido  malico 
e  citrico  principalmente  ;  quest' ultimo  è  contenuto  nella  quantità 
di  1,12  7o  di  sugo  nel  primo  campione,  e  di  gr.  0,84  ^o  uel  secondo. 

Ballano  -)  riporta  le  seguenti  determinazioni  fatte  in  un  cam- 
pione proveniente  da  Cherchell  : 

Il  peso  di  100  nespole  è  di  gr.  708,  dei  quali  229  sono  rap- 
presentati da  i  semi. 


1)  BoRNTRAEGER.  — Su^rh*  (icidi  orgdnici  e  mi/li  znechcri  contemdi  in  alcuni 
frutti,  specialmente  meridionali:  Stazioni  sperimentali  agrarie,  Voi.  34,  Mo- 
dena, 1901. 

2)  Ballano,  A..—Les  aliments:  Parigi,  1"J07. 


—  46  — 

La  polpa  ha  fornito,  per  pressione,  424  gr.  di  sugo  della 
composizione  seguente  : 

Acidità,  espressa  in  acido  solforico  :     0,289  "/o 
Materie  zuccherine  :  10,380  "/o 

Mi  è  sembrato,  dunque,  necessario  completare  la  conoscenza 
di  questo  frutto,  riservandomi  di  comunicare  il  risultato  di  altre 
mie  ricerche  su  alcune  preparazioni  poco  note  del  Nespolo  e  su 
le  conserve  che  se  ne  fanno. 


Neil'  eseguire  le  varie  determinazioni  mi  sono  servito  dei 
metodi  più  accreditati  ed  accettati  da  tutti. 

Ho  lisciviato  la  polpa,  ridotta  in  poltiglia  con  quantità  mi- 
surata di  acqua  calda  o  fredda,  secondo  i  casi,  per  dosare  le  so- 
stanze solubili,  e  mi  sono  servito,  invece,  della  polpa  tagliata  a 
piccoli  pezzi  e  seccata  per  le  altre  determinazioni. 

L'acidità  ho  espressa  in  acido  citrico,  perchè,  secondo  Born- 
TRAEOER,  questo  trovasi  in  maggiore  quantità  nel  sugo. 

Nel  determinare  gli  zuccheri  non  ho  trovato  grande  diffe- 
renza nei  dosamenti  fatti  prima  e  dopo  l' inversione  del  liquido. 

I  miei  risultati  possono  sembrare  differenti  da  quelli  di  Born- 
TRAifiGER  se  non  si  tien  presente  che  egli  ha  dosato  i  due  zuc- 
cheri nel  succo  del  frutto. 

Io,  in  vece,  ho  operato  il  dosamento  estraendo  la  polpa  con 
acqua  calda;  si  comprende  come  per  l'acidità  del  liquido  sia  av- 
venuta l'inversione  del  saccarosio  da  lui  trovato. 

Per  ottenere  risultati  ancora  più  attendibili  e  costanti  ho  com- 
pletato addirittura  l' inversione  con  il  metodo  ordinario,  in  modo 
che  le  mie  cifre  rappresentano  lo  zucchero  totale  espresso  solo  in 
glucosio. 

Mi  sono  procurato  il  materiale  sul  mercato  di  Napoli,  avendo 
cura  di  scogliere  i  frutti  in  quello  stato  di  maturazione  che  li 
rende  graditi  al  gusto,  mentre  non  presentano  ancora  alcun  segno 
di  alterazione. 


—  47  — 

Campione  I.  —  E  provouiente  da  Palermo. 

Frutto  grosso,  di  forma  allungata,  con  buccia  sottile  di  colore 
giallo-dorato.  Polpa  lievemente  colorata  in  gialletto,  dolce,  pro- 
fumata. Contiene  3  semi. 

Peso  medio  di  ogni  nespolo  gr.  32-33. 

Rapporto  tra  buccia,  polpa  e  semi   1  :  4.5  :  i 


Polpa 

Polpa  e   buccia 

Acqua 

86,80 

85,84 

Acidità  (in  acido  citrico) 

0,14 

0,134 

Zuccheri  (in  glucosio) 

7,88 

6,69 

Albuminoidi  (N  x  6,25) 

1,75 

1,57 

Grassi  (solubile  in  etere) 

0,088 

0,192 

Cellulosa 

0,39 

0,48 

Ceneri 

0,70 

0,75 

Sostanze  non  determinate 

e  pei 

"dite 

3,252 

•4,344 

100,000       100,000 

Camjnone  IL  —  E  proveniente  dai  dintorni  di  Napoli. 

Frutto  di  inedia  grandezza ,  di  forma  quasi  rotonda  ,  con 
buccia  non  molto  sottile  di  colore  giallo.  Polpa  quasi  bianca 
dolcissima.  Contiene  3  semi. 

Peso  medio  di  ogni  nespolo  gr.  26-28. 

Rapporto  tra  buccia,  polpa  e  semi   1  :  3,7  :  0,94 


Polpa 

Polpa  e  buccia 

Acqua 

84,70 

84,68 

Acidità  (in  acido  citrico) 

0,138 

0,13 

Zuccheri  (in  glucosio) 

9,12 

8,16 

Albuminoidi  (N  x  6,25) 

1,77 

1,64 

Grassi  (solubile  in  etere) 

0,08 

0,19 

Cellulosa 

0,42 

0,54 

Ceneri 

0,82 

0,80 

Sostanze  non  determinate 

e  perdite 

2,952 

3,86 

100,000         100,00 

Napoli,  Laboratorio  Chimico  Municipale,  Maggio  Ì91ì3. 


Dei  tumori  spontanei  nei  mammiferi 
Fibroiiiioiiia  delle  cavità  nasali  nel  cavallo 

pel 

socio  Claudio  Gargano 
(con  la  Tav.  1.) 


(Tornata  del  26  Giugno  1913) 

MoRAU  ('894)  per  primo  ebbe  la  fortuna  di  poter  studiare 
un  sorcio  spontaneamente  carcinomatoso  e  potette  trapiantare 
con  successo  su  altri  sorci  dei  frammenti  del  tumore  in  parola. 
Le  esperienze  di  Morau  hanno  orientato  la  Patologia  sperimen- 
tale su  di  un  campo  fino  allora  inesplorato,  infatti  in  poclii  anni 
i  lavori  sui  neo|)lasmi  dei  sorci  si  sono  moltiplicati,  tanto  da  far 
dire  a  Borrel  ('908)  che  «  gràce  à  la  souris,  les  plus  belles  ex- 
périences  peuvent  étre  permises   ». 

E  se  è  ben  vero  che  nel  sorcio  si  possono  osservare  tutte  le 
varietà  istologiche  dei  tumori  umani  e  questi  tumori  i)ossono 
trapiantarsi  in  serie,  come  una  cultura  di  comuni  batteri,  credo 
azzardata  la  conclusione,  che  vogliono  trarre  i  patologi,  che  il 
sorcio  portatore  di  neoplasmi  debba  chiarire  e  risolvere  l'arduo 
problema  dell'etiologia  del  cancro  umano. 

Una  critica  serena  ed  obbjetbiva  delle  numerose  ricerche  sul 
cancro  dei  sorci  dimostra  quanto  disparate  siono  ancora  le  ten- 
denze degli  AA.  e  come  si  sia  ben  lungi  dal  venire  ad  un  ac- 
cordo. 

Ed  allora  vediamo  che  molti  sfiduciati,  e  per  lo  meno  poco 
convinti ,  ritornano  ad  un  sistema  antico  di  osservazione  ,  cioè 
alle  statistiche.  L'annotare  fedelmente  i  fatti  che  si  presentano 
allo  sguardo  dello  studioso,  il  rilevare  quali  cause  abbiano  po- 
tuto influire  sullo  sviluppo  di  un  determinato  neoplasma,  le  pre- 
disposizioni individuali,  i  fattori  di  benignità  o  di  malignità, 
preparar  doveva  un  vasto  materiale  ,  perchè  un  occhio  sagace 
avesse  potuto  leggere  e  decifrare  tal  complesso  e  difficile  libro 
della  natura. 


—  49  — 

Più  utile  al  certo  in  questo  minuzioso  lavoro  preparatorio 
apparisce  lo  studio  dei  casi  di  tumori  spontanei  verificatisi  nei 
Vertebrati  e  principalmente  nei  Mammiferi,  che  hanno  maggiori 
simÌ2:li^ì'nze  con  la  razza  umana. 

Se  ci  facciamo  a  considerare  le  vecchie  statistiche  delle  scuole 
veterinarie  e  degli  uffici  sanitari  annessi  ai  macelli  (per  quanto 
riguarda  animali  di  grossa  taglia),  vediamo  che  esse  sono  molto 
superficiali  ;  non  si  trova  in  tanta  copia  di  osservazioni  il  con- 
forto di  una  diagnosi  istologica,  ed  apparisce  evidente  che  i  tu- 
mori furono  soltanto  diagnosticati  per  i  loro  caratteri  macro- 
scopici. 

E  volendo  per  ora  soffermare  la  nostra  attenzione  ai  tumori 
del  cavallo,  questi  sembrerebbero  a  'priori  abbastanza  frequenti  ; 
infatti  una  statistica  riportata  da  Gukrbini  ('910)  dà  i  seguenti 
risultati  : 


autopsie 

casi 

percentuale 

Berlino 

62,975 

580 

0,9  o/o 

Monaco 

7,380 

156 

2,1  Vo 

Dresda 

15,750 

395 

2,5  o/o 

Alfort 

18,100 

218 

1,2  o/o 

Necessariamente  viene  un  amaro  rimpianto  per  tanta  copia 
di  materiale  cosi  ))rezioso,  che  è  andato  perduto,  ed  un  monito 
perchè  in  avvenire  i  tumori  degli  animali  sieno  studiati  con 
amore  e  con  tutti  i  migliorati  metodi  di  tecnica  dall'anatomista 
patologo  e  dal  chirurgo.  È  principalmente  il  chirurgo  colui  che 
meglio  di  altri  può  apprezzare  i  vari  fenomeni  osservati,  notarne 
le  cause  e  gli  effetti  e  metterli  in  rapporto  con  quelli  dell'uomo. 

Di  grande  importanza  appariscono  i  lavori  recenti,  promossi 
dalle  varie  Società,  che  si  propongono  lo  studio  del  cancro  per 
r  indirizzo  scientifico,  che  li  ha  guidati. 

BoLLiNGER  ('887)  cred*,'tte  stabilire  in  una  maniera  abba- 
stanza sicura  che  esistono  molti  tumori  negli  animali  di  origine 
infettiva  ,  ed  egli  infatti  ne  descrisse  fin  dal  1869  uno  a  tipo 
fìbromatoso  nel  polmone  del  cavallo,  il  cui  agente  sarebbe  stato 
un  particolare  fungo  da  lui  denominato  Zoogloea  pulmonis  equi. 

Rivolta  e  Micellonk  ('884)  ritornando  sull'argomento  vi- 
dero che  nel  cavallo  si  verificano  molti  processi  infiammatori 
dopo  la  castrazione,  che  si  traducimo  con  una  neoproduzione  di 
tessuto.  Costante  in  essi  sarebbe  la  presenza  di  un  fungo  il  Di- 


—  50  — 

sco-myces  equi,  assai  simile  all'  Adinomyccs  hovis  per  1'  aspetto  a 
grapj)olo  d'uva  a  grani  serrati  e  corti  p(Khincoli. 

JoHNE  ('884),  come  si  rileva  da  un  aiticolo  riassuntivo  cri- 
tico del  Waserzug  ^),  ebbe  occasione  di  osservare  nel  cavallo 
sette  casi  di  tumori  in  condizioni  analoghe.  In  tre  casi  ritrovò 
la  forma  di  un  fungo  simile  all'  Actinomyces  che  aveva  indicato 
Rivolta.  Gli  altri  casi  fornii'ono  in  olirò  un  organismo  di  a- 
spetto  un  poco  difterento  e  rassomigliant(ì  molto  all'  Ascococcus 
Billrothii.  Era  un  micrococco  riunito  in  piccole  masse  o  colonie 
primarie  di  5  a  10  [x  di  diametro  e  disposti  in  colonie  seconda- 
rie, che  formavano  alla  superficie  del  tumore  delle  piccole  pro- 
minenze coniche  di  1  a  3  millimetri.  Ciascuna  delle  piccole  masse 
si  trova  circondata  da  una  membrana  brillante  ed  omogenea  che 
la  chiude  come  in  una  capsula.  Le  prominenze  coniche  conten- 
gono frequentemente  una  goccia  di  pus  giallastro.  F.  (John,  a 
cui  JoHNE  comunicò  la  sua  scoperta,  dette  a  questo  microorga- 
nismo il  nome  di  Ascococcus  Johnei.  Disgraziatamente  Johne  non 
potette  farne  culture  pure,  né  inoculazioni  ad  animali.  La  pre- 
senza di  una  capsula  jalina  lo  indusse  invece  a  chiamare  il  mi- 
crobio col  nome  di  Micrococcus  ascoformans. 

E  sopratutto  a  Rabe  ('884)  che  si  deve  lo  studio  completo 
del  microparassita  in  parola,  Rabe  lo  potette  coltivare  in  cultura 
pura  e  farne  degli  innesti  nel  cavallo.  Dopo  formazione  di  un 
edema,  che  si  mantiene  circa  10  giorni,  l'A.  ottenne  in  4-6  set- 
timane un  tumore  sul  quale  apparvero  delle  piccole  escrescenze 
molli,  della  grandezza  di  una  ciliegia.  Ciascuna  di  essa  rinchiu- 
deva un  grande  numero  di  colonie  simili  a  quelle  da  cui  pro- 
veniva la  cultura  che  era  servita  alle  inoculazioni.  I  micrococchi 
si  coloravano  facilmente  con  i  differenti  colori  di  anilina. 

Montane  ('894) ,  osservando  alcuni  sarcomi  muscolari  nel 
cavallo ,  ha  ricercato  il  meccanismo  di  dissociazione  dei  fasci 
primitivi,  convincendosi  che  questi  si  riassorbono  per  1'  azione 
dissolvente  degli  elementi  prodotti  dalla  moltiplicazione  del  pro- 
toplasma di  costituzione  ,  nel  mentre  che  le  cellule  in  parola 
concorrono  alla  formazione  del  neoplasma.  Secondo  FA.  nelle 
condizioni  normali  la  funzione  muscolare  mantiene  in  sott'  or- 
dine le  attitudini  cellulari  vegetative  del  fascio  primitivo.  Sotto 
l'influenza  invece  di  alcune  cause  patologiche  queste  attitudini 
vegetative  si  svegliano  e  l'indiiferenza  cellulare  ,  riprendendo  i 
suoi  diritti  sulla  funzione  speciale  ,  si  esprime  con  una  prolife- 


^)  Waserzug,  E.  —  Sur  un  mìcroorganisme  pathogène  de  certaines  tumeurs 
infectieiises:  revue  critique  :  Ann.  Inst.  Pasteur  Pai'is,  Tome  1.  p.  196-197,  1887. 


—  51  — 

razione  che    disloca    la    sostanza    muscolare  e    finisce    per    farla 
sparire. 

Drouin  e  Renon  ('896j  hanno  notato  su  di  un  cavallo  una 
generalizzazione  ueoplastica  sottocutanea,  simile  per  alcuni  ca- 
ratteri alla  botriomicosi. 

La  malattia  si  traduceva  con  tumori  fibrosi  spessi  ,  svilup- 
pati alla  nuca,  al  collo  ,  alla  spalla  ,  tumori  che  si  ulceravano 
dando  fuoriuscita  ad  un  pus  di  buona  natura,  ma  di  un  odore 
particolare.  L'esame  microscopico  e  culturale  foco  vedere  la  pre- 
senza di  un  micelio  ramificato,  forse  V Aspergillus  fumigatus.  Non 
è  facile  dal  reperto  anatomo-patologico  poter  dire  se  la  micosi 
sia  primitiva  alla  neoplasia  o  secondaria  alla  stessa. 

Il  meccanismo  bio-chimico  di  produzione  del  pigmento  nero 
nei  tumori  dei  cavalli  è  stato  oggetto  di  un  accurato  lavoro  di 
Gessard  ('903).  Il  detto  A.  lo  ritiene  simile  al  nero  dei  Cefalo- 
podi, e  crede  si  avrebbe  per  la  presenza  di  due  agenti,  di  una 
diastasi  ossidante  e  di  un  cromogeno  :  la  tirosina  è  il  cromogeno, 
la  cui  ossidazione,  mercè  la  tirosinasi.  determina  la  formazione 
del  pigmento  nero. 

Petit  e  Borrel  {'907)  riferiscon(;  una  prima  loro  osserva- 
zione di  epitelioma  branchiale  nel  cavallo,  del  quale  erano  riu- 
sciti positivi  degli  autoinnesti  nella  mammella  e  nella  con- 
giuntiva. 

Successivamente  Guerrini  ('908)  dà  comunicazione  di  un 
sarcoma  dell'  intestino  di  un  cavallo.  Il  neoplasma  aveva  sede 
nella  parte  non  mesenteriale  del  duodeno  a  4-6  cm.  dal  piloro, 
e  presentavasi  sotto  forma  di  un  corpo  tuberoso,  nodulare,  senza 
rapporto  con  la  sierosii.  Il  reperto  microscopico  dimostrò  risul- 
tare di  piccole  cellule  rotonde,  ammassate  le  une  contro  le  altro 
ed  in  parte  contenute  in  alveoli  di  tessuto  connettivale,  L'  A. 
formula  la  diagnosi  di  sarcoma  a  piccole  cellule  rotonde  origi- 
natosi per  metaplasia  di  un  tessuto  connettivo  iperplastico,  po- 
sto fra  gli  strati   muscolari   della   parete  intestinale. 

Jàger  ('909)  prende  come  argomento  delle  sue  ricerche  la 
melano-sarcomatosi  dei  cavalli  bianchi,  che  considera  come  l'e- 
spressione di  una  anomalia  dei  cambiamenti,  dovuti  alla  depig- 
mmitazione  progressiva  dei  tegumenti  p.;r  opera  di  un  fermento 
specilicamente  melanogeno,  c;he  produce  melanina  in  segtiito  ad 
ossidazione  intracellulare  della  surrenina.  Nella  melano-sarcoma- 
tosi si  avrebbe  a  rilevare  un  doppio  fattore  attivo  ,  e  cioè  la 
produzione  del  pigmento  e  la  proliferazione  cellulare.  I  tumori 
in  parola  debbono    quindi   essere    considerati    come  dei  sarcomi 


—  62  — 

fusocellulari,  anziché  comò  dei  cromot  oforomi ,  nel    senso  in- 
dicato da  RiBBERT  ('899). 

GuEiiiuNi  ('909)  in  un  altro  suo  notevole  lavoro,  esamina  un 
sarcoma  [iriinitivo  della  })ortio  bulharis  della  congiuntiva  di  un 
cavallo,  le  cui  caratteristiche  erano  la  proliferazione  dei  suoi 
elementi,  L'  etiologia  si  sarebbe  dovuta  ricercare  in  fenomeni 
nietaplasici  del  connettivo  perivascolare. 

ScHNKY  ('910)  si  occupa  dei  cosi  detti  colesteatomi  dei 
plessi  ventricolari  nel  cavallo,  notando  una  frequenza  del  50  «/o  su 
256  encefali  esaminati.  È  probabile  che  non  debbano  considerarsi 
come  tumori  veri,  ma  piuttosto  come  granulomi  per  la  flogosi 
prodotta  dalle  concrezioni  di  colestearina.  Distingue  1'  A.,  due 
varietà  di  colesteatomi  :  il  granuloma  cholesterinicain  midtinodu- 
lare  o  agglomcratum  ed  il  granuloma  cholesterinicum  solidum  (co- 
lesteatoma  liscio). 

Sabrazes,  Marchal  e  Muratet  ('910)  descrivono  un  caso 
di  libro -sarcoma  nel  cavallo  con  localizzazione  nei  muscoli  pro- 
fondi del  petto,  negli  stinchi  degli  arti  posteriori  e  dell'arto  an- 
teriore sinistro,  nel  polmone,  e  sulla  valvola  mitrale.  Attorno  agli 
stinchi  il  tumore  formava  delle  vere  guaine,  le  quali,  per  com- 
pressione, avevano  suscitato  una  reazione  periostale  straordinaria, 
sotto  forma  di  stallattiti  ossee. 

Nelle  fibre  muscolari  dissociate  poste  nell'interno  del  tumore 
della  regione  pettorale  ed  in  quelle  situate  intorno  al  tumore, 
gli  AA.  osservarono  dei  sarcosporidii.  Data  la  grande  frequenza 
di  questi  parassiti  nei  cavalli  (secondo  Guillaume  il  90  "/o  ne 
sono  affetti)  e  la  relativa  rarità  dei  neoplasmi  negli  stessi  ani- 
mali, bisognerebbe  essere  molto  riservati  ad  ammettere  un  nesso 
patologico  tra  i  due  stati.  Tuttavia  gli  AA.,  senzn  considerare  i 
sarcosporidii  trovati  in  prossimità  del  tumore,  come  agenti  del 
sarcoma,  credono  che  abbiano  potuto  determinare  una  ilogosi 
cronica  nei  muscoli,  per  la  quale  si  sarebbe  avuto  un  processo 
di  difesa  mesodermica,  che,  sorpassando  alcuni  limiti,  abbia  por- 
tato alia  formazione  della  neoplasia  sarcomatosa. 

Petit  ('911),  consecutivamente,  a  proposito  di  un  secondo 
caso  <li  epitelioma  branchiale  del  cavallo,  ci  dice  essere  inoonte- 
stabile  l'origine  branchiale  di  tali  tumori  non  potendo  gli  epite- 
liomi pavimentosi  o  malpighiani  o  globo-epidermici  provenire  altro 
che  dall'ectoderma  o  dai  suoi  derivati.  «  Dal  momento  che  la 
pelle  della  testa  e  del  collo  è  intatta,  dice  il  citato  A.,  e  che  lo 
stesso  è  della  mucosa  digestiva  e  respiratoria,  di  quella  delle  glan- 
dole  ectodermiche  e  dei  loro  condotti  escretori;  dal  momento  che 


—  53  — 

il  tumore  cervicale  è  esclusivo  e  che  tutti  gli  organi  suscettibili 
di  generarlo  sono  intatti,  astrazion  fatta  dalle  adenopatie  can- 
cerose tradenti  possibilmente  il  principio  della  generalizzazione, 
siamo  bene  obbligati  di  riconoscere  per  esclusione  che  questi  tu- 
mori non  possono  derivare  che  dalle  fenditure  branchiali,  obli- 
terate è  vero  fin  dalla  più  lontana  epoca  embrionale,  ma  il  cui 
ejìitelio  non  è  totalmente  scomparso,  ma  resta  pertanto  vivente 
di  una  vita  latente  in  mezzo  al  tessuto  congiuntivo,  suscettibile 
di   proliferazione  neoplastica  ». 

In  un'altra  memoria  Petit  in  unione  a  Germain  ('911)  ri- 
porta il  caso  di  un  papilloma  della  mucosa  mascellare  di  un  vec- 
chio cavallo,  ^molto  caratteristico  per  il  fatto  che  fra  le  lunghe 
papille  penetra  profondamente  un  epitelio  del  pari  molto  accre- 
sciuto. Tale  strato  epiteliale  riproduce  una  superficie  abbastanza 
irregolare  e  molto  cheratinizzata  in  vicinanza  dei  molari. 

Ameuille  ('911)  in  una  monografia  sul  cancro  delle 
capsule  surrenali,  descrive  la  struttura  di  un  tumore  di 
una  capsula  surrenale  in  un  cavallo,  di  colore  rossastro,  e  della 
grandezza  come  tre  volte  il  pugno.  L'esame  microscopico  mise 
in  evidenza  una  grande  quantità  di  sangue,  nel  quale  si  trova- 
vano sparsi  degli  ammassi  di  cellule  poliedriche  a  nuclei  rotondi 
(evidentemente  cellule  epitelioidi  neoplastiche)  ed  il  tutto  era  cir- 
condato da  un  tessuto  fibroso,  che  separava  le  cellule  preceden- 
temente descritte  dalla  restante  sostanza  corticale  surrenale. 

Petit  ('912)  infine  ci  dice  che  nelle  giumente  di  manto  gri- 
gio (così  frequentemente  aifette  da  melanosi)  sia  comune  la  lo- 
calizzazione neoplastica  alle  mammelle,  alla  vulva,  ed  all'ano.  In 
generale  al  di  sotto  dello  strato  melanico  si  trovano  disseminati 
piccoli  e  grossi  tumori  sarcomatosi  frammischiati  ancora  con  al- 
cuni residui  glandolari.  I  gangli  retromammari  sarebbero  an- 
ch'essi sede  di  metastasi  sarcomatose. 

E  del  tutto  recentemente  nella  seduta  17  febbraio  Borrel 
e  Masson  ('913)  riferiscono  all'  «  Association  francaise  pour  l'étude 
du  cancer  >  le  loro  ricerche  sopra  i  seminomi  del  cavallo  e  del 
mulo,  ritenendo  questi  neoplasmi  analoghi  a  quelli  di  altri  ani- 
mali ed  in  particolare  dell'uomo.  Citologicamente  il  nucleo  è  si- 
mile, il  citoplasma  solo  differisce,  perchè  nell'uomo  è  carico  di 
glicogeno  e  povero  di  mitocondri,  mentre  nel  cavallo  avviene 
l'inverso. 

Non  è  agevole  da  quanto  si  è  esposto  poter  ricavare  molte 
conclusioni.  Dal  punto  di  vista  morfologico  sembra  che  i  tumori 


—  54  — 

dei  cavalli  siano  assolutamente  identici  a  quelli  dell'uomo,  né 
pare  dimostrato  che  i  traumi,  iincho  meccanici  ([)\\ìi  molto  fre- 
quenti) ed  i  chimici  possano  piodisporni  allo  sviluppo  di  tessuto 
di  nuova,  i'onnazione  ;  nel  (  aso  pertanto  di  Sabrazks,  Marchal 
e  MuiiATET  ('910)  alcuni  sarcosporidii  avrebbero  potuto  agire  come 
una  causa  indiretta.  Non  si  può  provai-e  in  questi  animali  la  natura 
parassitaria  del  cancro;  infatti  le  inoculazioni  con  successo  otte- 
nute fin  ad  ora  possono  spiegarsi  con  l'ipotesi  di  trapianti  di 
tessuti,  più  che  con  (juella  di  attecchimento  di  presanti  parassiti. 

In  generale  i  vari  studiosi  purtroppo  hanno  tenuto  poco 
calcolo  d(3lla  Bibliografia  precedente  alla  loro  osseryazione  ed  in- 
vece si  sono  sforzati  di  voler  trovare  riprodotto  un  tumore,  che 
avesse  avuto  il  suo  parallelo  nei   neoplasmi  della  razza  umana!.. 

Che  molti  tumori  degli  animali  domestici  possano  essere 
simili,  anzi  identici  a  quelli  dell'uomo,  nulla  di  strano,  ma  che 
debbano  essere  sempre  identici  a  quelli  umani,  qaesto  è  un  er- 
rore fondamentale  che  non  posso  dividere.  Sia  nei  cavalli,  che 
in  altri  Vertebrati,  nei  quali  ho  avuto  la  possibilità  di  studiare 
delle  forme  neophistiche,  i  tessuti  sono  differenti  non  poco  da 
(}uelli  tiell'uomo,  anzi  in  alcuni,  come  negli  Anfibii,  si  verificano 
tali  cose  da  restare  molto  perplessi  sulla  natura  del  tessuto. 

Osservazioni  personali 

I  pezzi  esaminati  provengono  da  un  tumore  delle  cavità  na- 
sali di  un  cavallo  e  mi  sono  stati  forniti  alcuni  anni  or  sono 
dal  Dr.  Dentice,  allora  studente  della  R.  Scuola  veterinaria  di 
Napoli  (a  cui  rendo  sentite  azioni  di  grazie).  Il  tumore,  asportato 
mediante  intervento  chirurgico  ,  aveva  aspetto  molle  ,  bianchic- 
cio, era  ulcerato  ,  e  lasciava  fuoriuscire  una  secrezione  saniosa, 
sanguinolenta.  Fu  diagnosticato  clinicamente  come  un  sarcoma, 
né  credo,  da  quanto  mi  fu  riferito,  che  se  ne  fosse  fatto  l'esame 
istologico.  Ho  saputo  altresì  che  il  cavallo  dopo  qualche  tempo 
venne  a  morte  con  riproduzione  del  neoplasma  in  sito  e  con  i 
segni  di  una  cachessia  generale.  Non  fu  eseguita  l'autopsia  del 
detto  animale. 

Se  incompleta  è  la  storia  clinica,  invece  il  tessuto  neopla- 
stico venne  opportunamente  fissato  nei  liquidi  di  Zenker,  di 
Flemming  (soluzione  forte),  in  quello  di  Hermaj^n  e  nell'  alcool 
assoluto.  Previa  disidratazione  negli  alcooli  e  chiarificazione  in 
benzolo,  i  piccoli  pezzi  si  sono  imparaf&nati.  A  titolo  di  con- 
trollo si  è  fatto  anche  il  rivestimento  in  celloidina.  Per  la  colo- 


—  55    - 

razione  delle  sezioni  mi  son  servito  delle  varie  ematossilìne  e 
specialmente  della  ferrica,  secondo  la  tbrmola  di  Heidknhain.  Le 
sezioni  dei  pezzi  fìssati  nei  liquidi  osmici  le  ho  prima  decolorate 
con  cloro  allo  stato  nascente  e  poi  ho  proceduto  come  di  con- 
sueto alla  loro  colorazione  con  l'ematossilina  ferrica  di  Heiden- 
UAiN  o  con  la  snffranina,  servendomi  in  tal  oiso  come  colora- 
zione di  contrasto  del  verde  luce. 

Per  le  forti  osservazioni  ho  adoperato  il  2  mm,  apocr.  ap. 
1:40  di  Zeiss  ad  immersione  omogenea,  con  la  serie  degli  oculari 
compensatori  e  la  luce  artifìciale  monocromatica,  facendo  fdtrare 
i  raggi  di  un  lume  ad  incandescenza  a  gas  a  traverso  una  so- 
luzione satura   di   acetato  di   rame. 

Fin  da  quando  i  pezzi  sono  immersi  nell'  intei'medio,  una 
cosa  che  colpisce  è  la  rapidissima  chiarificazione  di  essi:  sem- 
brano laschi  comò  spongiosi,  e  se  si  fa  una  leggiera  pressione 
con  i  polpastrelli  delle  dita  si  riceve  la  medesima  impressione. 
I lolla  loro  grande  morbitlezza.  L'esame  istologico  delle  sezioni  dà 
una  conferma  di  quanto  macroscopicamente  si  era  notato. 

.\  piccolo  ingiMudimento  si  vede  che  il  neoplasma  risulta 
di  Ila  tessuto  fibrillare  lasco,  in  alcuni  punti  laschissimo,  quasi 
trabecolare:  sembrerebbe  che  nelle  varie  manipolazioni,  a  cui 
sono  stati  sottoposti  i  pezzi  per  l'esame  microscopico,  si  sia  per- 
duto qualche  cosa  che  teneva  unite,  cementate  le  fibrille  del  tes- 
suto fondamentale  del  tumore.  Dirò  fin  d'ora  che  non  può  sor- 
gere il  sospetto  che  si  sia  avuta  una  retrazione  qualsiasi  per 
opera  della  serie  degli  alcooli  o  del  bagno  di  paraffina,  perchè 
i  nuclei  delle  fibrille,  le  cellule  libere  in  mezzo  ad  esse  ed  i  fasci 
di  cellule  muscolari  lisce,  che  si  trovano  qua  e  là  sparsi,  appa- 
riscono conservati  nel  più  lodevole  stato.  Lo  stesso  si  verifica 
sia  nei  preparati  fissati  in  Zenker,  in  quelli  in  alcool  o  in  Flem- 
MiNG  o  in  Hermann  od  in  quelli  rivestiti  in  celloidina:  ed  allora 
è  evidente  che  una  sostanza  cementante  non  doveva  esistere, 
perchè  sarebbe  stato  difficile  che  non  si  fosse  potuta  mettere  in 
evidenza  con  cosi  disparati  metodi  di  fissazione  e  con  processi 
di  colorazione  tanto  vari. 

In  mezzo  al  tessuto  fibrillare  si  trovano  piccole  cellule  con- 
nettivali,  alcuni  elementi  speciali  sferoidali,  i  fasci  di  fibre  mu- 
scolar  i   lisce  ed  i   vasi  sanguigni. 

Tessuto  fibrillare. — Il  tessuto  fibrillare  è  quello  che  costituisce 
tutto  il   tumore. 


—  56  — 

Nello  doppie  colorazioni  con  l'emallume-eosina,  e  quel  che 
più  con  i  colori  di  anilina  una  cosa  apparisce  subito  e  si  è  oltre 
l;i  differenza  morfologica  d<'llo  fibrille,  anche  il  loro  vario  com- 
[)ort;nnento  chimico  rispetto  ai  coloranti;  alcune  prendono  deci- 
sa mente  i  colori  acidi  di  anilina  ,  altre  i  colori  basici  ,  altre  si 
tingono  in  modo  misto  nelle  doppie  colorazioni  con  prevalenza 
del  colore  basico  o  del  colore  acido. 

La  loro  dispo-iizione  e  forma  è  varia.  Cercando  di  schema- 
tizzare, si  può  dire  che  vi  sieno  dei  grossi  fasci  di  fibrille  lisce 
o  leggermente  ondulate,  poste  le  une  vicino  alle  altre  in  modo 
parallelo,  risultanti  di  elementi  sottdissimi  privi  di  nucleo.  Altri 
fasci  di  fibrille  sottili,  ma  più  ondulate  e  più  brevi  delle  prece- 
denti, hanno  dei  nuclei  bastonciniformi,  poveri  di  sostanza  ero-, 
matica.  Questi  fasci  intrecciandosi  ,  limitano  degli  spazi  vuoti  , 
delle  trabecole,  nelle  quali  non  si  trovano  elementi  di  S(jrta  o 
dei  frammenti  di  fibrille. 

Il  tipo  fibrillare  più  abbondante  è  quello  costituito  da  sottili 
e  corte  fibre,  o  parallele  a  quelle  dei  grossi  fasci  o  intrecciate 
variamente.  Si  trovano  altresì  alcuni  fascetti  di  fibre  compatte 
come  ciuffi  o  come  tralci,  fasci  che  si  colorano  più  intensamente 
della  massa  delle  fibrille,  nelle  quali  sono  sparsi.  Là  dove  una 
fibrilla,  si  intreccia  con  un'altra,  si  nota  un  punto  nodale  più 
brillante. 

Cellule  connettivali.  -j-  Sono  piccoli  elementi  prevalentemente 
stellari,  con  grosso  nucleo  ,  carico  di  sostanza  cromatica  e  con 
una  esigua  zona  di  citoplasma  granuloso  od  omogeneo.  Sono  negli 
spazi  liberi  limitati  dalle  fibrille,  ovvero,  in  un  buon  numero  di 
casi,  sono  addossati  alle  fibrille  stesse. 

Cellule  speciali  sferoidali.  —  Sono  cellule  libere  diesi  rinven- 
gono anche  esse  nelle  maglie  del  tessuto  fibrillare,  di  forma  sfe- 
rica con  una  membranella  limitante  scura,  che  reagisce  su  per 
giù,  rispetto  ai  coloranti,  come  la  cromatina  dei  nuclei;  è  una 
sostanza  cromatofila.  Nell'interno  della  membranella  si  trovano 
numerosi  corpicciuoli  brillanti,  che  si  tingono  intensamente  in 
nero  nei  preparati  colorati  con  l'ematossilina  ferrica  ed  in  rosso 
in  quelli  alla  saffranina. 

Se  questi  sieno  elementi  propri  del  tumore  o  venuti  dal  di 
fuori,  ritengo  che  non  possa  dirsi  in  modo  assoluto  ,  giacché  il 
neoplasma  era  ulcerato  ed  in  contatto  col  mondo  esterno. 


—  57  - 

Vasi  sangìùifui. — ^ Numerosi  sono  i  vasi  .sangiiifjni,  ma  molti 
di  ossi  hanno  subito  un  processo  eli  oblitoraziono.  Il  vaso  san- 
guigno (giacché  non  è  possibile  distinguerò  gli  arteriosi  dai  ve- 
nosi), è  circondato  dal  tessuto  fibrillare,  che  rinforza  in  modo 
notevole  l'avventizia.  Attorco  ai  vasi  spesso  una  infiltrazione 
parvicellularo,  col  suo  successivo  organizzarsi,  dà  origine  a  dei 
noduli  di  tessuto  connettivo  più  compatto,  nel  mentre  che  un 
processo  infiammatorio  dell'intima  finisce  per  obliterare  il  vaso 
in  parola  e  per  contribuire  in  tal  modo  anche  esso  alla  forma- 
zione del  nodulo  connetti  vale. 

Cellule  muscolari  lisce.  —  Le  cellule  muscolari  lisce  nascono 
dall'attiva  neoproduzione  degli  elementi  della  tunica  media  dei 
vasi  sanguigni,  si  aggruppano  in  fasci  e  consecutivamente  per 
un  processo  di  degenerazione,  si  trasformano  in  tessuto  fibrillare. 

Osservando  una  sezione  del  tumore,  molti  di  questi  fasci  si 
vedono  tagliati  normalmente  al  loro  maggiore  asse  e  sembrano 
dei  noduli,  dei  nidi  di  cellule  epiteliali  od  epitelioidi  e  la  somi- 
glianza è  tanto  perfetta  con  gli  elementi  epiteliali,  che  ad  un 
semplice  esame  non  si  potrebbe  esprimere  un  giudizio  definitivo 
sulla  loro  natura,  se  non  si  tenessero  presenti  altri  caratteri  ed 
altri  criteri. 

E  se  è  pur  vero  che  questi  nidi  cellulari  si  mostrano  isolati 
dal  tessuto  circostante  mercè  uno  strato  di  connettivo  più  spesso 
e  che  risultano  di  elementi  a  forma  poliedrica  con  citoplasma 
omogeneo  o  leggermente  granuloso,  nel  cui  centro  è  sito  il  nucleo 
carico  di  sostanza  cromatica  ,  nelle  sezioni  spesse  (15  |ji)  colpi- 
sce il  non  rinvenire  il  nucleo  in  tutti  gli  elementi  in  parola, 
ed  anzi ,  avendo  l'accortezza  di  girare  in  ambo  i  sensi  la  vite 
micrometrica  del  microscopio,  negli  elementi  forniti  di  nucleo  il 
nucleo  occupa  molti  piani,  dando  la  certezza  di  non  essere  sfe- 
rico ,  ma  vescicolare ,  ovoidale  e  molto  lungo ,  carattere  rite- 
nuto fin  dai  più  antichi  osservatori  (Kolliker,  Ranvier,  ecc.)  come 
patognomonico  delle  cellule  muscolari  lisce. 

Infatti  Ranvier  così  si  esprimeva  al  riguardo.  «  Dans  cer- 
tains  de  ces  champs,  on  voit  un  noyau,  tandis  que  d'autres  n'en 
présentent  pas.  Cette  diiférence,  ainsi  que  la  variété  de  dimension 
de  champs,  tient  à  ce  que,  dans  un  faisceau  musculaire,  les  cel- 
lules  sont  étagées  d'  une  facon  très  irrégulière  ,  de  telle  sorte 
que,  sur  une  trancile  transversale,  les  unes  sont  coupées  au  voi- 
sinage  d'une  de  leurs  extrémités,  tandis  que  les  autres  sont  at- 
teintes   au  niveau  de  leur  renflement  et  d(>  leur  noyau    ». 

5 


—  58  — 

La  posizione  centralo  del  nucleo  poi  fa  scartare  Coltre  altri 
attributi  morfologici  della  cellula),  la  ipotesi  di  tubi  nervosi  , 
nei  quali  i  nuclei  (nelle  sezioni  trasverse)  sono  sempre  alla  pe- 
riferia della  cellula. 

Questi  fasci  muscolari  si  trovaìio  altresì  sezionati  oltre  che 
normalmente  al  loro  asse,  anche  oblitpianiente  e  longitudinale 
mente  ed  in  vari  stadi  degenerativi,  dando  la  certezza  della  loro 
natura  muscolare. 

Ai  criteri  testé  enunciati  si  aggiunga  l'altro  non  meno  im- 
portante della  loro  birifrangenza,  nelle  osservazioni  eseguite  col 
microscopio  di  mineralogia. 

Conosciamo  che  molti  AA.  ammettono  una  coincidenza  fra 
la  birifrangenza  e  la  contrattilità.  Infatti  Engelmann  <  ha  soste- 
nuto che  tutte  le  strutture  contrattili  sono  birifrangenti  ,  le  ti- 
brille  striate  e  lisce,  le  ciglia  vibratili  e  la  loro  radice  endocellu- 
lare, nonché  i  raggi  radiali  deW Actinosphaerium  Eichornii,  parti 
organizzate  temporaneamente  in  organi  contrattili:  sono  birifran- 
genti anche  alcune  fibrille  striate  di  Rizopodi  (Schewiakofp)  ed 
in  generale  i  miomeni  degli  Infusori  ,  le  fibrille  contrattili  del 
peduncolo  delle  Vorticelle,  e  simili  organi  (Enriques)  ». 

E  se  in  seguito  alle  ricerche  di  Vlés  le  ciglia  vibratili  ,  i 
flagelli,  la  membrana  ondulante  dei  Tripanosomi,  le  palette  vi- 
branti dei  Ctenofori,  gli  axopodi  dogli  Eliozoi  non  possono  dirsi 
a  stretto  rigore  birifrangenti,  avendosi  piuttosto  il  campo  lumi- 
noso a  nicol  incrociati  per  fenomeni  di  depolarizzazione  dipen- 
denti dalla  diversità  degli  indici  di  rifrazione  fra  le  sostanze  in 
parola  e  l'ambiente  esterno,  per  quanto  riguarda  invece  gli  ele- 
menti muscolari  si  ha  sempre  la  birifrangenza,  in  mezzi  di  qual- 
siasi indice  di  rifrazione,  birifrangenza,  che  secondo  le  teorie  e 
le  ricerche  di  Vlés  sarebbe  assai  probabilmente  dovuta  alla  pre- 
senza nel  protoplasma  delle  fibre  muscolari  in  genere  di  qualche 
cristallo  liquido  o  semiliquido. 

Volendo  studiare  un  poco  più  da  vicino  le  cellule  muscolari 
di  questo  neoplasma  si  nota  che  sono  nude,  senza  membrana,  re- 
golarmente fusiformi,  con  estremità  assottigliate  :  presentano  se- 
condo la  loro  lunghezza  dei  piani  provenienti  dalle  mutue  pres- 
sioni. Alcune  sono  talmente  schiacciate  da  sembrare  larghe,  mentre 
che  di  profilo  sono  quasi  filiformi,  ad  eccezione  che  del  loro 
mezzo,  dove  presentano  un  rigonfiamento  corrispondente  al  nu- 
cleo. La  loro  lunghezza  variabile  dai  30-70  ]x  può  raggiungere 
anche  100  [x  ed  il  contorno  è  liscio,  senza  protuberanze  di  sorta. 
Il  citoplasma   risulta   di  una    sostanza   finamente  fibrillare,    che 


-   59  — 

sombra  quasi  omogetieo  ed  è  molto  refVangento  :  intorno  al  nucloo 
il  citoplasma  è  gi'anuloso  h  soparaio  dalla  sostanza  contrattile, 
anzi  da  questo  protoplasma  centrale  partono  dei  filamenti  o 
sottili  setti  longitudinali,  che,  irradiandosi,  si  dirigono  verso  la 
periferia.  Tali  setti  disponendosi  fra  le  fibrille  corticali  contrat- 
tili della  cellula,  giungono  alla  superficie  e  si  fondono  in  qualche 
caso  in   u  i  sottile  strato  di  sarcolemma  periferico. 

Il  nucleo  grande,  vescicolare,  molto  allungato,  alcune  volte 
anche  a  zig-zag,  è  sito  nel  centro  della  cellula  ed  è  carico  di 
sostanza  cromatica  e  di  due  o  più  nucleoli. 

Alla  stessa  guisa  di  ogni  cellula  mesodermica  mesenche- 
miale  che  può,  allungandosi,  elaborare  una  corteccia  protoplasma- 
tica  di  fibrille  contrattili  e  trasformarsi  in  fibra  muscolare  liscia, 
cosi  le  fibre  muscolari  lisce  di  questo  neoplasma,  per  uno  speciale 
processo  di  degradazione  organica,  danno  origine  ad  un  tessuto 
fibrillare. 

La  degenerazione  ha  inizio  nel  nucleo,  che  si  ritrae,  perde 
i  nucleoli  e  parte  della  cromatina:  in  questo  stadio  si  colora  poco 
con  i  colori  cromatici,  nel  mentre  che  avviene  una  difi'usione  di 
proteidi  nucleari  nel  citoplasma  cellulare. 

Parallela  è  la  degenerazione  protoplasmatica  dell'elemento: 
la  fibra  muscolare  acquista  un  contorno  irregolare,  si  dissociano 
le  sue  fibrille  fondamentali  contrattili  e  finiscono  per  restare 
libere  quando  il  nucleo  sarà  completamente  morto. 

Esponente  di  questa  degenerazione  è  il  formarsi  quei  fasci 
di  fibrille  lunghe  o  leggermente  ondulate,  che  si  colorano  inten- 
samente in  rosa  nei  preparati  tinti  all'ematossilina  eosina. 


Da  quanto  si  è  esposto  sembra  abbastanza  evidente  V  isto- 
genesi  del  neoplasma  studiato.  Il  tumore  ha  dovuto  sorgere  o 
dal  connettivo  sottomucoso  delle  cavità  nasali  o  dal  periostio 
dello  scheletro  del  naeo,  sotto  forma  di  fibroma  molle  e  di  mioma, 
che  consecutivamente  si  è  ulcerato  dando  quella  secrezione  sup- 
purati vo-icorosa.  alla  quale  si  è  accennato. 

Sorge  la  domanda:  E  un  vero  tumore?  e  a  qual  tipo  di 
tumore  bisogna  attribuirlo  ? 

Se  per  tumore  s'intende  «  una  neoformazione  di  tessuto, 
che  non  ha  una  struttura  tipica  e  che  non  esercita  alcuna  fun- 
zione pel  benessere  di  tutto  l'organismo  e  che  non  lascia  nep- 
pure nel  suo  sviluppo  riconoscere  una  finalità  determinata  (Zie- 


—  m  — 

gler)  »,  i  pozzi  d(!l  caviillu  ila  noi  sludiali  fl(!bl»ono  chiamarsi 
tumore. 

Il  tipo  (li  tumore  sarebbe  d'un  fibro-niioma.,  sebbene  ambo 
questi  tessuti  differiscano  non  poco  dagli  omologhi  dei  tumori 
dell'uomo. 

E  anche  probabile  che  nel  punto  di  impianto  del  neoplasma 
in  parola  si  sia  andato  in  secondo  tempo  evolvendo  un  sarcoma, 
che  ha  prodotto  la  cachessia  e  la  morte  dell'animale. 

Con  ciò  non  escludo  anche  la  possibilità,  che  potendo  ri- 
volgere le  ricerche  su  molti  esemplari,  un  buon  numero  di  questi; 
formazioni  patologiche  (che  negli  animali  chiamiamo  tumori)  non 
debbano  invece  riconoscere  una  causa  di  infezione. 

2.*  Clinica  Chii'urgica  della  R.  Università  di  Napoli. 


61 


LAVORI  CITATI  ') 

1911.  Amkuìllk,  P.  —  Gancer  iìes"  capsules  surrénales:  Bull.  Ass.  Franpaise 

pour^l'étude  du  cancer,  Paris,  Tome  4,  p.   135  5  figg. 
1887.  B(M,LiNGER,  0.  —  \Soprii  un  fmhjo  origine  d'un  tumore  nel  cavallo]: 

Deut.  Med.  Wochenschr.  Berlin,  13.  Bd.  p.  Ifj9. 
1908,  BoRRKL,  A. — Le  probleme  éliologique  du  cancer.  —Co nfér enee  faite  au 

comité  international  du  cancer   tenu  à  Berlin   le  23  mai  1908  : 

Ann.  Inst.  Pasteur,  Paris,  Tome  22,  p.  509. 
1913.  BoRREL,  A.-Masson,  P.  — Recherches  sur  le  séminome:    Bull.    Ass. 

Franpaise  pour  l'étude  du  cancer,  Paris,  Tome  6,  p.  51,   1  Pio. 
189(j.   Drouin,  V.-Renon  —  Note  sur  une  inycose  sous-cutanée  innomée  du 

cheval:  C.  R.  Soc.  Biol  ,  Paris,  Tome  48,  p.  425. 
1896.  Frohner —  Ueber  das  Vorkommen  der  Sarkome    beim  Pferde:   Mo- 

natshefte  Tierheilkunde,  7.  Bd.  p.  402. 
1903.  Gessard,  ('. — Sur  la  forìuation  du  pigment  mélanique  dans  les  tu- 

meurs  du  cheval  :  C.  R.  Acad.  Se.  Paris,  Tome  136,  p.  1086. 

1908.  GuERRiNi,  G. — [Su  di  un  caso  di  sarcoma  dell' intestino  nel  cavallo]: 

Mouatshefte  Tierheilkunde,  23.  Bd.  p.   10. 

1909.  —     —     I  neoplasmi  negli  animali  :  Pathologica,  Genova,  Voi.  1, 

p.  156. 
1909.     —      —     I  neoplasmi   dell'occhio   negli    animali.  Nota  statistica  e 

bibliografia:  ibid.  p.  528. 
1909.  JaGER,  A.  —  Die  Melanosarkomatose  der  Schimmlpferdc  :  Yìvchow^s 

Arch.  198.  Bd,  p.  1-62,  1   Taf. 
1884.  JoRSE— [Contributo  allo  studio  dei  tumori  infettivi]:  Deut.  Zeit.  Thier- 

med.  12.  Bd.  p.  73  e  204. 
1894.   Montane  —  Dissociation    des  faisceaux  primitifs   dans    le  sarcome 

musculaire  du  cheval:  C.  E.  Soc.  Biol.  Paris,  Tome  46,  p.  448. 
1894.  Morau  —  Recherches  expèrimentales  sur  la  transmissibilité    de  cer- 

tnins  néoplasmes :  [épithéliomas  cylindriques):  Arch.  Méd.   Expèr. 

Anat.   Path.  Paris  (1)  Tome  6,  p.  977,   I   Pie. 
1908.  Petit,  G.  —  Phlegmon  ancien  et  cancer  consce utif  de  Vestomac  chez 

ime  jument:  Bull.  Ass.  Fran9aise   pour  l'étude  du  cancer,  Paris, 

Tome   1. 

1911.  —     —     Deuxième    cas  de  cancer   branchial  chez    le  cheval  :  ibid. 

Tome  4,  p.  319. 

1912.  —     —     Les  sarcomes  de  la  mamelle  en  pathologie  comparée:  ibid. 

Tome  5,  p.  135. 
1907.  Petit,  G. -Borrel,  A. — -Premier    cas    de   cancer   branchial   chez  le 
cheval:  Soc.  Anat.,  Paris. 

^)  I  lavori  preceduti  da  un  *  non  sono  stati  da    me    riscontrati  diretta- 
mente. 


—  62  — 

1911.  Prtit,  (t. -Gfcrmain  ,  R.  —  Ptipillome  Iraumatique  gingivo-jxilati.n 
chez  ìin  cheval  :  Bull.  Ass.  Fran9aise  pour  1'  étude  du  Cancer, 
Paris  Tome  4  p.  377-380. 

ISS4.  Kabk  —  [So2)ra  i  tumori  del  tessuto  connettivo  che  hanno  per  ori- 
gine un  microorganis>no^  nel  cavallo]:  Deut.  Zeit.  Thienned.  12- 
Bd.  p.  128. 

1899.  RiBBBRT,  H. —  Ueber  Uinbildungen  an  Zellen  imd  Geweben:  Virchow's 
Arch.  157.  Bd.  p.   106. 

1S83.  Rivolta,  S. —  Nuova  specie  di  sarcoma  della  pf.lle  d"l  cavallo  :  Giorn. 
Anat.  Fisiol.  Animali  domestici,   Voi.   1.5,  p.  260. 

1910.  Sabrazès,  J.  -  Marchal  -  Mukatkt,  L. — [Fibrosarcoma,  sarcosporidiosi-, 
ecc...]:  Revue  génér.  l\Jéd.  Vétér.  Paris,  Tome   1.5,  p.  172. 

1910.  ScHNKY — [»S'/<?"  cosidelti  colesteatomi  dei  plessi  ventricolari  neW  Giorno 
e  nel  cavallo\.   Aich.  Wiss.  Prakt.  Tierheilkunde  36.  Bd, 

1907.  Weinberg,  —  Tumeurs  inflammatoires  à  spiroptères  chez  le  cheval  : 
C.  R.  Soc.  Biol.  Paris,  Tome  62,  p.  287. 


-  63 


SPIEGAZIONE  DELLA  TAVOLA  L 

Le  Fig.  1  e  2  sono  state  eseguite  adoperando  l'obiettivo  A  A.  di  Zeiss  e 
J'oculare  acromatico  3;  le  Fig.  3  e  4  servendosi  dell'obbi>-ttivo  2  mm.  apocr. 
ap.  1:40  di  Zeiss  e  dell'oculare  compensatore  8.  Tutte  sono  state  disegnate  fa- 
cendo uso  della  camera  lucida  di  Ahbe-Apaty  all'altezza  del  tavolino  del  mi- 
croscopio. 

Fig.  1-2.  -  Disegni  di  insieme  del  tumore.  Varie  strutture  del  tessuto  fi- 
brillare e  del  tessuto  muscolare  liscio.  Numerosi  i  t'asci  di  fibre 
muscolari  lisce  sezionati  trasversalmente;  anche  frequenti  i  punti 
di  infiltrazione  parvicellulare  ed  infiammazione    vasale. 

Fig.  3.  —  Vaso  sanguigno  in  fase  di  obliterazione  e  di  neoproduzione  musco- 
lare delle  sue  pareti. 

Fig.  4.  —  Vaso  sanguigno  all'  inizio  del  processo  di  obliterazione  e  fascio  di 
fibre  muscolari  lisce  sezionato  trasversalmente. 


Finito  di  stampare  il  25  Ottobre  191.8. 


Di  un  semplice  metodo  per  lo  studio 
del  sistema  circolatorio  negli  Anellidi 


Nota 

del 

socio   Attilio    Cerruti 

(con  la  Tav.  2) 


(Toraata  del  !»  marzo  1913). 

Lo  studio  accurato  della  topografia  del  sistema  circolatorio 
in  molti  anellidi  è  ben  sovente  tutt'altro  che  facile.  A  ciò  si  deve 
se  i  lavori  riguardanti  tale  argomento  non  sono  molto  numerosi 
ed  inoltre  non  contengono  sempre  i  particolari  che  si  desidere- 
rebbero. 

I  metodi  comunemente  usati  per  le  ricerche  sul  sistema  cir- 
colatorio negli  anellidi  sono:  1.*^  l'esame  di  esso  sugli  animali  vi- 
venti; '2.0  l'uso  delle  iniezioni  di  masse  colorate;  3.»  l'esame  delle 
sezioni  seriali.  Esaminiamo  rapidamente  i  «  prò  »  ed  i  «  contro  » 
presentati  da  questi  varii  metodi. 

L'esame  degli  animali  viventi  ha  una  importanza  cosi  grande 
che  non  è  necessario  insistere  molto  su  d'esso.  Ogni  volta  che 
fosse  possibile  dovrebbe  essere  accuratamente  praticato,  sia  per 
lo  studio  dei  particolari  esterni,  che  per  quello  di  qualsiasi  sistema 
organico.  Nell'animale  vivo  i  vasi  spiccano  sovente  in  modo  me- 
raviglioso, ed  i  movimenti  di  diastole  e  sistole  aiutano  non  poco 
a  seguirne  il  percorso. 

Però  talora  la  presenza  o  di  molto  pigmento  più  o  meno 
opaco,  o  di  grandi  masse  di  prodotti  sessuali,  ostacola  non  poco 
l'osservazione  specie  dei  vasellini  profondi  e  di  piccolo  calibro. 
Inoltre  certe  specie  sono  cosi  delicate  da  non  prestarsi  ad  un  esame 
prolungato,  se  gli  esemplari  vengono  un  pò  compressi  od  aneste- 
tizzati. Intervengono  gravi  alterazioni  della   cute,    vera    macera- 


—  65  - 

zioni,  cho  portano  sovente  alla  inutilizzazione  del  materiale  che 
si  studia. 

Nella  maggior  parte  dei  casi  si  vorrebbe  poi  poter  in  seguito 
ricontrollare  le  osservazioni  fatte  antecedentemente,  ma  non  sem- 
pre è  possibile  il  disporre  di  nuovo  materiale  vivente:  è  allora 
che  altri  metodi  si  impongono. 

Il  metodo  delle  iniezioni  può  dare  in  pochi  casi  risultati 
preziosi:  solo  quando  trattisi  di  specie  grosse  con  vasi  resistenti. 
Esso  richiede,  fra  altro,  una  grande  pratica.  Per  le  specie  piccole, 
per  quelle  facilmente  autotomizzabili  e  fornite  di  vasi  sottili,  non 
è  sempre  possibile  praticare  buone  iniezioni,  e,  quel  che  è  peggio, 
non  si  può  esser  sicuri  di  evitare  stravasi  o  deformazioni  non 
sempre  esattamente  apprezzabili. 

11  metodo  delle  sezioni,  eccellente  per  lo  studio  di  molti 
particolaii  anatomici,  non  lo  è  egualmente  per  quello  del  sistema 
circolatorio,  specialmente  in  quegli  aiiellidi  che  presentano  ricche 
reti  sanguigne  formate  da  vasi  molto  sottili.  Ho  perduto  sovente 
delle  ore  intere  nel  tentare  la  ricostruzione  del  sistema  circola- 
torio in  un  nuovo  Spionide  da  me  rinvenuto  a  Napoli  ,  senza 
giungere  ad  alcun  risultato  sicuro. 

Quantunque  sia  possibile  anche  con  colorazioni  molto  facili, 
purché  ben  condotte,  (come  p.  es.  con  l'emallume  e  l'eosina,  col- 
l'ematossiliua  ferrica  ed  il  rosso  congo)  di  colorare  elettivamente 
sulle  sezioni  il  sangue,  si  capisce  come  non  sia  sempre  o  facile 
o  possibile  il  poter  ricostruire  con  certezza  il  camino  di  vasi 
molto  contorti  e  presentantisi  sulle  sezioni  cime  piccolissime 
lineette  o  oircoletti  microscopici. 

Avendo  osservato  talora  come  in  preparati  «  in  toto  »  lieve- 
mente colorati  e  fatti  con  i  soliti  metodi  talora  i  vasi  risaltavautj  di- 
scretamente, ho  pensato  di  cercare  di  giungere  al  risultato  di 
(toagulare  il  sangue,  (quasi  sempre  più  o  meno  colorato)  non  al- 
terandone il  colore,  e  di  rendere  poi  in  seguito  il  corpo  dell'a- 
nimale nel  massimo  grado  possibile  trasparente.  Volli  cercare  di 
ottenere  insomma  delle  autoiniezioni,  nelle  quali  la  massa  colorata, 
del  sangue  avrebbe  dovuto  sostituire  le  gelatine  colorate  delle 
solite  iniezioni. 

Il  metodo  al  quale  son  giunto  non  è  neppur  esso  applicabile 
in  tutti  i  casi:  esso  deve  essere  considerato  come  un  mezzo  molto 
pratico  e  capace  di  dare  ottimi  risultati,  atti  ad  integrare  ([uelli 
ottenuti  coirli  altri  metodi. 


'i3' 


'library, 5, 


—  66   - 

Condizioni  favorevoli  o  necessarie  per  la  buona  riuscita  sono 
pigmentazione  non  eccessiva,  sangue  colorato,  dimensioni  non 
oltrepassanti    i    4-5  mm.  di  spessore. 

Procedo  praticamente  nel  seguente  modo. 

Supponiamo  p.  es.  di  aver  da  fare  con  uni  Nerine  cirratiiliif,- 
o  con  una  Liimbriconereis  impatiens,  adulti  ,  poli  che,  a  sangue 
rosso  ed  aventi  uno  spessore  medio  di  3-4  mm. 

Gli  animali  vengono  narcotizzati  con  l'aggiunta  del  5°/o  di 
alcool  forte  (90°-96°)  all'acqua  in  cai  giacciono,  o  mediante  l'uso 
di  altri  narcotici.  Dopo  un  pò  di  tempo,  che  varia  in  media  da 
un  quarto  d'ora  ad  una  mezza  ora,  di  solito  gli  animali  sono 
sufficientemente  narcotizzati.  Allora  li  pongo,  rapidamente,  al- 
l'asciutto, su  d'una  lastra  di  vetro,  li  distendo,  o  li  ricopro  con  una 
altra  lastra  di  vetro  sulla  quale  metto  dei  pesi  per  comprimere 
i  vermi. 

Questo  può  considerarsi  come  il  punto  più  delicato,  dipen- 
dendo molto  dal  grado  maggiore  di  compressione  il  risultato  fi- 
nale. La  pratica  indica  subito  il  modo  migliore  da  seguire.  Ap- 
pena gli  animali  sono  stati  compressi  ,  con  una  pipetta  faccio 
scorrere  fra  le  due  lastre  di  vetro,  in  modo  che  giunga  rapida- 
mente a  contatto  con  gli  anellidi,  una  soluzione  molto  forte  di 
formolo,  o  addirittura  la  soluzione  commerciale  concentrata  ^)  (col 
40  "/o  di  formaldide).  Copro  il  tutto  con  una  campanella  per 
evitare  la  diffusione  dei  vapori  di  formaldeide,  e  dopo  un  tempo 
variabile  da  una  mezz'  ora  od  un'  ora,  allontano  con  cautela  le 
due  lastre  di  vetro  e  porto  direttamente  i  vermi,  che  si  presen- 
tano ora  come  nastrini  sufficientemente  rigidi  ,  direttamente  in 
alcool  assoluto,  ove  li  lascio  il  tempo  necessario  perchè  siano  di- 
sidratati. Indi  rischiaro  gli  animali  con  xylolo  o  con  un  altro 
buon  chiarificante,  e  li  monto  o  fra  due  coprogetti,  o  nel  modo 
solito,  ma  usando  di  preferenza  un  portoggetto  sottile,  e  tale 
da  permettere  l'esame,  del  preparato  dai  due  lati  anche  usando 
un  obbiettivo  acromatico  di  7-8  mm.    di  distanza    focale. 

Disdratando  i  pezzi  con  alcool  a  96  invece  che  con  alcool 
assoluto,  si  possono  montare  i  preparati  direttamente  in  Euparal. 

Nei  preparati  cosi  fatti  nel  caso  dei  due  vermi  su  citati  si 
vedono  (cfr.  Figurai  usando  per  esempio  un  obbiettivo  di  15-18 


')  Ricordo  che  si  tratta  solo  di  sei^uire  dei  vasi  e  non  di  studiare  par- 
ticolari citologi. 

Prove  eseguite  impiegando  il  formolo  neutro  non  hanno  dato  risultati  su. 
periori. 


-  67  — 

mm.  di  fuoco  ed  il  e  o  n  d  tj  n  s  a  t  o  r  e  d'  A  l)  b  e  completamente 
aperto  i  vasi  sanguigni  risaltare  vivamente  in  rosso  su  di  un 
fondo  quasi  incolore  formato  dal  corpo  degli  animali,  e  si  pos- 
sono seguire  particolari  finissimi. 

Il  disegno  che  illustra  la  presente  nota  dà  una  idea  infe- 
riore a  quanto  si  può  vedere  esaminando  i  preparati ,  specie  se 
si  usa  un  buon  microscopio  binoculare  ed  una  buona  illumina- 
zione. 

Naturalmente  l'indice  di  refazione  del  mezzo  nel  quale  ven- 
gono montati  i  preparati  ha  grande  importanza,  e  quindi  sono 
da  preferirsi  i   mezzi  con  indice  molto  elevato. 

Prove  fatte  u.>^ando  soluzioni  di  stirace  in  xylol  invece  del 
balsamo  del  Canada  hanno  dato  eccellenti  risultati.  I  preparati 
ottenuti  con  esso  o  col  balsamo  dopo  due  anni  sono  completa- 
mente inalterati. 

Disidratando  con  alcool  a  96.°  si  possono  montare  i  pezzi 
direttamente  in  Euparal,  che  però  ha  indice  di  refrazione  infe- 
riore al  balsamo  del  Canada. 

Miscele  di  glicerina  e  formolo  a  parti  eguali,  usate  con  lo 
scopo  di  ottenere  contemporaneamente  la  coagulazione  del  san- 
e  la  trasparenza  del  resto  dal  corpo  dell'animale,  non  hanno  dato 
buoni  risultati. 

Va  da  sé  che  il  metodo  ha  anch'esso  degli  inconvenienti. 
Esso  non  vale  per  gli  anellidi  che  hanno  sangue  incolore,  né 
per  quelli  che  hanno  eccessiva  pigmentazione,  sebbene  in  quest'ul- 
timo caso  si  possano  pure  ottenere  dei  buoni  risultati  se  il  pig- 
mento è  trasparente.  Cosi  pure  è  da  notare  che  l'auto -iniezione 
che  si  produce  col  metodo  descritto  fa  si  che  risaltino  meglio 
i  vasi  che  vengono  fissati  nel  momento  in  cui  sono  pieni  di 
sangue  che  quando  ne  sono  quasi  vuoti,  di  modo  che  solo  in  al- 
cune zone  dell'animale  i  vasi  spiccano  tutti  in  modo  bellissimo. 

Ma  ciò,  specie  negli  anellidi  omometamerici,  ha  poco  impor- 
tanza; ed  inoltre  disponendo  di  varii  preparati  si  possono  osservare 
in  ognuno  d'essi  dei  particolari  atti  a  completare  quelli  notati 
in  altri. 

Generalmente  è  bene  di  narcotizzare  gli  animali  prima  di 
fissarli,  ma  talora  è  auche  vero  il  contrario.  Talora  negli  anel- 
lidi trattati  come  ho  detto,  ma  tralasciando  la  narcosi  ,  le  con- 
trazioni violente  che  si  producono  in  seguito  all'azione  della  fis- 
sazione, fanno  si  che  i  prodotti  genit:ili  vengano  espulsi,  e  che  i 
vasi  spicchino  in  seguito  molto  meglio.  Col  metodo  descritto  ho 
potuto  riuscire  a  studiare  completamente,  anche   nei  particolari 


-  68  — 

j)iù  mimili,  il  sisloma  cii'colatori<)  di  alcuni  spionidi  ,  mentre,  con. 
gli  altri  metodi,  avevo  potuto  solo  osservare  dei  particolari  isolati 
e  perdendo  molto  tempo. 

Preparati  di  molte  altre  specie  di  policheti  (Marphy.sa  san- 
guinea, Ncre'is  dumerilii  e  ciiltnfera,  Hydroides  pedinata,  Dio- 
patra  ncapolitana,  Lysidice  sp.,  Phyllodoce  sp.  etc.  etcì  di  disco- 
fori [Cleiìsine  sp.).  mi  hanno  sempre  più  convinto  della  praticità 
del  metodo.  Nei  preparati  di  Lumbriconereis  impatiens  ed  Arida 
foetida  le  reti  di  vasi  capillari  sono  molto  complicato.  I  partico- 
lari osservati  sono  in  gran  parte  pochissimo   noti. 

Per  quanto  riguarda  gli  spionidi  spero  fra  breve  di  poter 
pubblicare  i  risultati  delle  mie  ricerche. 

Il  metodo  a  cui  ho  accennato  dà  dei  preparati  in  toto  uti- 
lizza.bili  anche  per  altri  scopi:  in  essi  sovente  i  nefridii  sono  ben 
visibili,  si  possono  naturalmente  osservare  molti  altri  particolari 
anatomici. 

Napoli,  Stazione  Zoologica. 


SPIEGAZIONE  DELLA  TAVOLA  2. 

La  tìgiira  rappresenta  il  sistema  circolatorio  cosi  come  si  vede  nel  capo  e 
nei  primi  setigeri  di  una  Nerim  cirratulus  preparata  col  metodo  indicato  nel 
testo.  I  cirri  tensacolari  mancano  perchè  antotomizzatisi. 

Leitz.  obb.  2  oc.  1.  Camera  Abbe.  Ingr.:  circa  30  diametri. 


Finito  di  stampare  4  febbraio  1913. 


Contributo  a  l'analisi  del  pane. 

Determinazione  delle  ceneri 

del 

socio  Alessandro  Cutolo 


(Tornata  del  14  Dicembre  1913) 

Nell'analisi  del  pane  è  di  una  importanza  grandissima  sta- 
bilire qnale  tipo  di  farina  si  sia  adoperato  nella  fabbricazione 
delle  diverse  qualità. 

Questa  indagine,  come  la  determinazione  dell'acqua,  ha, 
sopra  tutto,  un  valore  economico  perchè,  appunto,  il  tipo  di  fa- 
rina influisce  su  la  valutazione  del  prezzo  del  pane  più  che  sul 
valore  alimentare  di  esso. 

È  noto  che  con  i  processi  odierni  di  macinazione  le  marche 
o  numeri  delle  farine  si  distinguono  fra  loro  per  la  quantità 
di  sostanze  minerali  in  esse  contenute.  La  determinazione  delle 
ceneri  del  pane  deve  dare,  perciò,  l'indicazione  precisa  del  tipo 
di  farina  adoperato;  onde  tale  ricerca  assume  una  grande  im- 
portanza per  l'analista,  specialmente,  quando  è  chiamato  a  de- 
cidere questioni  di  indole   economica. 

I  metodi  adoperati  sinora  differiscono  tra  loro  solamente  nei 
dettagli,  i  quali  non  influiscono  su  i  risultati  finali."  ma,  per  (pianto 
io  abbia  potuto  sperimentare ,  nessuno  tra  essi  permette  al  chi- 
mico di  dare  un  giudizio  sicuro. 

Barral  determina  le  sostanze  minerali  con  l'incenerimento 
in  capsula  di  platino  su  lampada  Berzelius,  sino  a  che  le  ceneri 
sieno  bianche,  e  determina  il  cloruro  di  sodio  nelle   stesse. 

Ballano  secca  prima  il  pane  a  50° — 60»,  lo  polverizza  e  ne 
determina  le  ceneri  con  lo  stesso  metodo. 

RivoT,  Rupp,  BouTROux,  Fabkis  e  Marino,  i  chimici  sviz- 
zeri, Lehmann,  Pellerin,  Zoso,  Bourrey  e  Marquet,  Gerard  e 
Bonn,  Villier  e  Collin  ,  Rotea  ,  ed  altri  inceneriscono  9  a  10 
grammi  di  pane  nella  muffola  e  pesano  il  residuo  ottenuto. 


-  70  - 

Rp:vklli  carltoiiizza  8  ;ì,  10  pianimi  di  pane,  «jstrao  il  carbone 
con  acqua  filtrando  sopra  un  filtro  senza  ceneri.  Calcina  «piesto, 
col  carbone,  sino  ad  ottenere  ceneri  bianche;  su  queste  versa  la 
soluzione  acquosa,  evapora  e  calcina  debolmente. 

Elsneu  determina  le  ceneri,  in  50  grammi  di  pane  col  metodo 
seguente:  carbonizza  il  pane,  lo  tira  fuori  da  la  muffola,  lo  lascia 
mezz'ora  a  l'aria  e  lo  brucia  di  nuovo.  Lava  le  ceneri  con  alcool 
di  60°,  per  liberarle  dal  cloruro  di  sodio,  le  ris(3alda  di  nuovo 
leggermente  e  le  pesa. 

ViLiiAVECCHiA  dosa  le  ceneri,  su  la  stessa  quantità  di  pane 
che  è  servita  a  la  determinazione  dell'acqua,  carbonizzando  pri- 
ma cautamente  a  fiamma  diretta,  indi  brucia  il  carbone  in  muf- 
fola al  rosso  scuro.  Calcola  il  sale  aggiunto  dosando  il  (  'loro  nelle 
ceneri. 

Girard  raccomanda  una  temperatura  bassa;  Soldaint  carbo- 
nizza prima  lentamente  e  poi  incenerisce  nella  muffola;  MaestrkllI 
vi  aggiunge  qualche  goccia  di  acido  nitrico. 

Teyxeira  carbonizza  il  pane  secco  a  fuoco  diretto,  indi  in- 
cenerisce il  carbone,  umettato  con  acqua  calda,  al  rosso  scuro  e 
determina  il  Cloro  nel  'residuo. 

I  risultati  ed  i  limiti  riportati  da  i  diversi  autori  sono  rag- 
gruppati nella  tabella  A. 

Faccio  notare,  però,  che  alcuni  di  essi  indicano  che  trattasi 
di  ceneri  grezze;  altri  di  ceneri  da  le  quali  è  detratto  il  cloruro 
di   sodio;   altri,    in    fine,    non    danno    alcuna  indicazione. 


—  71  - 


T  a  b  o.  Ila,    A 


1»   Qualità 

2"  Qualità 

Comune 

Bigio 

Militare 

Alessanilri 

— 

— 

2,00 

3.00 

— 

Balland 

0,78 

1,08 

— 

— 

— 

Barrai 

1,3-; 

1,84 

1,48 

— 

— 

Bertoncelli 

0;62 

0,71 

— 

— 

— 

Chimici  svizzeri 

- 

— 

>  -^,50 

- 

— 

Damnier 

1,09 

1,4-2 

— 

- 

— 

Elsner 

— 

— 

0,80  a  1,27 

— 

— 

Esercito  italiano 

- 

— 

— 

— 

1,041) 

Fabris  e  Marino 

0,41 

0,94 

1,20  a  1,45 

- 

- 

Gerard  e  Bonn 

- 

— 

>  2,50 

— 

- 

Girard 

0,60 

O.bO 

— 

— 

— 

Kònig 

0,88 

— 

1,27 

— 

— 

Peli  eri  n 

— 

— 

>  2,50 

- 

— 

Revelli 

— 

— 

0,71  a  1,03 

— 

- 

Rivot 

— 

- 

0,60  a  0,81 

- 

— 

Rupp 

1,02 

1,22 

— 

— 

— 

Soldaini 

— 

— 

>  1,00 

— 

— 

Teyxeira 

>  1.00 

— 

>  2,00 

— 

— 

Villavecchia 

0,91 

1,50 

0,76  a  2,00 

0,1)0  a  2,50 

1,50  a  1,60 

Innanzi  a  risultati  così  diversi  ed  a  limiti  così  larghi  ritenni 
indispensabile  raccogliere  personalmente  elementi  di  fatto  determi- 
nando le  ceneri,  con  i  metodi  ordinarli,  nei  varii  tipi  di  pane  che 
si    vendono  in  Napoli. 

Le  analisi  da  me  eseguite  furono  moltissime  ;  ho  raccolto, 
solo,  nella  tabella  B  un  gruppo  di  quelle  che  sono  necessarie 
per  intendere  lo  scopo  delle  mie  ricerche. 

Ho  scelto,  in  ogni  caso,  i  campioni  di  pane  dei  quali  po- 
tetti ottenere  anche  la  farina  adoperata,  st^condo,  però,  la  dichiara- 


M  Farine  barattate  al  20*^/0. 


7'2 


ziono  dol  panel li(M-().  Non  vi  ò  alcun  diildtio  su  la  farina  adopu- 
rata  \H'r  i  campioni  di  paiuì  segnati  con  i  N.  17  a  '20  perchè 
la  panificazione  fu  eseguita  in  mia  presenza  nel  laboratorio  chi- 
mico municipale. 

Tabella  B 


Pane 


Tipo  Ceneri        NaCl 


Farina 


Ceneri 


1    Pane  di  1^ 

2 

3 

4 

5 

6 

7 

8 


10 
11 
12 
13 
14 
15 
16 
17 
18 
19 
•20 


»  bruno 


»  casalingo 


in  sostanza  secca 
I  I 


0.72 

0,75 

0.80 

0,82 

0,82 

0,92 

l,Oi) 

1,11 

1,17 

1,29 

1,39 

1,69 

2,31 

2,09 

1,14 

1,00 

0,96 

0,85 

0,93 

0,H9 


1,34 

0,32 

0,38 

0,37 

0,41 

1,83 

0,82 

1,75 

0,69 

0,56 

0,92 

1,56 

2,24 

2,12 

2,11 

1,76 

1,72 

1,69 

1,72 

1,69 


0,44 
0,42 
0,43 
0,49 
0,43 
0,54 
0,62 
0,68 
0  69 
0,71 
0,64 
0,74 
2,23 
1,80 
0,72 
0,51 
0,52 
0,43 
0,49 
0,43 


Marca 


li 


integrale 


II 


Note 


Farine  raccolte  nei 
sacchi  trovati  nel 
panificio,  dietro 
dichiarazione  del 
panettiere. 


Esperienze  di  panj- 
niticazione  fatte  in 
laboratorio,  con  t'a- 
rine provenienti  da 
4  mulini. 


—  73 

Come  si  vede  in  questa  lal>t'll;i  Ir  ct-neri  «lei  pane  non  eor- 
rispondono  a  quelle  della  farina   adoperata. 

In  tutti  i  casi  sono  più  forti  quelle  ottenute  dal  pane  e  la 
differenza  è  tale  da  far  mutare  a  dirittura  il  giudizio  sul  tipo 
della  farina. 

Questa  differenza  era  stata  già  notate  da  Kònig,  da  Bou- 
TROUX,  (la  Gerard  e  Bonn  e  da  Zoso. 

Ballano  fece  la  stessa  osservazione  e  fornisce,  anzi,  i  seguenti 
esempii  di  analisi  di  pane  preparato  con  farine  stacciate  al  75"/o. 


1 


CJeneri  del  pane,  iti  sostanzi    secca  '^Jq  0,78 


2 
1.08 


della  farina      »  »  »  0,58  0.70 


Convinto  che  i  risultati  ottenuti,  con  i  metodi  ordinarli,  non 
permettono  di  raggiungere  il  risultato  prefìsso,  ho  voluto,  con 
una  serie  di  esperienze,  trovarne  la  causa. 

Esperienza  I. 
Ceneri  nella  crosta  e  nella  mollica. 

Da  molto  tempo  i  chimici  che  si  occuparono  dell'analisi  del 
pane  ebbaro  il  dubbio  che  tra  la  crosta  e  la  mollica  potesse 
esservi  differenza  nel  contenuto  delle  sostanze  minerali. 

RivoT  trovò,  in  fatti,  che  la  mollica  contiene  minor  quantità 
di  ceneri  della  crosta  e  venne  a  la  conclusione  che  la  crosta  su- 
bisce, durante  la  cottura,  una  perdita  di  sostanza  organica. 

Barral  fu  d'accordo  con  lui  su  la  differenza  di  ceneri  nella 
crosta  e  nella  mollica;  ma  aggiunse  che,  spesso,  por  lo  sp(dve- 
ramento  fatto  sul  pane  con  farina,  la  quale  non  contiene  il  sale 
come  il  pastone,  la  mollica  può,  accidentalmente,  contenere  una 
quantità  più  forte  di  ceneri. 

Fornisce  egli   stesso  i  seguenti  esempii  : 


74 


Pane  di    2»  qualità 


1» 


Ceneri  in  soh 

tanza   secca 

Crosta 

Mollica 

1,84 

1,21 

1,05 

1.40 

1,36 

1,37 

1,45 

1,51 

•2,44 

1,57 

del  mercato    . 
fantasia 


A  questa  sua  ipotesi  si  oppone,  però,  il  fatto  che  lo  spolve- 
ramento  può  venire  praticato  con  cruschello  o  con  farine  di  marca 
più    bassa    ed    in    questo    caso   il  contenuto    di    ceneri    sarebbe 

più  forte.  .    ^ 

Ballano,  con  una  prova  pratica,  dimostrò  che  non  vi  e  dif- 
ferenza di  sostanze  minerali  tra  la  crosta  e  la  mollica,  determi- 
nando le  ceneri  di  un  pane  sia  nel  pastone,  preparato  par 
essere  introdotto  nel  forno,  sia  nella  crosta  che  nella  mollic  i  dopo 

la  cottura. 

A  l'analisi  ottenne  il  seguente   risultato: 

Pastone  (ceneri  in  sostanza  secca)         ....     0.95  ^|^f 

Mollic. 0.94. 

Crosta <^-96  » 

Dimostrò,  inoltre,  che  non  vi  è  distruzione  di  sostanza  or- 
ganica durante  la  cottura  determinando  le  ceneri  in  una  farina 
tenuta  per  9  ore  a  i50o  o  per  40  ore  in  stufa  a  HO",  con  il  se- 
guente risultato: 


Ceneri  della  farina  normale 
»  »  »      disseccata 


0,88  o/o 
0,90  >> 


Per  portare  un  contributo  più  completo  a  la  questione  ho 
eseguito  le  seguenti  prove  : 

1.— Con  una  farina  integrale  e  con  una  farina  del  N.»  Il 
ho  fatto  preparare  alcuni  pani  senza  sale;  una  porzione  col  so- 
lito lievito  ed  una  porzione    azima. 

Durante  la  cottura,  in  un  forno  ordinario,  ho  introdotto 
contemporaneamente,  a  poca  distanza  dal  pane,  una  certa  quan- 
tità della  stessa  farina. in  una  capsula  di  porcellana,  lasciandola 
durante  tutta  la  cottura. 


—  75  - 

A  eottura  completa  ho  lasciato  rafifreddare  ed  lio  eseguito 
la  determinazio  ne  delle  ceneri,  col  metodo  ordinarie),  ottenendo 
i  seguenti  risultati,   espressi   in  sostanza   secca: 


Integrale 


N.oll 


2,20  «;o 

0,56  o/o 

2,21    » 

0,56     » 

2,21    » 

0,57     » 

2,20    » 

0,56     « 

Farina  normale. 

»        cotta 

Pane   con  lievito 

»      senza     » 


Non   vi  è  dunque    durante  la  cottura,    distruzione 
di  sostanza  organica, 

2.  —  Ho  fatto  preparare  due  pani,  senza  alcuna  spolveratura 
di  farina  estranea,  e  li  lio  fatto  cuocere  nel  forno  poggiandoli 
su  di  una  lastra  di  ferro  pulitissima  e  riparandoli  da  ogni  specie 
d'imbrattamento 

Ne  ho  eseguita  l'analisi  separando  perfettamente  crosta  e 
mollica  eliminando,  cioè,  la  parte  intermedia  che  non  appartiene 
né  a  l'una  né  a  l'altra. 

La  determinazioue  delle  ceneri  ha  fornito  le  seguenti  cifre: 


Ceneri  grezze,  in  sostanza  secca  oy^^ 
Cloruro  di  sodio         »  »       » 

^Ceneri  per  differenza.         .         .      > 


I  Crosta 

i 

j     2,090 

0,231 


1,859 


MoUica 
2,096 
0,234 
1,862 


Crosta  Mollica 

2,081  2,081 

0,251  I     0,251 

1,830  1,830 


Altre  determinazioni  ho  eseguito  su  campioni  di  pane  pro- 
venienti da  esperimenti  di  panificazione  e  conservati  in  labora- 
torio, allo  stato  secco,   con  i  medesimi  risultati: 


Ceneri   grezze,   in  so- 
stanza secca 

Cloruro  di  sodio,  in  so-|       1,68 
stanza  secca 

('eueri,  ijer  differenza 


Crosta 

Mollica 

('rosta 

Mollica 

Crosta 

1,68 

1,65 

1,77 

1,81 

2,33 

0,61 
1,07 

0,59 

1,20 

1,20 

1,81 
0,52 

1,06 

0.57 

0,61 

Mollica 
2,37 
1,84 
0.63 


-  76  - 

Non  vie  alcun  dubbio  che  il  contoiiulo  di  ceneri  non 
varia  nella  crosta  e  nella  mollica. 

È  utile ,  d' altra  parte,  di  utilizzare  per  la  determinazione 
di  esse  un  pezzo  della  mollica  che,  certo,  non  può  essere  im- 
brattata né  dalla  spolveratura  né  da  sostanze  accidentali. 

Esperienza  II. 

Metodi  di  incenerimento. 

Barral  nei  suoi  importantissimi  studii  sul  pane  fa  notare 
che  €  l'incenerimento  è  una  operazione  molto  delicata  che  do- 
manda grandi  cure:  esso  può  dare  facilmente  risultati  inesatti 
a  causa  dell'agglomeramento  dei  sali  alcalini,  che  vi  sono  in  gran- 
dissima quantità  e  dei  quali  la  fusione  si  oppone  alla  combu- 
stione delle  ultime  tracce  di  carbone  ;  cosi  a  causa  delle  per- 
dite di  sali,  che  può  produrre  lo  sviluppo  del  vapor  d'  acqua  e  delle 
sostanze  volatili,  quando  la  temperatura  é  elevata  bruscamente. 
Questa  perdita  di  sali  è  tanto  più  grande  quanto  più  l'incene- 
rimento dura  a  lungo  ». 

Anche  Girard.  Elsner,  Revelli,  Villaveuchia,  Teyxeika 
ed  altri  usano  cure  speciali  nella  determinazione  delle  ceneri  come 
ho  riportato  nella  esposizione  dei  metodi. 

Con  le  prove  che  seguono  ho  voluto  trovare  le  migliori  con- 
dizioni per  ottenere,  nel  tempo  più  breve,  ceneri  grigie  e  non  fuse. 

3. -Ho  tagliato  il  pane  in  piccoli  pezzi  di  circa  1  cm^  e 
li  ho  bruciati  in  una  capsula  di  porcellana  su    becco   Bunsen: 

Lo  sviluppo  del  vapor  d'acqua,  in  primo  tempo  rapidissimo, 
può  produrre,  con  tale  sistema,  qualche  perdita. 

4. — Lo  stesso  pane,  tagliato  a  pezzetti,  venne  seccato  a  llOo 
e  poi  bruciato  come  nel  caso  precedente  : 

La  combustione  é  lenta,  spesso  la  superficie  fonde  e  rende 
più  difficile  r  incenerimento. 

5. — Il  pane  secco  e  polverato  è  bruciato,  come  nel  primo 
caso,  in  capsula  di  porcellana  su  becco   Bunsen  : 

L'  ineenerimente  procede  bene  ma  lentamente. 

L'aggiunta  di  nitrato  ammonico  affrettala  combustione  ma 
produce  una  parziale  fusione  delle  ceneri  e  mette  in  pericolo  la 
capsula    per  la  deflagrazione  che  si  produce. 


—  77  — 

6.  -  Il  pane  secco  e  polverato  è  lniiciato  nella  muffola  riscal- 
data gradatamente  al  rosso  scuro,  ma  messa  iu  funzione  dopo 
l'introduzione  della  capsula  : 

In  circa  due  ore  si  ottengono  ottime  ceneri  grigie  e  senza 
traccia  di  fusione,  quando  si  tien  conto  delle  norme  su  dette. 

Ho  eseguita  una  prova  di  controllo  con  ur.o  stesso  pane  in- 
cenerito a  fuoco  diretto  ed  in  muffola  : 


Ceneri  grezze,  in  sostanza  secca  *'  q 
Cloruro  di  sodio  "/^ 


Fuoco  diretto 
1,64 
0,28 


Muflfola 
1,67 
0,30 


Tranne  la  rapidità  dell'operazione,  più  breve  con  la  muffola, 
la  determinazione  procede    ugualmente  bene   con  i  due  sistemi. 

7.  —  Il  pane  secco  e  polverato  viene  carbonizzato  a  fiamma 
diretta  su  becco  Bunsen.'  dopo  raffredamento  il  carbon(ì  è  lisci- 
viato con  acqua,  filtrando  su  filtro  senza  ceneri.  Il  carbone  rac- 
colto, insieme  al  filtro,  è  bruciato  nella  stessa  capsula  in  muffola. 
Su  le  ceneri  viene  evaporata,  con  precauzione,  la  soluzione  acquosa, 
a  bagno  di  acqua  bollente  ed  il  residuo  è  calcinato  lievemente 
su  becco  Bunsen,  facendovi  passare  la  capsula  mantenuta  con 
una  pinza. 

I  numeri  che  seguono  dimostrano  che  questa  operazione  più 
lunga  non  modifica  i  risultati  analitici: 


1 

2 

0,56 

0,92 

0,74 

1,10 

0,72 

1,12 

Ceneri  delle  farine,  in  sostanza  secca  % 
»         del  pane,  previa  lisciviazione    » 
»         del  pane,  senza  lisciviazione     » 


Da  le  esperienze  eseguite  può  dedursi  che  il  mezzo  mi- 
gliore per  ottenere  ceneri  bigie  e  leggiere,  consiste 
nell'incenerimento  in  muffola,  scaldata  al  rosso 
Scuro,     del    pane    secco    a    110*^  e  ridotto    in    polvere. 


-  78  — 

Esperienza  UT. 
Determinazione  del  Cloruro  di  sodio 

In  generale  tutti  i  chimici  valutano  il  Cloruro  di  sodio  nel 
pane  determinando  il  Cloro  nella  soluzione  acquosa  delle  ceneri; 
(qualcuno  vi  aggiunge  alcune  gocce  di  acido  nitrico. 

Barral  trovava  troppo  deboli  le  cifre  del  sale  determinate 
da  RivoT  ,  in  confronto  alle  notizie  che  egli  aveva  da  l'indu- 
stria del  tempo. 

La  stessa  osservazione  venne  fatta  da  altri  e  Zoso,  dopo  una 
serie  d'esperienze,  conchiuse  che  i  cloruri  che  si  rinvengono  nelle 
ceneri  non  costituiscono  che  una  pa,rte  del  Cloruro  di  sodio  ado- 
perato nella  salatura. 

Anche  io  ho  avuto  sempre  lo  stesso  convincimento,  perchè, 
conoscendo  bene  la  quantità  di  sale  adoperato  nella  panificazione 
a  Napoli,  ho  trovato  sempre  quantità  più  piccole. 

Ho  fatto,  per  ciò,  diverse  prove  anche  per  questa  determi- 
nazione : 

8.  —  Determinai,  innanzi  tutto,  il  Cloruro  di  sodio  in  alcuni 

campioni  di  sale  comune,  prelevati  presso  i  panettieri,  ottenendo 

i  seguenti  risultati  : 

^  12  3 

Sale  secco  a  l'aria  Na  CI  'Vo       •         •         •  1      93,10  93,20      |      96,30 

»      ,»  110°  »      -        .         .         .         94,70  95,16      |      98,00 

»     ricristalizzato        »      *        .         .        .  j      97,60  97,90  98,60 

11  sale  adoperato  può  considerarsi  commercial- 
mente puro. 

9.  — Feci  preparare  due  tipi  di  pane  con  farine  molto  diffe- 
renti :  la  prima  con  0.32  ^/o  di  ceneri  e  la  seconda  con  0,71  ^lo- 
Vi  aggiunsi  una  quantità  dosata  di  Cloruio  di  sodio  puro  e,  dopo 
cottura,  eseguii  la  determinazione  del  Cloro,  in  diversi  modi  con 
i  seguenti  risultati: 

Cloruro  di  sodio  calcolato  in  pane  secco  "/o 

Cloruro  di  .sodio  determinato  con  lisciviazione  del  carbone. 

»  »       determinato    nella  .soluzione,  acquosa, 

secondo  Mohr       ........ 

Cloruro    di    sodio    determinato    nella    soluzione  nitrica, 
secondo  Volhako  


1 

>•> 

2.00 

2.00 

1,68 

1,50 

1,63 

1,16 

1,70 

1,53 

-  79  — 

Questa  esperienza  dimostra  chiaramente  che  vi  ha  perdita 
di  Cloro  durante  la  calcinazione  e  che  i  migliori 
risultati  si  ottengono  col  metodo  Volhard  eseguendo, 
cioè,  la  determinazione  nella  soluzione  nitrica  delle 
ceneri. 

Es  p  e  r  i  e  n  z  a  IV. 
Su  la  perdita  del  Cloro 

Assodato  in  modo  evidente  che,  determinando  le  ceneri  del 
pane  si  ottengono  delle  cifre  che  non  corrispondono  a  quelle 
delle  farine  e  che  si  ha  una  notevole  perdita  di  Cloro  volli  inda- 
garne le  cause. 

10.  —  Nella  esperienza  9  avevo  già  notato  che  la  perdita  mag- 
giore di  Cloro  si  aveva  nella  farina  che  conteneva  una  più  grande 
quantità  di  ceneri.  Per  confermare  l'osservazione  ripetetti  la  prova 
con  quattro  farine,  molto  diverse  per  contenuto  di  ceneri,  otte- 
nendo i  seguenti  risultati  : 


(Jeneri  delle  farina,  in  sostanza  secca 
Cloruro  di  sodio  aggiunto  . 
»  »  tro>'ato.     . 

perdita 


I 

11 

111 

0,32 

0,48 

0,71 

2,16 

2,16 

2,16 

1,63 

1,51 

1,46 

0,53 

0,65 

0,70 

IV 
1,61 
2,16 
1,34 
0,82 


Appare  subito  che  la  per  dita  del  CI  oro  diventa 
maggiore  a  misura  che  aumenta  la  percen- 
tuale di  ceneri  delle  farine  e  mi  convinsi  perciò, 
che  la  ragione  era  da  ricercarsi  nella  costituzione  stessa  delle 
ceneri  del  frumento. 

Esperienza  V. 
Su  l'influenza  del  fosforo  nelle  ceneri 


È  noto  che  l'acido  fosforico  contenuto  nelle  ceneri  del  frumento 
rappresenta  quasi  la  metà  delle  sostanze  minerali;  onde  derivala 
convinzione  che  il  pane  bruno,  preparato  con  farine  di  marca 
più  bassa,  sia  il  più  ricco  di  fosforo. 


—  80  — 

E,  (liinque,  molto  probabile  che  la  perdita  del  Cloro  debba 
attribuirsi  a  la  presenza  dell'acido  fosforico.  Ed,  in  fatti,  le  quat- 
tro farine  da  me  scelte  contenevano  : 


P.,  05'Vo      ....  I       0,14 


II 

0,23 


III        I        IV 
0,83  0,7.5 


L'acido  fosforico,  secondo  Gautier,  si  trova  combinato,  prin- 
cipalmente, allo  stato  di  fosfati  alcalini  e  terrosi,  ma  una  parte, 
notevole  di  esso  deriva  da  l'ossidazione  del  fosforo  delle  lecitine, 
delle  nucleine  e  dell'acido  metilen-fosforico  (lafitinadi  Poster- 
nak). 

Secondo  un'analisi  del  dr.  Bernardini  un  frumento,  prove- 
niente da  l'agro  di  Pomigliano  d'Arco,  forni  i  seguenti  risultati, 
per  quanto  riguarda  il  fosforo  : 

P2O5  totale         ....  1.087° 

»        lecitinico  ....  0.03   » 

>        fitinico       .         .         .         .  0.74   » 

»        nucleinico.         ,         ,         .  0.28  » 

KivoT,  partendo  da  l'analisi  di  un  campione  di  pane,  calcolò 
che  per  saturare,  allo  stato  di  fosfato  bibasico,  le  basi  alcaline 
ed  alcaline  terrose,  nelle  ceneri  di  100  grammi  di  pane,  bastereb- 
bero gr.  0.232  di  P2O5  mentre  ne  trovava  in  totale  gr.  0.470  ; 
la  differenza  di  gr.  0.238  era,  dunque,  dovuta  a  la  combustione 
del  fosforo  organico,  cioè  non  unito  a  basi  fisse. 

È,  per  me,  evidente  die  questo  residuo  fosforico  è,  proprio, 
quello  che  scaccia  il  cloro  e  va  a  saturare  la  base  alcalina  rima- 
sta libera. 

Con  alcune  esperienze  lio  potuto  dimostrare  la  verità  della 
mia  ipotesi  : 

11.  — Ho  preparato  due  soluzioni  contenenti  la  prima  gr.  0.107 
di  Cloruro  di  sodio  in  5  ce.  e  la  seconda  gr.  0.069  di  P2O5  in  5  ce. 
Indi  ho  introdotto  in  due  capsule  di  porcellana  le  seguenti 
miscele  : 
Capsula  A  : 

Amido  gr.   10  +  soluzione  di  cloruro  di  sodio  ce.  5. 
Capsula  B  : 

Amido  gr.   10    -    soluzione  di    cloruro  di  sodio  ce.  5  +  solu- 
zione di  P2O5  ce.  5. 


—  81  — 

Ho  essiccato  la  luiscola  in  stufa  a.  110''  e  poi  ho  incenerito 
nella  muffola. 

Nel  residuo,  sciolto  in  acqua  acidulata  con  acido  nitrico,  ho 
determinato  il  Cloro  col  metodo  di  Volhard  ottenendo  i  seguenti 
risultati,  espressi  in  Cloruro  di  sodio  : 

Capsula  ^  =  gr 0,0994 

B^   y       .         .         .         .  0,0282 

Non  vi  è  alena  dul)bio  che  P2O5,  nelle  condizioni  nelle 
quali  avviene  l'incenerimento  del  pane,  scaccia  i  1  (^loro 
dal  Cloruro  di  sodio. 

12.  —  Ho  scelto  una  farina  contenente: 

Ceneri,  in  sostanza  secca  =  O.-ll  "/o 
P20r,  >  »       =  0.19    » 

e  d'altra  parte  ho  preparato  una  soluzione  contenente  gr.  0.116 
di  Cloruro  di  sodio  in  5  ce.  ed  una  soluzione  alcoolica  di  potassa 
al  5  o/o. 

Ho  mescolato  in  tante  capsule  di  porcellana  : 

Capsula  A  : 

Farina  gr.   10    h  soluzione  di  NaCl  ce.  5 
Capsula  B  : 

Farina  gr.  10  -|-  soluzione  di  NaCl  ce.  5-|-soluz.  di  KOH  co.  5 
Capsula  C  : 

Farina  gr.  20  -f-  soluzione  di  NaCi  ce.  5 
Capsula  D  : 

Fcirina  gr.  20+soluzione  di  NaCl  oc.  5-|-soluz.  di  KOH  ce.  5 
Come  nella  prova  precedente  ho  essiccato  nella  stufa,  ho  in- 
cenerito ed  ho  determinato  il  Cloro  col  metodo  di  Volhard,  otte- 
nendo i  seguenti  risultati  espressi  in   NaCl  : 

Capsula  A 

Calcolato                                         Trovato                      |  Differenze 

Ceneri  +  NaUl         =  0,157  Ceneri   totali  =  0,141  —     0,016 

NaCl                          =  0,116  NuCl  =  0,087  —     0,029 

Ceneri  delle  farine  =  0,011  Ceneri  per  differenza  =  0,054  -\-     0.013 


—  S'2  — 

Capsula  C 

Calcolato                                          Trovato  Differenze 

Ceneri  +  NaCl        =  0,1!J8  Ceneri  lutali                =  0,17!)  —     0,019 

NaCl                           =  0,116  |NaCl                               =  0,086  —     0,030 

Ceneri  delle  farine--  0,082  Ceneri  per  differenza  =  0,093  4-     <';011 

Nelle  capsule  B  e  D  ho  trovato    lo    quantità  introdotte  di 
Cloruro  di  sodio. 

Queste  prove  confermano  la  procedente  perchè  provano  la 
perdita  del  Cloro  e  d'altra  parte  dimostrano  chiaramente  che  la 
minore  quantità  di  CI  fornisce  col  calcolo  una  mi- 
nore quantità  di  NaCl,  onde  il  residuo  Na  contri- 
buisce ad  accrescere  la  quantità  di  ceneri  calcolata 
per    d  iffer  en  za. 

Dimostrano,  ancora,  che  aggiungendo  una  base  libera,  cioè 
saturando  il  residuo  fosforico,  non  si  ha  più  perdita 
di  CI,  come  è  avvenuto  nelle  capsule  B  e  D. 

Metodo  analitico  proposto 

Avendo  cosi  spiegato,  in  maniera  esauriente,  gl'inconvenienti 
che  si  incontrano  nella  determinazione  delle  ceneri  del  pane,  ho 
studiato  un    metodo  di  analisi  che  fornisce  risultati  precisi  : 

Si  secca  il  pane  tagliato  in  piccoli  pezzi  di  1  cm^,  prelevati 
possibilmente  da  la  mollica,  nella  stufa  a  105<'-110<'  per  qualche 
ora  ;  indi  si  polverizza  e  si  secca  ancora  sino   a  peso  costante. 

In  una  capsula  A  si  pesano  10  grammi  del  pane,  cosi  prepa- 
rato, si  inceneriscono  in  muffola  al  calore  rosso  e  si  posano  le 
ceneri. 

In  una  capsula  B  si  pesano  10  grammi  dello  stesso  pane,  vi 
si  aggiungono  4  o  5  ce.  di  soluzione  alcoolica  di  potassa  al  5  o/o, 
si  dissecca  la  miscela  a  bagno  d'acqua  bollente  ed  indi  si  ince- 
nerisce nella  stessa  muffola,  senza  pesare  il  residuo. 

Si  ripigliano  le  ceneri  delle  due  capsule  con  acqua  acidulata 
con  acido  nitrico,  in  modo  da  ottenere  soluzioni  acide,  e  si  de- 
termina il   CI   !*ol   motodo  (li    Voi.HART). 


—  83  - 

Indi  si  esegue  il  seguente  calcolo  : 
Capsula  A   contiene  : 

Ceneri  totali  =  C 

Cloro  -^  ci 

Cloruro  di  sodio   =  nacL 
Capsula  B    contiene  : 

Cloro  ^  CI 

Cloruro  di  sodio    ^  NaCI 

onde  il  CI  perduto  nell'inoeuerimento  della  capsula  a  risulta: 

CI—  cl=  Ch 
che  bisogna  aggiungere  al  peso  ottenuto  delle  ceneri,  cioè: 

C^  Ch 
da  questo  peso,  che  rappresenta  le  ccueri  totali,  Ijisogiia  detrarre 
il  peso  di  tutto  il  Cloruro  di  sodio  ottenuto  nella  determinazione 
fatta  nella  capsula  b  cioè 

((7+  Ch)  —  NaCl  =  e 
questo  peso  e.  rappresenta  le  ceneri  della  farina  adoperata. 
Esempio  : 
Pane  impiegato  gr.   10. 


Capsula  A                    | 

Capsula  B 

C 

^     gr  :     0.243 

ci 

=       »       0.098 

CI         gr:     0.126 

nacl 

=       .       0.162 

NaCl      >      0.208 

Onde  il  Cloro  perduto  durante  l'incenerimento  del  pane  = 
0.126  —  0.098  =  0.028. 
che  bisogna  aggiungere  al  peso  delle  ceneri  trovate 
0.243  4-  0.028  -  0.271 
Da  questa  cifra  si  detrae  il  NaCl  ottenuto  nella  capsula  B 
0.271  —  0.208  =  0.063 
che  è  precisamente  la  quantità  di    ceneri  contenuta  nella  farina 
adoperata  per  fare  il  pane  (0,64  °/o). 

Se  SI  fosse   eseguita  la  determinazione  con  uno  dei    metodi 
soliti  si  sarebbero  ottenuti  i  seguenti  risultati: 

Ceneri      .         .         .         =0.243 
Cloruro  di  sodio      .  =  0.162 


Ceneri,  per  differenza       -^  0.081 
con   un  errore  di  0.17  "/o  in   più. 


-  84  — 

Nella  tabella  C  ho  riunito  lo  aualisi  di  quattro  tipi  di  pane 
prc|)arati  con  farine  a  contenuto  di  ceneri  molto  diverso  e  con 
ijuantità  sempre  eguale  di  Cloruro  di  sodio. 

Da  l'esame  dei  risultati  ottenuti  appare  in  modo  evidentis- 
sima la  precisione  dei  mio  metodo  V)  in  confronto  di  (juelli  ado- 
perati sino  ad  oggi. 

lo  sono  riuscito  ad  identificare  le  ({ualità  o  numeri  delle  fa- 
rine ed  a  stabilire  anche  il  rendimento  in  pane,  teuendo  conto 
del  tasso  di  umidità,  nelle  ordinarie  condizioni  ,  ogni  volta  che 
è  stato  necessario  di  risolvere  questioni  d'indole  economica. 

Napoli.  —  Laboratorio  Chimico  Municipale.  —  Dicembre  i'J13. 


^)  Ho  applicato  lo  stesso  metodo  con  identico  risultato  nella  determina- 
zione delle  ceneri  di  diverse  sostanze  nelle  quali  si  presentano  le  stesse  con- 
dizioni del  frumento  e  specialmente  nei  formaggi. 


86 


Tabella   C 


Ceneri  in  sostanza  .secca 
P2O5  totale       »  » 


Farina  N.*» 


0,32 
0,14 


II 

0.48 
0.23 


III 

0.71 
0,33 


IV 

1,61 
0,75 


Metodo  da  me  proposto 


CI  totale  trovato  (nella  capsula  h) 
CI  trovato  nelle  ceneri  (nella  capsula  a 
Differenza  da  aggiungere  a  le  ceneri 
Ceneri  trovate  (nella  capsula  a 

+  CI   . 
Na(^l  totale  (nella   capsula  b) 
Ceneri   ottenute     . 

(liff'erevza 


1,309 
0,991 
0.318 
2,170 

1,309 
0,920 

1,309 
0,885 

0,r589 
2,280 

0,424 
2,420 

2.488 

2,160 

0,328 

-fO.008 

2,669 

2.160 

0,509 

+0,029 

2.844 
2,160 

0,648 
-0,026 

1.309 
0,814 
0,495 
3,270 
3.765 
2,160 
1,605 
-0,016 


Metodo   adoperato  sino  ad  oggi 


Ceneri  totali  trovate     . 
NaCl  dosato  nelle  ceneri 
Ceneri  ottenute     . 


diff'erevza 


2,170  2,310  2,420 

1.635  1     l,51b  1,460 

0,535  }     0.792  0.960 

+0,214  '+0,311  +U,250 


3,270 

1,343 

1,927 

+0,316 


—  86  - 

BIBLIOGRAFIA 

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1897.  BouTRonx,  L.  —  Le  pain  et  la  punification:  Paris. 

1898.  Balland,  a.  —  Fain  des  froment^  de  mais,  de  seigle:  Revue   du  ser- 

vice  de  l'Intendence,  Paris. 
1900.  Elsner,  F.  ^  Praxis  de  chemiker:  Lipsia. 
1900,    Fabris  G.  Marino,  —  Sopra    Panatisi  e  la   composizione  di    alcune 

qualità  di  pane:  Roma. 

1900.  Manuel  des  chimistes  stiisse:  Berne. 

1901.  Lehmann,  K.  —  Die  Methoden  des  praktischen  Hygiene:  Wiessbadea. 

1903.  Posternak,  S.  —  Sur  la  matiére  phospho-organtque  d'origine  vegetale: 

C.  R.  Societè  Biologie,  Paris. 

1904.  ViLLAVEccHiA,  V. — Annali,  Laboratorio  Chimico  delle  Gabelle,  Roma. 
1904.  Girard,  C.  — ■  Analyse  des  matiéres  alimentaires:  Paris. 

1906.  Pkllerin,  G.  — -  Guide  pratique  de  V  expert  chimiste  en  denreés  ali- 

mentaires: Paris. 

1907.  Teyxeira,  G.  —  Trattato  di  chimica  hromatologica:  Perugia. 

1907.  Zoso,  A..  —  Ricerche  sperimentali  sulle  farine,  pane  e  paste  di  Venezia: 
Venezia. 

1907.  Ballano,  A.  —  Les  aliments:  Paris. 

1908.  Gautier,  a. — L'alimentation  et  les  regimes  :  Paris. 

1909.  Bourrey,  G. — Marquet,  E.  —  Traile  d'analise  der  substanres  alimentai- 

res: Paris. 

1909.  Gerard,  E. — Bonn,  A. —  Traile  pratique   d' analyse   des  snbstances 

alimentaires:  Paris. 
1609.  Villier,  a. — CoLLiN,  K.— Traile  des  alteraiions  et  des  falsifications 
des    substances  alimentaires:  Paris. 

1910.  KòNiG,  I.  —  Die  menschlichen  Nahrungs  and  Genusmittel:  Berlin. 
1910.  Alessandri,  P.  —  Chimica  delle  sostanze  alimentari  :  Milano. 
1910.  Rotea,  F.  —  Comment  depister  Ics  fraudes   alimentaires:  Paris. 

Finito  di  stampare  il  4  Febbraio  1914. 


Condizioni  che  determinano  la  capacità  rigene- 
rativa delle  estremità  posteriori  nelle  larve 
di  Aniiri  alle  diverse  epociie  di  sviluppo  '). 


Nota  preliminare 

del 

socio  Ermete  Marcucci 


(Tornata  dal  14  dicembre  1913) 

Fin  dallo  Spallanzani  era  noto  che  se  ad  una  giovane  larva 
di  Rana  o  di  Rospo  si  asportano  gli  arti  posteriori,  questi  ri- 
generano ;  se  al  contrario  si  asportano  gli  arti  a  larve  più  a- 
dulte  e  prima  ancora  che  cominci  la  metamorfosi,  non  si  ha  più 
alcuna  rigenerazione,  ma  semplice  cicatrizzazione  della  superficie 
di  ferita.  Da  che  dipende  questo  diverso  comportamento  degli 
arti  rispetto  al  potere  rigenerativo  ?  Tutti  coloro,  che  si  sono  oc- 
cupati dell'  argomento  in  parola,  ritengono  che  dipenda  dallo 
stadio  di  sviluppo  del  girino  nel  momento  dell'  amputazione;  cioè 
che  il  girino  è  dotato  di  potere  rigenerativo  solo  quando  è  giova- 
ne, ma  quando  esso  è  divenuto  più  adulto  ed  ha  raggiunto  un 
determinato  stadio  di  sviluppo,  perde  ogni  potere  rigenerativo 
degli  arti.  Io  però  ho  potuto  dimostrare  che  il  potere  rigenera- 
tivo degli  arti  è  indipendente  dal  grado  di  sviluppo  del  girino, 
ma  dipende  dallo  stato  giovanile  dell'  arto.  Infatti,  mantenendo 
giovane  F  arto  per  mezzo  di  successive  amputazioni,  ho  potuto 
ottenere  una  rigenerazione  più  o  meno  perfetta  di  esso  non  so- 
lamente asportando  1'  arto  ad  individui  in  metamorfosi,  ma  per- 
sino a  quelli  già  metamorfosati. 

Io  ho  potuto  inoltre  dimostrare  che    quando  l'arto  è  molto 
giovane  tutti  i  suoi  segmenti  si  rigenerano   ugualmente,    e    che 


1)  Pubblicherò  tra  poco  una  memoria  particolareggiata  sopra  ì  fenomeni 
otìerti  dalla  perdita  progressiva  della  capacità  rigenerativa  negli  arti  poste- 
riori delle  larve  di  Anuri  e  sulle  condizioni  che  hanno  influenza  sopra  di 
essa.  In  questa  memoria  darò  anche  le  figure  corrispondenti  alle  afferma- 
zioni pubblicate  in  questa  nota  preliminare. 


ft8  — 

m-gli  t'iiil>ii<)iii  (lill;iiiii  prossimi  ;i(l  usciio  dalla  (capsula  ^ulatinnsa. 
ppiiino  i'iiilcn'a  porzione  posl(>riorf  drll'adrlome  è  capace  di  ligene- 
rare;  mn  col  progjcdiic  dello  sviluppo  il  potere  rigenerativo  inco- 
mincia a  scomparire  dalla  parte  prossimale  verso  la  parte  distale,  si- 
no a  scomparire  del  tutto,  ed  in  modi)  cIk^  mentre  il  segmento  pros- 
simale ha  perduto  il  potere  rigenerativo,  gli  altri  segmenti  sono 
ancora  capaci  di  rigenerarsi.  Ora  poiché  nello  sviluppo  normale 
dell'  arto  la  parte  distale  è  quella  che  il  più  tardi  si  differenzia, 
questo  risultato  è  una  conferma  di  quello  innanzi  esposto  ;  cioè 
che  il  potere  rigenerativo  d-ipeude  dallo  stato  giovanile  del  seg- 
mento dell'  arto  sul  ((uale  viene,  praticata  V  amputazione. 

Infine  ho  potuto  notare  che  il  potere  rigenerativo  dell'arto, 
indipendentemente  dallo  stato  di  sviluppo  di  questo,  dipende 
anche  da  condizioni  proprie  dell'  arto  ;  poiché  esso  può  essere 
nello  stesso  individuo  differente  per  1'  arto  di  ciascun  lato. 


Finito  di  sta?iipare  il  4  Febbraio  1914. 


Sul  campo  elettrico  e  magnetico 
di  un  oscillatore  hertziano 


Nota 

del 

socio  Gr.  Vanni 


(Tornata  del  31  Luglio   1913) 

E  noto  come  1'  uso  della  quantità  diretta  introdotta  da  Max- 
well col  nome  di  potenziale  vettore,  sia  di  grande 
aiuto  nella  trattazione  dei  problemi  relativi  al  calcolo  delle  forze 
elettriche  e  magnetiche.  Tuttavia,  non  essendo  tale  quantità,  a 
differenza  del  potenziale  scalare ,  direttamente  accessibile  alla 
esperienza,  e  venendo  al  contrario  ritenuta  di  natura  piuttosto 
astratta  e  priva  di  signiiicato  fisico,  essa  è  stata  poco  considerata 
dalla  maggior  parte  degli  autori.  Come  è  noto,  infatti,  Hertz  ha 
preso,  come  punto  di  partenza  delle  sue  classiche  ricerche,  le  e- 
quazioni  del  campo  elettromagnetico  espresse  in  funzione  delle 
sole  forze  elettriche  e  magnetiche,  facendo  astrazione  dal  poten- 
ziale vettore,  e  ponendo  le  equazioni  in  forma  tale,  che  esse  pos- 
sano considerarsi  come  la  traduzione  di  fatti  sperimentali,  e  siano 
quindi  indipendenti  da  ogni  teoria. 

Nella  presente  nota,  mi  propongo  di  mostrare  il  grande  van- 
taggio che  si  può  ricavare  dall'  uso  del  potenziale  vettore,  facen- 
done l'applicazione  allo  studio  del  campo  elettromagnetico  ó,i  un 
oscillatore  hertziano,  con  un  procedimento  che,  pur  essendo  af- 
fatto generale,  riassume  e  semplifica  notevolmente  pi'ocedimenti 
e  risultati  già  noti,  ottenuti,  in  maniera  più  complicata,  da  Hertz  ^) 
da  Lodge  ^)  da  Fitz-Gerald  ^)  da  Fleming  *j  da  Poincaré  ^)  e 
da  altri. 


')  Hertz  -Wiedemann  Ann.  36  p.  1,  1889. 
2)  Lodge— Nature  1889. 

8)  F iTz- Giuralo— British  Assoc.  Report  (1890)  Phil.  Mag.  Sept.   1896. 
*)  Fleming  —  Electric  u-ave   ielegrapìiy  and  telephony  2  Edit  London    1910 
387. 
s)  Poincaré — Conférences  Siir  la  téle'yraphic  sans  fils:  Paris,  1909. 

7 


—  90  — 


Assimileremo,  come  d'ordinario,  un  oscillatore  hertziano,  a 
capacità  localizzata,  ad  un  dipolo  infinitesimo  {—q,-\-q)  {Fùj.  1)  di 
lunghezza  l=dz  e  perciò  di  momento  elettrico  qdz^=ql. 


Fig.  1. 


Il  problema  della  determinazione  del  campo  elettromagnetico 
in  un  punto  qualunque  P  dello  spazio  circostante  all'oscillatore 
considerato,  si  riduce  essenzialmente  alla  determinazione,  nello 
stesso  punto  P,  del  potenziale  vettore  che  vi  si  riferisce,  supposto 
beneinteso  che  si  conosca  altresì,  o  si  possa  calcolare,  il  poten- 
ziale scalare  ordinario  delle  cariche  — q  e  J^q  dell'oscillatore.  E 
noto,  infatti,  che,  per  il  principio  della  unità  della  forza  elettrica, 
la  forza  elettrica  o  elettromotrice  totale  è,  nel  punto  considerato, 
la  somma  geometrica  della  forza  elettromotrice  d'induzione,  do- 
vuta alla  variazione,  nel  tempo,  del  potenziale  vettore  relativo 
alla  corrente  dell'oscillatore  e  di  quella  dovuta  alla  variazione, 
nello  spazio,  del  potenziale  scalare  corrispondente  alla  cariche 
— q  j^q  dell'oscillatore  medesimo  ;  la  forza  magnetica  è,  invece, 
la  rotazione  o  curi  del  potenziale  vettore.  Detta  dunque  E  la  f. 
elettrica  totale,  U  il  potenziale  vettore,  V  il  potenziale  scalare, 
si  hanno  le  due  equazioni  vettoriali,  il  simbolo  5  indicando  la 
differenziazione  parziale  : 


U         Ss 


M  =  rot  U 


Chiamando  F,  (?,  H  le  componenti,  secondo  i  tre  assi  di  un 
sistema  destrorso,  del  potenziale  vettore  U,  X  T  Z  \e  componenti 
secondo  gli  stessi  assi   della  forza  elettrica,  a,  j3,  •(  quelle  della 


—  91  — 

forza  magnetica  nel  punto  considerato  P,  le  due  equazioni  vetto- 
riali precedenti  danno  lu(jgo  alle  equazioni  '  scalari  : 

^_       ÒF        bV 


u 

òx 

hG 

57 

òt 

Òy 

OH 

bv 

bt  bz 


bH 

oy 

bO 

bz 

P=lf- 

bH 

bx 

bO 

'  ^     bx 

bF 

by 

(1) 


E  noto  che,  nel  caso  attuale,  per  poter  tener  conto  della 
propagazione  con  velocità  finita  della  perturbazione  elettroma- 
gnetica prodotta  dall'oscillatore,  bisogna  che  i  due  potenziali,  sca- 
sare e  vettore,  siano  entrambi, p  otenziali  ritardati  nel 
lenso  di  Riemann  ^)  e  di  Lorenz  ^).  vale  a  dire  devono  conside- 
rarsi non  air  epoca  attuale  ^,  ma  al  tempo  t — J.r,  detta  r  la  distanza 
del  punto  P  dall'origine  ed  A  la  reciproca  della  velocità  di  pro- 
pagazione della  perturbazione  prodotta. 

Ammetteremo  come  evidente,  per  ragioni  di  simmetria,  che 
il  campo  sia  di  rotazione  intorno  all'asse  dell'oscillatore  e  che  le 
forze  elettriche  si  trovino  nei  piani  meridiani,  mentre  le  forze  ma- 
gnetiche sono  dirette  secondo  i  paralleli.  Supposto  allora  che  il 
dipolo  considerato  sia  collocato  col  centro  nell'origine  0  degli 
assi  (Fig.  1)  ed  orientato  secondo  la  direzione  positiva  dell'asse 
Oz,  consideriamo  ciò  che  accade  in  un  punto  P  collocato  in  un 
piano  meridiano  qualunque,  per  es.  nel  piano  yz.  La  quistione,  se- 
condo le  (1),  si  riduce  a  calcolare  i  due  potenziali  scalare  e  vet- 
tore al  punto  P. 

1.  —  Potenziale  Scalare  —  Il  potenziale  scalare  dell'oscilla- 
tore considerato  è  evidentemente 

F=5-Ì  =  5.1(«)=    iÌf«)  (2) 

n      r2  bz  \ r)  bz\rj 

detta  r  la  distanza  del  punto  P  dalle  cariche  agenti.  Il  simbolo 
5  indica  la  differenziazione  parziale  quando,  seguendo  la  dire- 
zione positiva  dell'asse  Oz,  si  passa  da  — (/  a  -f- g  spostandosi 
per  il  tratto  l  =  bz. 


1)  RiEMANN— WerAre  :  2  Aufl.,  p.  288. 

2)  Lorenz  L.-Phil.  Mag.  t.  34,  p.  287. 


—  92   — 

Supponendo  che  la  carica  q  vari  col  tempo  secondo  la  legge 
q=Q,f(t)  avremo,  tenendo  conto  del  fatto  che  si  tratta  di  po- 
tenziali ritardati  e  quindi  q=Q„f{t—Ar)^ 

avendo  posto 

,=  A^).  (4) 

2).  —  Potenziale  vettore.  — Il  potenziale  vettore  relativo  alla  cor- 
do 
rente  i  =z  —  A  ^f  che  attraversa  l'oscillatore  si  riduce,  evidente- 
dt  ' 

mente,  alla  sola  componente  J?  parallela   all'  asse  Oz.  Si  ha  quindj 

F  =  Q,     G  =  0,     ff=   i_^^_AlZj 

r  r    ot 

Si  vede  dalle  (3)  e  (5)  che,  come  la  derivata  parziale  di  spazio 
della  funzione  fp  dà  il  potenziale  scalare,  la  derivata  parziale  nel 
tempo  della  stessa  funzione  dà  il  potenziale  vettore. 

Dalle  (1),  essendo  ^=0,  ^  = -^  =  0  insieme  con  F  =^  0, 
G  =  0,  si  ha 

A     ùy  A     "òyhz  r  Componenti  della for- 

>  za  elettrica  totale 

M=  01.=^  ^      =  —  AQJ^^TT^  >  forza  magnetica  totale. 
oy  òtÒy  <) 

Tenendo  presente  il  valore  della  funzione  fp  dato  dalla  (4),  il 
calcolo  della  forza  elettrica  e  magnetica,  sia  a  breve,  sia  a  lunga 
distanza  dall'oscillatore,    si  riduce,    in  ultima   analisi,  al  calcolo 

delle  cmque    quantità    J^^   ,  .-J   ,    ^^,  ,   ^-^,  ,   g^^. 


—  93  — 

3).  —  Campo  elettromagnetico  a  breve  distanza  dalV  oscilla- 
tore.—  Forza  elettrica  —  Se  si  considera  ciò  che  avviene  a  pic- 
cole distanze  dall'oscillatore,  converrà  evidentemente  nelle  espres- 


Pig.  2. 


sioni  di  iyr,   y,  Z  {Fig.  2)  ritenere  solo  i  termini    contenenti  le 
più  alte  potenze  di  r.  Tenendo  presente  che 


5/* 
«d  inoltre  r^  ^=  y^  -\-  z'^  q  quindi  -^— 


7      Oli  A  ^''P        ^^'^ì 

z  Òr        y 

=  cos  Q ,  -^r-  =  —  =  sen  e 

r  oy        r 


si  trova  facilmente,  per  brevissime  distanze: 


5(p 


Qol 


V  ==  QJ,  ~-= Y  sen  pt.  cos  s  =:  — 


Qol 


Òz 


z  cos  e 


r" 

^Qol 


da  cui     F  =  —  ^  4^  =  ^3yz^  -j^  cos  e  sen  e 
A     ozoy       Ar^  Ar^ 


Z  = 


Qol^^-^  __Qolf  [  1      3^ 


A  5^2 


I    ^a  t*"    I         Ar 


Nel  piano  equatoriale  {z  =  o),  si  ha  quindi 

Qoif 


T=  0 


Z=E 


At» 


(6) 


—  94  - 

▼alo  a  dire  la  forzai  elettrica  totale  è  parallela  alV  eccitatore  e 
varia,  a  parità  di  altre  circostanze,  nella  ragione  inversa  del 
cubo  della  distanza. 

4).   —  Forza    magnetica.   —  Tenendo    presente    che    H  = 

—  AQ„l-^(i  clic  la  funzione  <p= si  riduce,  per   piccolis- 

Ot  T 

f  (t)  senpt 

siine  distanze,  a  ovvero  a se  si  ammette,  come   sup- 

r  r 

pone  Hertz,  che  la  carica  q  dell'oscillatore  varii  con  legge  sinu- 
soidale non  smorzata  ,  si  trova  facilmente  per  la  forza  magne- 
tica : 

M=a^  i^-^—QolA-^-^  =  ^^  „^  cosptsene  = 
oy  ot  hy  r^ 

(  QoAp)l  cospt       ^       (Io  cos pt)  Isen  ©        A  Qolf  , „s 

_  r^  £_  ^g^  e  ^  ^ ^ ^ g^^  Q       (j^ 


Si  vede  quindi  che,  a  breve  distanza  dall'oscillatore,  il  campo 
magnetico  è  quello  che,  secondo  la  legge  di  Biot  e  Savart,  corri- 
sponde all'elemento  di  corrente  ids  ^^  (I„cosp  t)l ,  nel  punto 
alla  distanza  r,  secondo  l'azimut  e. 

5).  —  Campo  elettromagnetico  a  grandissima  distanza  dalVoscil- 
latore  —  Forza  elettrica. 
Le  equazioni  : 

^_        1  hV_       QJ  5^'f 


A  òy  A    oy  hz  i 

ot        A  oz  V      ot"       A  oz^ J  ■ 


danno,  per  r  assai  grande: 

S''f  A"f"  •    J-    Tr  ^Qolf" 

—  sen&  cos%   e  quindi    Y  = sene  cosQ 


hyhzr  r 

-^  =  — —  cos^e  e  quindi  Z=  ^^    '     (i—cos^^)^ —sen^e 

oz-  r  r  r 

La  forza  elettrica  E  risulta  normale  alla  direzione  del  raggio 
r,  giacché  si  ha   Y sen^  •\-  Zcos^  =  o. 

Il  suo  valore  è  E  =\^"'X}^Y^  =  sen  e   (8) 


—  95  — 

Campo  magnetico.  Analogamente  per  la  forza   magnetica,  si 
trova  a  grandi  distanze  : 

^  -  =  —  sen  e 


e  quindi: 


Uhy 

Af ,  r 


(T  +  ^4 


A^QJf"           ,   AQJf 
n  e   -=  — ^^-!—sen  e  -\ ^^  «ew  e.Si 


r  r 

vede    quindi    che    il    campo    magnetico    consta   dunque   di    due 

parti:    una,      ^      sen  e,  dovuta  alla  corrente  di  conduzione  del 
dipolo,  regolata  dalla  legge  di  Biot  e  Savabt,  e  che  risulta  pre  - 


Fig.  3. 


ponderante  a  brevissime  distanze^  come  già  si  è  visto:  1'  altrai 
proporzionale  a  —,  che  è  dovuta,  invece,  alle  correnti  di  sposta- 
mento e  prevale  a  distanze  grandissime,  alle  quali  si  ha 


M  =  '    sen  e 


(9) 


E 


Le  (8)  e  (9)  mostrano  che  a  tali  distanze  risulta    liv^i-  =  m, 

cioè  eguale  alla  velocità  di  propagazione  dell'  onda  elettromagne- 
tica, come  si  dimostra  facilmente  dover  essere  anche  per  altra  via. 


—  96  — 

E  da  notare  che  facondo  l'ipotesi  particolare  che  la  funzione 
f{t — Ar)  sia  della  forma  senp^t — Ai)^  vale  adire  rappresenti,  come 
suppone  Heutz,  una  vibrazione  sinusoidale  non  smorzata  di  pc- 

271 

riodo   T  e  di  pulsazione  p  =    rp  >  '^  equazioni  precedenti  danno, 

a  grandissima  distanza  : 

Q  Ip^ 
E  =  u  M  =     °       senpit  — Ar)  seìnd, 
u^  r 


ovvero 


E  =  — ^^^  sen^Tzy  ^ ^- |  sene 


che  sono  le  formole  trovate  da  Hertz. 

Ma  le  formole  precedentemente  ottenute,  dedotte  senza  fare 
nessuna  ipotesi  particolare  sulla  funzione  f^  sono  affatto  generali, 
a  differenza  di  quelle  date  d  i.i  vari  autori.  Se,  per  es.,  si  vuol 
trattare  il  caso  di  una  vibrazione  sinusoidale  smorzata  ,  basta  sup- 
porre fit — Ar)  =e  ^  '  ove  a  ^  —  k  -{-  pi,  cioè  supporre  che  a 
indichi  un  numero  complesso  di  cui  la  parte  reale  negativa  sia 
la  costante  di  smorzamento,  ed  il  coefficiente  di  i  sia  uguale  alla 
pulsazione  della  oscillazione.  Si  ritrovano  cosi,  facilmente,  le  for- 
mole di  Poincaré  e  di  Pearson  e  Lee  M  delle  quali  ci  occupe- 
remo in  altra  nota. 

Ci  limiteremo  per  ora  ad  osservare  che,  nell'  ipotesi  di  vi- 
brazioni non  smorzate  e  che  la  corrente  sia  la  stessa  in  tutti  i 
punti  di  un  oscillatore  hertziano,  è  facile  dedurre,  dalle  formole 
precedenti,  la  energia  irradiata,  a  secondo,  dall'oscillatore  stesso 
a  grandi  distanze.  Chiamando  infatti  i„  la  corrente,  in  «.  e.  ni. 
che  corrisponde  alla  carica  massima   Q^  dell'oscillatore,  si    avrà, 

QoP 

nel  caso  di  oscillazioni  non  smorzate  di  pulsazione^,  io  =  — — / 

le  ampiezze  dei  vettori  E  ed  M  divengono  quindi,  a  grande  di- 
stanza e  in  un  punto  alla  colatitudiue  9: 

2iz      l    .  „  ^Tlll     l    . 

Mo  = ^lo  sen  e  Eo  = -r-«o  sene 

r      K  r      K 

Per  il  teorema  di  Poynting  ^)  V  energia  irradiata  a  secondo 
e  per  unità  di  superfìcie  in  un  punto  qualunque  della  zona  sfe- 
rica elementare  di  raggio  r  corrispondente  abe0-|-(i6,  èe- 
spressa  da: 

~t7^  —  — o —  Vt   2  ~w^o    sen  9 

dS  Siz  2  r^  V 


1)  Phil.  Trans.  Roy.  Soc.  1000,  p.  159. 

2)  Phil.  Trans.  Roy.  Soc.  1884,  p.  II  pag.  343, 


—  97   — 

essendo  dS  =  ^Tzr'^d»  sen»  l'area  della  zona  stessa  e  dW  il  flusso 
di  eiier<^ia  corrispondente.  Si  ha  quindi,  per  l'energia  totale  ir- 
raggiata a  secondo: 


W  =  Il -Il  ^"2  ^7  " \  sen^  e  de  =  — —  ^- è/     erg. 


ovvero  ,  approssimativamente ,  se  la  corrente  «„  è  espressa  in 
ampère: 

W  =  400-—i,^  watt. 

A" 

Infine,  ponendo  in  luogo  del  valore  massimo  i„  il  suo  valore 
efficace  ig,  nella  ipotesi  di  una  variazione  sinusoidale,  si  trova 

W  =  SOO^i;  watt, 

che  è  la  formola  data,  sotto  altra  forma,  da  Hertz  ^)  e  applicata 
da  RuDENBERG  ^)  e  da  Austin  ^)  al  caso,  sia  di  un'antenna  mar- 
coniana  semplice,  sia  di  un'antenna  a  capacità  terminale  rinfor- 

r     . 

z>ita.  In  questa  formola,  la  quantità  800-^^  ^i  comporta  come  u- 

A 

na  resistenza  esprimibile  in  ohm,  e  costituisce  la  cosidetta  «  re- 
sistenza di  irradiazione»  dell'oscillatore    hertziano    considerato. 

Isti  Ulto  militare  Radiotelegrafico,  Roma,  Luglio  1913. 


')  Wied.  Ann.  1889. 

2)  Wied.  Ann.  1908.  p.  446. 

3)  Bull,  of  Bureau  of  Standards  1910. 


Finito  di  stampare  il  27  febbraio  1914. 


Come  si  può  impedire  la  rigenerazione 
del  capo  nelle  Planarie 


Nota  preliminare 

del 

socio  Paolo  Della  Valle 


(Tornata   del  31  Luglio  1913) 


Se  si  amputa  il  capo  di  una  Planaria,  esso  rigenera  senza 
eccezione  nelle  specie  di  questo  genere,  in  meno  di  una  setti- 
mana, a  meno  che  la  superficie  di  sezione  sia  praticata  ad  un 
livello  troppo  caudale  o  il  pezzo  in  questione  non  sia  troppo 
piccolo  o  non  sia  mantenuto  in  condizioni   sfavorevoli  di  vita. 

A  me  però  è  riuscito  di  impedire  sempre  tale  rigenerazione, 
definitivamente,  per  tutto  il  tempo  per  il  quale  ho  continuata  l'os- 
servazione (circa  due  mesi) ,  facilitando  quella  riduzione  dell'area 
della  superficie  di  sezione  che  si  verifica  sempre  subito  dopo  il 
taglio  ,  col  rendere  possibile  un  avvicinamento  maggiore  delle 
estremità  laterali  di  quella,  mediante  una  incisione  longitudinale 
mediana  che  dall'estremità  caudale  interessi  quasi  tutta  la  lun- 
ghezza della  Planaria.  I  due  antimeri,  divenuti  anche  funzional- 
mente indipendenti  si  dispongono  come  posizione  di  riposo  in 
modo  che  una  metà  della  superficie  di  sezione  combaci  con  la 
metà  opposta  e  la  guarigione  avvenga  mediante  due  cicatrici 
lineari  sagittali  ,  dorsale  e  ventrale,  che  finiscono  anche  con  lo 
scomparire  in  seguito. 

La  forma  normale  non  viene  mai  più  ricostituita. 

L'analisi  teorica  del  fenomeno,  la  bibliografia  relativa  e  le 
figure,  vengono  pubblicate  nel  voi.  VII  dell'Archivio  Zoologico 
Italiano. 


Finito  di  stampare  il  27  febbraio  1914. 


A  proposito  della  funzione  della  glandola 

digitale  degli  Scylluim  e  di  quella  deirappendice 

vermiforme  dei  Mammiferi 


del 
socio  Arturo  Morgera 


Tornata  del  14  Dicembre  1913. 


Nella  tornata  del  13  giugno  1909  ho  letto  una  mia  Nota 
preliminare  «  Sulla  glandola  digitale  degli  Scyllium  del 
golfo  di  Napoli  ».  In  essa,  dopo  di  aver  fatto  rilevare  l'omo- 
logia della  succennata  glandola  con  l'appendice  vermiforme  del- 
l'Uomo e  dei  Mammiferi,  che  la  posseggono,  omologia  che  era  stata 
supposta  dall'HowEs  e  che  io  ho  riconosciuta,  esposi  il  risultato 
delle  mie  ricerche  sulla  funzione  eccoprotica  della  glandola 
in  quistione. 

Oltre  a  ciò,  per  esperienze  che  avevo  iniziate  in  Cavia  co- 
haya  asserii  che  la  funzione  suddetta  apparteneva  anche  al- 
l'appendice vermiforme  dell'Uomo  e  dei  Mammiferi,  che  ne  sono 
provvisti:  perciò,  quest'ultima,  oltre  all'essere  omologa  è  anche? 
almeno  per  la  funzione  eccoprotica,  analoga  all'ap- 
pendice digitale  degli   Scyllium. 

Il  5  Dicembre,  detto  anno,  nel  numero  45  della  «  Gazzetta 
Internazionale  di  Medicina,  Chirurgia,  ecc.  >,  apparve 
una  recensione  della  mia  Nota  a  cura  del  Prof.  L.  Mine r vini, 
nella  quale  egli,  dopo  di  aver  fatto  notare  l'importanza  dei  miei 
studii  ,  espresse  la  possibilità  di  ricavare  un  nuovo  prodotto 
opoterapico  ,  1'  appendicina,  come  rimedio  contro  la  sti- 
tichezza e  ronica. 


—  100  — 

Nella  Nota  suddetta  promisi  che  avrei  pubblicato  un  par- 
ticolareggiato lavoro  al  riguardo.  Stavo  scrivendo  il  risultato  dei 
miei  studi  fatti  in  ScyUiam,  por  gli  Elasmobranclii  ed  in  Cavia 
cobaija,  per  i  Mammiferi ,  allorché,  il  Prof.  Ugo  Eisig  richiamò 
la  mia  attenzione  su  di  un  fonogramma  pubblicato  dal  Corriere 
della  Sera  di  Milano,  del  4  Novembre  corrente  anno,  in  cui 
si  asseriva  che  il  Dott.  R.  Robinson,  nella  seduta  del  3  Novembre 
dell' Acadèmie  des  Sciences  di  Parigi,  aveva  fatto  una  comu- 
nicazione di  grande  interesse  scientifico  e  pratico,  dimostrante 
l'importanza  dell'appendice  vermiforme  p,er  la  sua 
funzione   eccoprotica. 

Mi  sono  affrettato  a  leggere  la  comunicazione  del  Robinson  ^) 
ed  ho  constatato  che  egli,  con  metodi  di  ricerca,  in  certi  casi, 
meno  rigorosi  dei  miei ,  è  servendosi  della  medesima  tecnica  che 
è  stata  da  me  impiegata  per  i  miei  studii,  ha  pienamente 
confermato,  neU' Uomo ,  quanto  io  avevo  esposto  nella  mia 
nota  del  13  giugno    1909. 

Data  l' importanza  che  si  e  voluta  dare  a  tale  scoverta,  mi 
sono  premurato  d'informare  il  Presidente  dell'Accademia  suddetta? 
come  pure  il  Prof.  E.  Perrier  ,  che  aveva  presentata  la  nota  del 
Robinson,  degli  studi  da  me  fatti  in  precedenza,  per  rivendicare 
la  priorità  della  scoverta,  che,  come  molte  altre  italiane, 
vengono  ignorate  o  trascurate  all'  estero. 

Dalla  Stazione  Zoologica  di  Napoli,   Dicembre  1913. 


1)  Robinson,  R.  —  Sur   la  physiologie   de    l'appendice    coecal.  L'harmone 
du  vermium.  C.  R.   Acad.  Se,  Paris  157,  N.  18,  pagg.  790-791,  3  Novembre  1913. 


Finito  di  stampare  il  27  Febbraio  1914. 


La  differenziazione  della  regione  endocavìtaria 

e  la  determinazione  della  posizione  dello  spiracelo 

nello  sviluppo  delle  larve  decapitate  di  Anuri. 


Nota  preliminare 

del 

socio  Paolo  Della  Valle 


(Tornata  del  14  dicembre  1913). 

Lo  studio  analitico  delle  modificazioni  morfologiche  per  le 
quali  si  viene  a  costituire  la  normale  organizzazione  della  regione 
branchiale  e  peribranchiale  del  capo  degli  Anuri  nella  embrio- 
logia normale  di  questi  organismi,  ci  indica  ^)  che  lo  sviluppo  rela- 
tivamente molto  notevole  delle  regioni  mandibolare  ed  ioidea, 
pericardica,  addominale,  pronefrica,  acustica,  della  parte  corri- 
spondente del  sistema  nervoso  e  del  mesenchima  circostante  ha 
un'importanza  grandissima  nella  formazione  della  cavità  peri- 
branchiale  del  girino.  Da  questi  fattori  dipende  infatti  l' infos- 
samento degli  archi  branchiali  postioidei  e  la  loro  rotazione 
secondaria  che  favorisce  l'adesione  della  regione  epibranchiale 
postioidea  alla  parete  addominale,  nonché  la  formazione  e  l'ade- 
sione della  plica  opercolare  latero-ventrale. 

Non  compare  però  nello  sviluppo  normale  in  modo  sufficiente- 
mente chiaro  la  grande  importanza  che  ha  in  questo  fenomeno, 
(forse  non  solo  nel  caso  degli  Anuri  ma  anche  per  altre  classi 
dei  Vertebrati)  un  altro  fattore  della  morfogenesi  che  forse  è 
il  pili  importante  di  tutti.  Come  ora  vedremo  infatti,  le  espe- 
rienze ci  dimostrano  che  la  cute  che  viene  a  costituire  le  pareti 
della  cavità  peribranchiale,  non  è  che  si  differenzia  in  modo  diverso 
dal  resto  della  superficie  del  corpo  in  quanto  si  viene  a  trovare 
in  una  cavità  quasi  completamente  chiusa,  e  quindi  in  gran  parte 


*)  Per  un'ampia  dimostrazione  cfr.  un  mio  lavoro  in  corso  di  pubblica- 
zione nel  Voi.  VII.  dell'  Archivio  Zoologico  Italiano.  Le  indicazioni  bibliogra- 
fiche complete  di  questo  e  degli  altri  lavori  qui  citati  saranno  date  nella  me- 
moria definitiva. 


—  102  — 

sottratta  agli  stimoli  esterni '),  ma  piuttosto  invertendo  tale  rap- 
porto causale  si  deve  dire  che  è  appunto  la  primitiva  differen- 
ziazione di  quella  determinata  area  ectodermica  quella  che  è  la 
vera  ultima  causa  della  sua  inclusione  nell'interno  del  corpo, 
quasi  per  cicatrizzazione  di  una  piaga,  analogamente  agli  altri 
casi  di  inclusione  simile  del  cristallino,  della  capsula  acustica, 
del  sistema  nervoso  e  cosi  via.  La  tendenza  che  si  osserva  in  ogni 
superficie  epiteliale,  di  assumere  il  minimo  possibile  di  superficie 
omogenea  compatibile  in  quelle  determinate  circostanze,  (che  ho 
posto  in  evidenza  nel  caso  dell'abolizione  del  capo  delle  planarie 
mediante  la  cicatrizzazione  -),  trova  in  questi  casi  la  sua  più  com- 
pleta conferma  per  il  caso  delle  superficie  non  omogenee. 

L'esperienza  con  la  quale  meglio  si  mette  in  evidenza  questo 
fenomeno  è  la  seguente  , 

Se  si  amputa  il  capo,  al  livello  del  solco  branchio-addominale 
a  girini  nei  quali  stiano  per  comparire  le  appendici  branchiali  ^), 
come  è  noto,  il  tronco  cosi  decapitato  continua  a  vivere  per  molti 
giorni  ancora  e  la  differenziazione  dei  diversi  tessuti  procede  in 
modo  del  tutto  normale.  Ora,  dopo  un  poco  di  tempo  comin- 
cia ad  essere  riconoscibile  sulla  regione  rostrale  del  tronco  deca- 
pitato, un'area  nettamente  distinta  dal  resto  della  cute  anche  per 
una  maggiore  trasparenza  *).  Quest'area  è  limitata  caudalmente 
da  un  margine  molto  netto,  specialmente  in  alcuni  casi,  e  cor- 
risponde esattamente  a  quella  parte  della  parete  addominale  che 
normalmente  avrebbe  costituito  una  delle  pareti  della  cavità  peri- 
branchiale,  cavità  che  è  rivestita  appunto  da  epitelio  con  carat- 
teri molto  diversi  da  quelli  del  resto  della  pelle  che  rimane  al- 
l'esterno. La  linea  netta  limitante  tale  regione  nelle  esperienze 
in  parola,  corrisponde  proprio  al  limite  dove  sarebbe  dovuta  av- 


1)  Cfr.  però  anche  P.  Della  Valle  (1913  Boll.  Soc.  Nat.). 

2)  Cfr.  Della  Valle  (1913  Arch.  Z.  Voi.  6)  ed  il  lavoro  definitivo  in  corso 
di  pubblicazione  nell'  Archivio  Zoologico  Italiano  Voi.  VII. 

^)  Praticando  il  taglio  subito  caudalmente  al  branchiomero  ioideo  il  ri- 
sultato è  anche  più  netto;  meno  netto  è  invece  praticando  la  decapitazione 
al  livello  del  solco  branchio-addominale  ad  epoche  più  precoci  dello  sviluppo. 

*)  Nonostante  che  queste  esperienze  semplicissime  siano  state  praticate 
già  da  decine  di  anni  ed  il  risultato  sul  quale  richiamo  l'attenzione  si  veri- 
fichi qnasi  sempre  in  modo  evidente,  nessuno  finora  se  ne  è  accorto,  forse 
perchè  tali  ricerche  non  sono  state  fatte  per  lo  scopo  di  analisi  morfologica. 
Solo  in  una  figura  di  Goggio  (1904  tav.  7  fig.  8)  si  riconosce  che  Fa.  ha 
dovuto  avere  anch'egli  dinanzi  questo  fenomeno,  ma  dal  modo  come  egli  vi 
accenna  a  p.  6,  si  vede  che  l'a.  non  ne  ha  compreso  il  significato. 


—  103  — 

venire  l'adesione  del  mai'giue  caudale  della  plica  opercolare  la- 
tero-ventrale.  Questa  linea  presenta  anche,  specialmente  in  alcuni 
casi,  in  modo  nettissimo,  una  deviazione  caudale  verso  il  lato 
sinistro,  in  modo  da  individualizzare  cosi  un  prolungamento  cau- 
dale della  differenziazzione  «  endocavitaria  »  che  corrisponde  esat- 
tamente alla  regione  dove  normalmente  si  costituisce  il  canale 
spiracolare  nelle  larve  studiate  {Rana  e  Bufo),  che  da  tale  feno- 
meno deve  quindi  essere  determinato  nella  sua  posizione.  Nell'ul- 
teriore sviluppo,  anche  in  queste  condizioni  cosi  anomale  la  re- 
gione circostante  diflferenziata  come  cute  normale  tende  a  rin- 
chiudersi al  disopra  della  calotta  rostrale,  ciò  che  però  di  solito 
non  riesce  a  raggiungere. 

Riserbandomi  di  ritornare  sull'argomento  più  ampiamente  in 
un  lavoro  speciale  corredato  delle  necessarie  figure,  desidero  ri- 
chiamare l'attenzione  sul  fatto  che  questo  risultato  dimostra  che 
la  dilFerenziazzione  della  regione  «  endocavitaria  >  e  la  posizione 
dello  spiracolo,  non  possono  essere  considerate  come  effetto  della 
funzionalità  della  regione  branchiale.  Ciò  è  specialmente  interes- 
sante per  lo  spiracolo  in  relazione  alle  conseguenze  che  sono  state 
tratte  dall'inversione  della  posizione  di  esso  ottenuta  da  Spemann 
(1911),  PREssLER(l9iri  e  Meyrr  (1913).  Ciò  spiega  pure  perchè  nello 
Xenopiis  l'arto  anteriore  al  principio  del  suo  sviluppo  si  trova  in- 
cluso nell'interno  di  uno  speciale  sacco,  indipendente  dalla  cavità 
peribranchiale,  di  cui  esso  perfora  le  pareti  durante  la  vita  larvale 
(Bles  1905),  nonché  l'analogo  fenomeno  ottenuto  in  alcune  sue  espe- 
rienze da  Eokmann(1913ì;  come  pure  l'inclusione  della  regione  bran- 
chiomerica  riinuestata  in  modo  anomalo,  osservata  da  questo  stesso 
autore.  Il  risultato  sopra  esposto  rende  chiara  pure  la  ragione  delle 
differenze  regionali  nella  capacità  di  dare  appendici  branchiali  per 
le  diverse  aree  cutanee  innestate  al  posto  del  normale  ectoderma 
della  regione  branchiomerica,  constatate  da  Eckmann  (1913)  ed  ha 
probabilnijute  importanza  anche  per  l'analisi  delle  cause  della 
fuoriuscita  dell'arto  anteriore  alla  fine  della  vita  larvale,  spe- 
cialmente tenendo  conto  della  natura  e  esterna  »  della  differen- 
zione  dell'area  cutanea  che  ricopre  l'arto  (Della  Valle  (1913 
Boll.  Soc.  Nat.). 


Finito  di  stampare  il  27  febbiaio  1914. 


Bollettino  della  Società  di  Naturalisti  in  Napoli 


RENDICONTI  DELLE  TORNATE 

(PROCESSI  VERBALI   E  COMUNICAZIONI)     " 


Gli  autori  assumono  la  piena  respoi/sab/l/là  ilri  loto  scritti. 


PROCESSI  VERBALI  DELLE  TORNATE 


Assemblea  generale  del  9  marzo  1913 

Presidente:  Monticelli  —  Segretario:  Gargano. 

Socii  presenti:  Capobiaiico,  Zirpolo,  Geremicca,  Della  Valle  P.,  De  Rosa, 
Milone,  Siniscalchi. 

La  tornata  è  aperta  alle  ore  15. 

Si  legge  e  si  approva  il  processo  verbale  della  assemblea  prece- 
dente. 

Il  Segretario  presenta  i  cambii  e  le  pubblicazioni  pervenute  in  dono. 

Il  Presidente  comunica  che  il  Consiglio  direttivo  ha  nominato  alla 
carica  di  Cassiex'e  il  socio  Cutolo  E.,  a  quella  di  Vice-Segretario  il  socio 
Zirpolo  e  di  aver  incaricato  il  socio  Gargano,  Segretario,  delle  funzioni  di 
Bibliotecario. 

Il  Presidente  annunzia  che  il  Consiglio  direttivo  ha  trasferito,  a  norma 
dell'art.  10  dello  Statuto,  alla  categoria  di  Socii  ordinari  residenti,  i  Socii 
ordinari  non  residenti  Aguilar,  Arena,  Caroli,  De  Lorenzo  e  Marcucci,  ed 
alla  categoria  di  Socii  ordinari  non  residenti  i  Socii  ordinari  residenti  Di 
Paola  e  Cotronei. 

Il  Segretario  legge  un  lavoro  del  socio  Cerruti:  Un  metodo  semiìUce 
2)er  studiare  il  sistema  eircolatorio  degli  Anellidi,  e  ne  chiede  la  puljli- 
cazione  a  nome  dell'autore. 

I  Soci  Capobianco  e  Geremicca,  revisori  dei  conti  danno  lettura  della 
loro  relazione  sul  bilancio  consuntivo  1912,  che  viene  approvato. 

II  Segretario  dà  lettura  del  bilancio  preventivo  1913,  che  è  del  pari 
approvato. 

Sono  ammessi  a  Socii  ordinari  residenti  i  Signori:  prof.  Chistoni  e 
Mercalli. 

Si  leva  la  tornata  alle  ore  17,30. 


—  4  — 

Tornata  del  3  aprile  1913 

Preaideule  ff.  Dk  Rosa  —  Segretario  :  Gargano 

Socii  presenti:  Cerniti,  Zirpolo,  Della  Valle  P.,  Marciicci,  Cutolo  A., 
Galdieri,  Milone,  Quintieri. 

La  tornata  è  aperta  alle  ore  21. 

Si  legge  e  si  approva  il  processo  verbale  della  assemblea  prece- 
dente. 

II  Segretario  presenta  i  cambii  e  le  pubblicazioni  pervenute  in  dono. 

Il  Presidente  annunzia  che  la  Società  sarà  rappresentata  al  Congresso 
geologico  internazionale  del  Canada  dall'  illustre  prof.  Brok  di  Ottawa, 
ed  alla  Riunione  del  Comitato  della  Lega  nazionale  per  la  protezione  dei 
monumenti  naturali,  che  si  terrà  a  Roma,  dal  socio  Cotronei. 

Il  Presidente  commemora  la  defunta  Signorina  Ernestina  Cutolo,  so- 
rella del  socio  Costantino  e  cugina  dei  Socii  Alessandro  ed  Enrico,  che 
ai  tempi  del  terramoto  Calabro-Siculo  mostrò  quanto  grande  fosse  la  sua 
abnegazione  ed  il  suo  nobile  cuore  nella  cura  affettuosa  dei  feriti  rico- 
verati nella  sede  della  nostra  Società.  Tutti  si  associano  alle  parole  del 
Presidente. 

Il  Presidente  avverte  che  domenica  6  aprile  vi  sarà  una  escursione 
scientifica  alla  Solfatara,  allo  scopo  di  osservare  i  nuovi  fenomeni  vulca- 
nici verificatisi. 

Si  leva  la  tornata  alle  ore  23. 


Tornata  del  17  aprile  1913 

Presidente  ff.  Pierantoni  —  Segretario  Gargano 

Socii  presenti:  Chistoni,  Marcucci,  Gauthier,  Della  Valle  P.,  Guada- 
gno, De  Rosa,  Milone,  Cutolo  A. 

La  tornata  è  aperta  alle  ore  21. 

Si  legge  e  si  approva  il  processo  verbale  della  tornata  prece- 
dente. 

Il  Segretario  presenta  i  cambii  e  le  pubblicazioni  pervenute  in  dono. 

Il  socio  Gauthier  riferisce  sulla  escursione  alla  Solfatara. 

Il  Presidente  annunzia  che  la  Società  è  stata  rappresentata  al  Con- 
gresso zoologico  internazionale  di  Monaco  dai  Socii  Monticelli  e  Pierantoni, 
ed  alle  onoranze  fatte  in  Napoli  alla  memoria  del  prof.  A.  Dorhn  dall'in- 
tero Consiglio  direttivo. 

Il  socio  Della  Valle  P.  legge  una  nota:  La  differenziazione  dell'area 
cutanea  dell'arto  anteriore  degli  annri  nell'interno  della  cavità  peribran- 
chiale,  e  ne  chiede  la  pubblicazione. 


—  5  — 

Sono  ammessi  a  Socii  ordinari  non  residenti  i  Signori:  dottori  Alfano, 
Bellini,  Cozzolino  ed  il  cav.  Leonetti. 
Si  leva  la  tornata  alle  ore  23. 


Tornata  del  4  maggio  1913 

Presidente  :  Monticelli  —  Segretario:  Gargano 

Socii  presenti:  Zirpolo,  Bruno,  Geremicca,  De  Rosa,  Picrantoni.  Si- 
niscalchi, Quintieri. 

La  tornata  è  aperta  alle  ore  15. 

Si  legge  e  si  approva  il  processo  verbale  della  tornata  prece- 
dente. 

Il  Segretario  presenta  i  canibii  e  le  pubblicazioni  pervenute  in  dono. 

Il  socio  Bruno  in  vista  della  possibile  approvazione  della  legge  pre- 
sentata dal  ministro  Credaro  sull'insegnamento  secondario,  tratta  ampia- 
mente la  quistione,  rilevando  come  la  legge  in  parola  sia  dannosa  oltre 
che  agli  insegnanti  al  progresso  delle  discipline  scientifiche,  proponendo  che 
la  Società  di  Naturalisti  formuli  un  voto  di  protesta  da  inviarsi  a  tutti 
gli  onorevoli  Senatori  e  Deputati  e  alla  stampa  tutta  di  Italia. 

Il  Presidente,  accettando  la  proposta  Bruno,  nomina  una  Commissione 
composta  dei  Socii  Geremicca,  De  Rosa,  Bruno,  Siniscalchi  e  Gargano, 
Segretario,  col  mandato  di  formulare  nel  più  breve  tempo  il  voto  anzidetto 
di  protesta. 

Si  leva  la  tornata  alle  ore  17. 


Tornata  dell' 11  maggio  1913 

Presidente:  Monticelli  —  Segretario:  Gargano 

Socii  presenti:  Geremicca,  Bruno,  Della  Valle  P.,  Zirpolo,  Pieraiitoni, 
Marcucci,  Cutolo  A.,  Siniscalchi. 

La  tornata  è  aperta  alle  ore  21. 

Si  legge  e  si  approva  il  processo  verbale  della  tornata  prece- 
dente. 

Il  Segretario  presenta  i  cambii  e  le  pubblicazioni  pervenute  in  dono. 

11  Segretario  legge  a  nome  della  Commissione  incaricata  di  formulare 
un  voto  contro  la  legge  presentata  dal  ministro  C)redaro  sull'insegnamento 
medio,  la  seguente  protesta: 


—  6  — 

«  La  Società  di   N;ituralitìti  in  Napoli 

«  che  ha  sempre  mantenuto  alta  la  tradizione  degli  ideali  scientifici 
e  partecipato  attivamente  a  tutte  le  vicende  che,  con  varia  fortuna,  ha 
avuto  l'insegnameuto  medio  delle  scienze  ; 

«  considerato  che  la  nuova  legge  sulle  scuole  secondane  consacra  il 
decadimento  della  scuola,  attribuendo  agli  insegnanti  cjnipetenze  anche 
in  discipline,  delle  quali  hanno  solo  sostenuto  un  esame  nel  corso  dei  loro 
studii  ; 

«  considerato  che  tali  disposizioni  ridondano  a  certo  svantaggio  prin- 
cipalmente delle  discipline  scientiticbe,  perchè  esse,  eminentemente  objet- 
tive  e  sperimentali,  sarebbero  senza  dubbio  le  più  sacrificate  dall'obbligo 
di  un  integramento  di  orario,  imposto  con  insegnamento  di  discipline,  per 
le  quali  mancherebbe,  per  gli  studii  seguiti,  la  necessaria  preparazione  e 
competenza  nell'insegnante; 

«  considerato  che  tutto  ciò  riuscirebbe  a  discapito  ancora  del  decoro  e 
della  serietà  dell'inseguameiito  e  segnerebbe  un  regresso  nell'educaziouti 
scientifica  per  la  coltura  nazionale; 

«  Fa  Voti 

«  che  dalia  legge  proposta  —  indipendentemente  da  tutte  le  modifiche 
che  da  altri  punti  di  vista  possano  esser  suggerite  —  venga  eliminata 
ogni  disposizione  affermante  principii  cosi  contrari  all'  odierno  progresso 
delle  scienze  e  ai  veri  interessi  della  scuola  ». 

11  voto  è  approvato  ad  unanimità. 

Sono  ammessi  Socii  ordinari  residenti  i  Signori:  Sabatino  e  Quintieri  Q. 
e  a  socio  ordinario  non  residente  la  Signorina  Parisi. 
Si  leva  la  tornata  alle  ore  23. 


Tornata  del  1  giugno  1913 

Presidente  :  Monticelli  —  Segretario  :  Gargano 

Socii  presenti:  De  Rosa,  Geremicca,  Pierantoui,  Siniscalchi. 

La  tornata  è  aperta  alle  ore  15. 

Si  legge  e  si  approva  il  processo  veibale  della  tornata  prece- 
dente. 

Il  Segretario  presenta  i  cambii  e  le  pubblicazioni  pervenute  in  dono. 

Il  Presidente  comunica  la  morte  della  madre  del  vice  segretario  Zir- 
polo  e  propone  d'inviargli  le  condoglianze  dell'assemblea. 

Il  socio  Geremicca  legge  un  lavoro  :  Su  le  Pomacee  che  si  coltivavano 
a  Napoli  nel  secolo  XVI.  Noterelle  storiche.,  e  ne  chiede  la  publicazione 

Il  Socio  Monticelli  fa  una  comunicazione  verbale  dal  titolo: 

Brevi  comunicazioni  sulle  Temnocefale. 


__   7  — 

Sono  ammessi  a  Sopii  oixliiiari  non  lesidenti  i  Si<;nori:  ]\ra<:;liano  e 
Virdia  e  le  Signorino:  De  Cillis  e  Rossigiioli  ed  a  socio  aderente  il  Signor 
Scalfati. 

Si   leva  la  tornata  alle  ore  17. 


Comunicazioni  verbali 

Monticelli  Fr.  Sat.  —  Brevi  comunicazioni    sulle  Temnocefale  : 

1.   Temnocephala  lutzii  n.  sp. 

Ho  riconosciuta  questa  nuova  specie  in  alcuni  esemplari  raccolti  a 
S.  Paolo  (Brasile)  dal  Dott.  Lutz  nella  cavità  branchiale  di  una  Tltel- 
pìisa  (?)  e  cortesemente  inviatimi  dal  Dott.  Alfonso  Splendore  alcuni  anni 
or  sono,  quando  egli  trovavasi  appunto  a  S.  Paulo  del  Brasila  alla  Di- 
rezione dello  spedale  Umberto  1.  Questa  Temnocephala  appartiene  al 
gruppo  di  quelle  che  possono  dirsi  cieche  per  distinguerle,  udì  genere, 
dalle  Temnocefale  che  sono  provviste  di  organi  visivi. 

La  nuova  specie,    che  denomino   dal  raccoglitore  (T,  lutzii)^  misura 
da  poco  più  di  un  mill.  a  due  in  lunghezza,  e  mill    uno, 
incirca,  in  larghezza.  In  estensione  normale  mostrasi  dal 
corpo    allungato  a  contorno   ovoidale   alquanto  ristretto        ^Jj\\\i'  '*» 
posteriormente:  le  cinque  digitazioni  anteriori  sono  bre- 
vi,   tozze  e  terminano  a  punta    acuta:   la  ventosa    po- 
steriore, a  coppa  aperta  e  poco  profonda,  è  piccola  ri- 
spetto  alla  grandezza    dell'animale,  misurando  un  set- 
timo della  lunghezza  totale  del  corpo.  La  bocca  è  appa- 
riscente foveiforme  ;    il  faringe  è  grande   e  robusto  ;  il 
sacco    intestinale    poco  voluminoso  rispetto    alla   massa 
del  corpo.  Gli  organi  genitali  nell'insieme  non  sono  vi-  Fig.  i.- Temnocephala 
stosi.  Testicoli  piccoli   collocati  posteriormente  al  sacco  ^«'^"  n.  sp.  x  20 
intestinale  ;  quelli    superiori  un  terzo  circa   minori    dei 
posteriori  e  da  questi  molto   distanziati;  pene  a  sinistra,  di  forma  allun- 
gata e  caratteristico  per  un  rivestimento  interno  di  peli  cuticolari  rivolti 
in  fuor  ,  che  ne  tappezzano  il  lume  e  fuorescono  in  ciuffo  all'  esterno.  Ova- 
rio piccolo,  ricettacolo  seminale  (vitellino  Haswkll)  non  molto  grande,  il 
doppio  quasi  dell'ovario.  Cloaca  (antro)  genitale  molto  appariscente,  a  pa- 
reti robuste,  con  distinto  orificio    esterno   di  aspetto  e  struttura  caratte- 
ristica. Uova  nettamente  piriformi  molto  più  ristrette  dal  polo  donde  parte 
un  breve  pedicello  incirca  la  metà  lungo  del  diametro  maggiore  dell'uovo. 

2."  Di  una  forma  teratologica    di   Temnocephala  fasciata  Haswell. 

In  un  esemplare  (conservato  in  alcool)  di  mediocre  grandezza  di 
questa  specie  (mill.)  rinvenuto  nel  materiale  inviatomi  dal  Dr.  Ph.  Fran- 
cois, raccolto  su  Astacopsis  sevraius  Shaw.  a  Melbourne,  nel  1888,  ho  os- 
servato un  particolare  comportamento  delle  digitazioni   anteriori,  che  co- 


-  8  — 

stituisce  una  caratteristica  anomalia,  la  prima    che   mi  è  occorso  di  con- 
statare—  uè  mi  consta  ne  siano  state  da  altri  notate — nelle  Teranocefale; 
delle  quali  pertanto    ho  avuto  a  mia  disposizione  non  piccolo  numero  di 
specie  adunate  per  la  monografia  dei  Dacfi/loda,  cui  attendo  da  più  anni. 
Le  due  figure  che  qui  allego  e  che  rappresentano  1'  aspetto  esterno 
dell'esemplare  in  parola,  visto    dal  ventre  (a)  e 
•  K    ^  '  /■\      dal  dorso  (b),  danno  una  esatta  immagine  della 

\y'A'7-^  ^"^{r-y       anomalia   riscontrata  in  questo  esemplare:  da 
\        f-         ^\     esse  si  rileva    subito  la    differente    lunghezza 
)    delle  digitazioni  anteriori  degradanti  in  larghez- 
rf v-^  y  za  e  sviluppo  da  sinistra  verso  destra,  essendo 

\SìM^  /       normale  in  lunghezza  quella  esterna  di  destra: 

questa  è  concresciuta  alla  base  con  la  seconda 
che  è  più  breve  ed  esile:  tale  fusione  delle  due 
Ftg.  —  Temnocephain  fasciala  digitazioni  appare  mcno  pronunciata  dalla  fac- 
Haswkll,  forma  teratologica.  x.O       •       i  ,  •      rv  ^^     e-       ■ 

a  dal  ventre:  b  dal  dorso.  ^^'"^  dorsale,  mentre  SI  afterma  nella  taccia  ven- 

trale sotto  forma  di  un  ben  distinto  tronco  unico 
emergente  dal  margine  anteriore  del  corpo;  dal  quale  netto  si  stacca  per 
poi  biforcarsi,  dando  luogo  alle  due  dette  digitazioni  diverse  in  lunghezza 
e  sviluppo.  Guardando  l'esemplare  dalla  faccia  ventrale,  sembra  che  man- 
chi il  tentacolo  medio  (terzo) ,  essendo  i  due  altri  di  sinistra  anch'  essi 
alquanto  fusi  alla  loro  origine,  cosi  da  assumere  nell'insieme  1'  aspetto  bi- 
corne. Ma  guardando,  invece,  l'esemplare  dalla  faccia  dorsale,  si  ricono- 
sce 1'  esistenza  delia  digitazione  mediana,  che  è  più  piccola  e  più  breve 
di  tutte,  nascente  dalla  base  interna  dorsale  del  secondo  tentacolo  di 
sinistra,  in  modo  da  rimanere  ventralmente  nascosto  dal  tronco  comune 
d'origine,  innanzi  descritto,  della  prima  e  seconda  digitazione  di  sinistra. 

Napoli:  nel  maggio  1913. 


Tornata  del  26  giugno  1913 

Presidente  :  Monticelli  —  Segretario  :  Gargano 

Socii  presenti:  Galdieri,  Chistoni,  Zirpolo,  Della  Valle  P.,  Pierantoni 
Cutolo,  A.,  Siniscalchi,  De  Rosa, 

La  tornata  è  aperta  alle  ore  21. 

Si  legge  e  si  approva  il  processo  verbale  della  tornata  prece- 
dente. 

Il  Segretario  presenta  i  cambii  e  le  pubblicazioni  pervenute  in  dono. 

Il  socio  Galdieri  legge  un  lavoro  del  socio  Gauthier:  Di  alenili  fe- 
nomeni vulcanici  del  Bacino  di  Agnano,  e  ne  chiede  la  pubblicazione  a 
nome  dell'autore. 

Il  socio  Galdieri  legge  un  lavoro."  Fiori^  insetti^  e  fumarole  e  ne 
chiede  la  pubblicazione. 


—  9  — 

Il  socio  Gargano  legge  un  lavoro:  Dei  neoplasmi  spontanei  nei  Mam- 
miferi. I  Fibromioma  delle  cavila  nasali  nel  Cuv allo ^  e  ne  chiede  la  pub- 
blicazione. 

II  socio  Galdieri  fa  una  comunicazione  verbale  del  titolo:  J^  origine 
della   terra  rossa. 

11  Socio  Pierantoni  fa  una  comunicazione  verbale  dal  titolo  :  Di  al- 
cune Cocciniglie  raccolte  in   Tripolifania. 

Il  Presidente  riferisce  di  aver  avuto  dal  Comitato  per  le  onoranze  a 
Filippo  Cavolini  il  bilancio  consuntivo,  e  chiede  a  nome  del  Consiglio  di- 
rettivo che  si  proceda  alla  sua  approvazione. 

La  proposta  del  Presidente  è  approvata  ad  unanimità. 

Il  Presidente  annunzia  che  col   1.  agosto  si  prenderanno  le  vacanze. 

Sono  ammessi  Socii  ordinari  residenti  i  signori:  Dottori  Aloi ,  Ci- 
rillo, Piscitelli,  Scognamiglio. 

Si  leva  la  tornata  alle  ore  23. 


Comunicazioni  verbali 

Galdikm  a.  —  L'origine  della  terra  rossa,  (sunto) 

Attualmente  quasi  da  tutti  si  ammette  che  la  terra  rossa  derivi  dal 
disfacimento  dei  calcari  puri  :  le  acque  meteoriche  scioglierebbero  il  car- 
bonato di  calce  e  lo  trasporterebbero  seco  allo  stato  di  bicarbonato  ;  il 
residuo  insolubile  rimarrebbe  in  posto,  e  costituirebbe  la  terra  rossa. 

Ciò  non  è  ammissibile,  almeno  per  le  terre  rosse  dell'Italia  meridio- 
nale, per  le  seguenti  ragioni  : 

1."  Tra  il  residuo  insolubile  del  calcare  negli  acidi  e  la  terra  rossa 
vi  sono  profonde  differenze  chimiche,  mineralogiche  e  morfologiche.  In- 
fatti, fra  l'altro,  quello  non  contiene  alcali  o  ne  contiene  solo  tracce,  ed  è 
povero  di  sabbia,  la  quale  vi  si  presenta  sopratutto  in  forma  di  cristal- 
lini, spesso  con  inclusioni  calcaree,  a  spigoli  netti;  la  terra  rossa  invece 
contiene  quantità  sensibili  o  notevoli  di  alcali,  ed  è  ricca  di  sabbia,  spes- 
sissimo a  spigoli  arrotondati,  e  con  inclusioni  varie.  Inoltre  i  minerali  della 
terra  rossa  non  corrispondono  a  quelli  del  calcare  sottostante. 

2,°  È  da  ritenersi,  per  svariate  considerazioni,  che  le  sostanze  inqui- 
nanti il  calcare  vengono  portate  via  dalla  stessa  acqua  che  ha  sciolto  il 
carbonato  di  calce.  A  tal  proposito  è  sopratutto  da  ricordare:  che  le  so- 
stanze insolubili  inquinanti  il  calcare  puro  vi  si  trovano  in  piccolissime 
quantità,  e  per  solito  diffuse  in  uno  stato  di  estrema  suddivisione,  mentre 
per  la  dissoluzione  di  esso  si  richiede  una  quantità  di  acqua  proporziona- 
tamente grandissima;  e  che  in  profondità,  anche  dove  e'  è  stata  dissolu- 
zione ,  nei  sotterranei  meandri  dei  calcari  non  si  trova  mai  terra  rossa 
per  la  quale  possa  escludersi  la  provenienza  superficiale. 


—  10  — 

3.°  La  terra  rossa  si  trova  a  ))refcrenza  sui  calcari  puri  e  nelle  re- 
gioni semiaride;  mentre,  se  quell'ipotesi  fosse  vera,  dovrebbe  trovarsi  piut- 
tosto sui  calcari  impuri,  che  darebbero  maggiore  residuo,  enei  climi  umidi, 
dove  il  processo  di  soluzione  è  più  attivo. 

4.°  Se  la  terra  rossa  avvesse  quell'origine,  stante  la  sua  giacitura,  non 
rara  su  rocce  diverse  dai  calcari  puri  e  frequente  su  terrazze  ed  in  ca- 
verne incise  0  rispettivamente  scavate  nei  calcari  prima  della  formazione 
della  terra  rossa  cbe  le  ricopre,  dovrebbe  ammettersi  che  la  terra  rossa 
si  trova  quasi  sempre  in  giacitura  secondaria  ;  e  ciò  sarebbe  inconciliabile 
sia  con  l'ipotesi  stessa,  secondo  la  quale  si  tratterebbe  di  residuo  in  posto, 
sia  con  il  fatto  che  un  materiale  cosi  scarso  e  cosi  fino,  una  volta  preso 
dall'acqua,  difficilmente  viene  abbandonato  altro  che  nel  mare  o  nei 
laghi. 

5.°  Al  contatto  della  terra  rossa  con  i  calcari  o  manca  ogni  traccia 
di  dissoluzione  del  calcare  o  vi  è  un  residuo  del  tutto  diverso  dalla  terra 
rossa,  ed  al  contrario  vi  sono  talvolta  depositi  di  carbonato  di  calce. 

Un  esame  spassionato  e  minuto  della  giacitura  e  dei  caratteri  mine- 
ralogici e  morfologici  della  terra  rossa  ci  con  luce  invece  ad  ammettere 
che  esso  sia  un  deposito  eolico  analogo  al  loess,  allo  tschernosem,  al  regm\ 
diWadohe.  Ciò  è  provato  dai  seguenti  fatti  : 

1.°  La  terra  rosMa  presenta  la  stessa  giacitura  del  loess  e  degli  altri 
depositi  eolici,  e  si  trova  spesso  in  luoghi,  anche  a  sostrato  non  calcareo, 
dove,  stante  la  loro  morfologia,  non  può  essere  stata  deposta  se  non  dal 
vento. 

2."  La  terra  rossa  contiene  minerali  che  corrispondono  a  quelli  del 
pulviscolo  atmosferico  del  luogo  e  non  a  quelli  contenuti  nel  residuo  in- 
solulnle  dei  calcari,  sia  sottostanti  che  della  regione  in  generale. 

3.°  La  terra  rossa  contiene  granuli  piccolissimi  di  minerali  duri  per- 
fettamente arrotondati:  carattere  importantissimo,  perchè  granuli  siffatti 
sono  esclusivi  e  caratteristici  dei  sedimenti  eolici. 

Ecco  poi  come  devono  interpretarsi  alcune  particolarità  della  terra 
rossa,  che  a  prima  vista  potrebbero  sembrare  difficili  a  spiegarsi  con 
l' ipotesi  eolica. 

La  giacitura  della  terra  rossa  in  prevalenza  sui  calcari  puri  è  do- 
vuta al  fatto  che  il  pulviscolo  che  cade  sulle  altre  rocce  si  mescola  con  il 
prodotto  della  loro  alterazione  e  si  confonde  con  esso;  quello  invece  che 
cade  sui  calcari,  siccome  questi  non  si  alterano,  ma  si  sciolgono  solo,  vi  si 
accumula,  e  vi  si  può  conservare  più  o  meno  puro  e  riconoscibile.  Inoltre 
esso  si  accumula  a  preferenza  sui  calcari,  perchè  da  questi, a  causa  della  loro 
deficiente  circolazione  superficiale ,  1'  acqua  più  difficilmente  lo  asporta. 
D'altra  parte  è  da  notare  che  tale  preferenza  non  è,  nel  fatto,  cosi  asso- 
luta, come  comunemente  si  afferma 

La  giacitura  della  terra  rossa  a  preferenza  nelle  regioni  circummedi- 
terranee  si  deve  a  due  fatti:  quivi,  per  le  condizioni  climatiche  e  pel  de- 
corso delle  grandi  correnti  atmosferiche  provenienti  dai  deserti   africani, 


—    li- 
si forma  e  rispettivamente  cade  più  polvere    clie   altrove;   quivi,    per   le 
speciali  condizioni  climatiche,  il  pulviscolo  ha  potuto  trasformarsi  in  terra 
rossa,  mentre  altrove  hsig costituito  il  loess  o  altri  depositi  analoghi. 

Lo  spessore  talvolta  notevole  della  terra  rossa  si  deve:  alla  sensibile 
quantità  di  polvere  che  cade  continuamente,  sebbene  inavvertita,  daper- 
tutto;  al  lungo  tempo  che  è  durata  la  sua  formazione  ;  alle  accumulazioni 
prodotte,  nei  siti  specialmente  adatti,  dall'acqua  e  dal  vento. 

L'elevato  contenuto  in  ferro  ed  in  allumina  libera,  che  spesso  pre- 
senta la  terra  rossa,  è  da  attribuirsi  al  processo  di  laterizzazione,  cui  è 
andato  incontro  il  pulviscolo  atmosferico:  per  effetto  di  tale  processo, 
come  è  noto,  i  sesquiossidi  di  feno  e  di  allumina  derivanti  dalla  decom- 
posizione di'i  corrispondenti  silicati  restano  in  posto,  mentre  gli  altri  pro- 
dotti dell'alterazione  vengono  lisciviati.  La  prova  di  tali  processi  chimi- 
co-fisici verificatisi  in  seno  alla  terra  rossa  ci  è  data  dalle  concrezioni  fer- 
ruginose che  frequentemente  si  trovano  in  essa  e  dalla  presenza,  nella 
terra  rossa  stessa,  di  altre  plaghe,  dove  il  ferro,  per  condizioni  di  am- 
biente diverse,  è  passato  ad  uno  stato  di  idratazione  maggiore  o  d'onde  è 
stato  addirittura  lisciviato. 

Li  conclusione,  la  terra  rossa  dell'Italia  meridionale  deve  ritenersi 
nient'altro  che  il  limo  atmosferico  depositatosi  sul  suolo  calcai-eo  quando 
questo  era  già  stato  modellato  presso  a  poco  nella  sua  forma  attuale  e 
le  pai  ti  che  sovrastavano  alle  superficie  di  deposizione  erano  già  state 
erose  e  fluitate;  e  deve  la  sua  speciale  composizione  chimica  principal- 
mente alla  elevata  temperatura  che  i  luoghi  ove  la  troviamo  avevano 
quando  il  limo  vi  si  è  depositato. 


Pjerantoni  U.  — ■  Su  alcune   cocciniglie  raccolte  in  Tripolitania. 

Il  prof.  Cavara,  reduce  in  questi  giorni  da  una  lunga  permanenza 
nella  nuova  colonia  italiana,  si  è  compiaciuto  di  comunicarmi  alcuni  rami  di 
piante  infette  di  cocciniglie  raccolti  in  Tripolitania.  Avendo  compiuto 
sommariamente  lo  studio  di  questi  esemplari,  credo  utile  di  comunicarne 
il  risultato,  limitandomi  per  ora  al  breve  elenco  delle  forme  riscontrate. 

Su  rami  d'olivo,  raccolti  presso  il  Marabutto  della  Mellaha  ho  potuto 
riscontrare  numerosissimi  esemplari  di  Asxndiolas  hederae  Vallot,  cocci- 
niglia assai  frequente  anche  da  noi  sull'olivo.  La  stessa  cocciniglia  fu  da 
me  riscontrata  su  rami  di  Acacia  melaiioxylon  favoritimi  dallo  stesso  Prof. 
Cavara,  e  raccolti  al  ritorno  dal  suo  viaggio,  a  Sphax  in  Tunisia. 

Su  rami  di  fico  raccolti  in  un  giardino  lungo  l'  Uadi  Eamle  rinven- 
ni un  gran  numero  di  grossi  esemplari  di  Ceroj/lastes  rusci  Lin.,  anche 
questi    comunissimi  in  Italia  sul  fico. 

Un  ultimo  reperto  molto  interessante  è  l'appresentato  da  due  giovani 
foglie  di  palma  da  da'tero  [Plioei/ix  daciijlifcra)  di  cui  specialmente  l'una, 
si  presenta  tutta  ammassata  nelle  sue  parti,  ed  incurvata,   in   modo  che 


—  12  - 

l'asse  inediiiiio  tutto  contorto  forma  una  sinusoide,  ed  i  lobi  laterali  sono 
strettamente  compressi  l'uno  contro  l'altro,  ed  anch'  essi  incurvati  e  ripie- 
gati più  volte,  formando  linee  spezzate.  Scostando  questi  lobi,  fra  l'uno 
e  l'altro  si  rinvengono  miriadi  di  scudetti  cerosi.  Ad  un  esame  accurato 
di  essi,  e  delle  femmine  disseccate  che  spesso  si  trovano  ancora  sotto  gli 
scudetti  ho  riconosciuto  in  questa  cocciniglia  la  Parlatoria  {  Weh.steriella) 
blavchardi  Targ.,  descritta  per  la  prima  dal  nostro  Targioni-Tozzetti  nel 
1892  sotto  il  nome  di  Aonhlia  blanchardi,  su  materiale  fornitogli  dal 
prof.   Blanchard  di  Parigi,  e  rinvenute  sulle   palme  del  Sahara. 

È  notevole  che  il  Targioni,  pur  riscontrando  tali  cocciniglie  su  foglie 
giovani  di  palma,  non  parla  delle  deformazioni  di  cui  sopra;  né,  per 
quanto  io  so,  ne  parla  il  Cockerell  che  s'è  occupato  in  seguito  di  questa 
specie  di  cocciniglia.  Ora,  quanto  mi  riferisce  il  prof.  Cavara  su  confronti 
fatti  da  lui  e  da  altri  componenti  della  Commissione  Agrologica  fra  queste 
foglie  contorte  e  le  altre  foglie  nascenti,  sembra  metter  fuor  di  dubbio 
che  la  deformazione  è  dovuta  alla  cocciniglia  in  parola.  Evidentemente 
le  foglie  ricevute  dal  Targioni  dovevano  essere  assai  meno  infette  e  quindi 
non  troppo  danneggiate.  11  reperto  da  me  osservato  mette  perciò  in  luce  il 
fatto  che  questa  cocciniglia,  quando  infesta  le  palme  con  individui  assai 
numerosi,  può  essere  molto  dannosa,  ciò  che  finora  non  si  riteneva. 

Poiché  questa  cocciniglia  per  alcuni  riguardi  merita  di  essere  ancora 
studiata ,  ho  chiesto  del  materiale  fresco  al  comandante  di  tappa  della 
località  ove  essa  é  stata  raccolta,  e  mi  auguro  di  riceverne  al  più  presto 
per  poter  cosi  completare  queste  osservazioni. 


Tornata  del  13  luglio  1913 

Presidente:  Monticelli  —  Segretario  ff.  Zirpolo 

Socii  presenti:  Cavara,  de  Rosa,  Gauthier,  Della  Valle  P.,  Marcucci. 

La  tornata  è  aperta  alle  ore  15. 

Si  legge  e  si  approva  il  processo  verbale  della  tornata  prece- 
dente. 

Il  Segretario  presenta  i  cambii  e  le  pubblicazioni  pervenute  in  dono. 

Il  Presidente  porge  il  saluto  augurale  al  socio  Cavara,  reduce  dalla 
Libia,  dove  ha  preso  parte  ai  lavori  della  Commissione  agrologica,  e  lo 
prega  di  fare  una  relazione  sulle  principali  cose  osservate. 

Il  socio  Cavara  ringrazia  il  Presidente  e  promette  la  desiderata  re- 
lazione. 

Si  leva  la  tornata  alle  ore  16. 


—  13  — 

Tornata  del  31  luglio  1913 
Presidente:  Monticklli — Segretario:  Gargano 

Socii  presenti  :  Gauthier,  Marcucci,  Zirpolo,  Della  Valle  P.,  Galdieri, 
Guadagno,   De  Rosa,  Cntolo  A.,  Cutolo  E.,  Pierantoni. 

La  tornata  è  aperta  alle  ore  21. 

Si  legge  e  si  approva  il  processo  verbale  della  tornata  precedente. 

Il  Segretario  presenta  i  cambii  e  le  pubblicazioni  pervenute  in  dono. 

Il  Segretario  legge  un  lavoro  del  socio  Bellini  :  Note  geologiche  e  pa- 
letnologiche  sull'Isola  di  Capri. 

Il  Segretario  legge  un  lavoro  del  Socio  Vanni:  Sul  campo  elettrico 
e  magnetico  d''un  oscillatore  hertziano ,  e  ne  chiede  la  pubblicazione  a 
nome  dell'autore. 

Il  Socio  Cutolo  A.  legge  una  nota  :  Sulla  composizione  chimica  del 
Nespolo  del  Giappone,  e  ne  chiede  la  pubblicazione. 

Il  Socio  Della  Valle,  P.  legge  una  nota  preliminare:  Com'è  possibile 
impedire  la  rigenerazione  nelle  Planarie.,  e  ne  chiede  la  pubblicazione. 

Il  Socio  Monticelli  fa  due  comunicazioni  verbali:  1.  Ancora  sul  Gon- 
gyltis  ocellatus  Wagl.  nelV  ex  R.  Bosco  di  Portici  —  '2.  Per  uua  possibile 
naturalizzazione  di  Axolotl  nelle  nostre  acque  dolci. 

Il  Socio  De  Rosa  fa  due  comunicazioni  verbali  :  1 .  Di  una  nuova  sta- 
zione del  Polysaccum  pisocarpium  Pr.  —  2.  Un  buon  uso  della  Lavatera 
arborea  L. 

Il  Socio  Cutolo  A.  fa  una  comunicazione  verbale  :  Un  pezzo  di  carne 
colorato  in  violetto. 

Si  leva  la  tornata  alle  ore  23,  30, 


Comunicazioni  verbali 

Monticelli  Fr.  Sav.  —  Per  una  possibile  naturalizzazione  di  Axolotl 
sulle  nostre  acque  dolci. 

Panceri  pel  primo  pensò  alla  possibilità  di  una  naturalizzazione  degli 
Axolotl  (di  recente  importati  in  Europa) — che  egli  aveva  allevati  nel  suo 
laboratorio— nelle  nostre  acquo  dolci;  e  tentò  una  immissione  (marzo  del 
1868)  di  100  larvette  nel  lago  di  Agnano  (oggi  prosciugato)  e  di  30(J 
in  quello  di  Averno.  Ma  della  sorte  di  questa  immissione  egli  non  dotte 
ulteriore  notizia,  né  risulta  a  mia  conoscenza  che  siano  stati  posteriormente 
rinvenuti  degli  Axolotl  nell' Averno.  Ora  io  voglio  comunicare,  anche  alla  no- 
stra Società,  un  nuovo  tentativo  da  me  fatto  per  naturalizzare,  nelle  nostre 
acque  dolci  degli  Axolotl  (prelevati  dall'allevamento  dell'Istituto  Zoologico), 
in  vista  del  pratico  vantaggio  che  parmi  potrebbe  ricavarsene  (a  scopo   di 


-  14  — 

profilassi  biologica)  per  la  distruzione  di  larve  di  Zanzare,  delle  quali  gli 
Axolotl,  ed  in  ispecie  le  larve,  fanno  volentieri  loro  cibo;  come  ciò  è  di- 
mostrato dalla  pratica  dell'allevamento;  tenuto  anche  conto  che  gli  Axolotl 
si  adattano  bene  a  vivere  in  acqua  quieta,  stagnante,  poco  profonda. 

Per  questo  tentativo  ho  creduto  di  poter  sfruttare  il  lago  stagno-cra- 
terico degli  Astroni  date  le  condizioni  favorevoli  che  mi  è  sembrato  possa 
esso  offrire  ad  una  acclimatazione  degli  Axolotl;  sia  per  la  poca  profondità 
delle  sue  acque  tranquille,  sia  per  l'abbondante  nutrimento  che  la  micro- 
fauna vagante  in  quelle  acque — della  quale  fanno  parte  costante,  fra  gli 
altri  artropodi,  numerose  larve  di  insetti  e  fra  queste  di  ditteri — può  for- 
nire alle  larve  nel  loro  sviluppo,  sia  perchè  l'area  circoscritta  del  lago- 
stagno  può  permettere  una  maggiore,  più  facile  e  seguita  sorveglianza 
degli  Axolotl  in  esperimento. 

Un  primo  tentativo  fu  fatto  nel  mese  di  maggio  dello  scorso  anno  1912 
con  l'immissione  di  moltissime  larvette  lanciate  libere  nelle  acque  del  lago: 
ma  di  esse  non  si  è  avuta  piìi  notizia,  perchè  nelle  pesche  fatte  in  questo 
anno  1913  in  diverse  zone  del  lago,  non  si  è  rinvenuto  alcun  giovane  Axolotl. 
Ciò  evidentemente  se  non  permette  di  escludere  che  delle  tante  larve  alcune 
abbiano  potuto  raggiungere  ulteriore  sviluppo,  lascia  anche  supporre  che 
esse  non  sieuo  sfuggite  ad  eventuali  nemici  che  ne  abbiano  fatta  larga 
preda.  Ad  ogni  modo,  quest'anno  ho  voluto  ritentare  la  pruova  con  una 
immissione,  nello  scorso  mese  di  giugno,  di  ancora  piii  numerose  larve  (al- 
quanto più  avanzate  di  quelle  lanciate  nel  1912)  messe  in  condizioni  favo- 
revoli per  ti'ovar  nutrimento,  e  nel  tempo  stesso  difese  dall'aggressione  di 
voraci  predatori.  Queste  larve  sono  state,  difatti,  immesse  in  un  determi- 
nato punto  del  laghetto  (1,40  di  profondità),  non  libere,  ma  chiuse  in 
una  sorta  di  nassa  (con  coperchio)  fatta  tutta  di  rete  ,  le  maglie  dalla 
quale,  mentile  permettono  il  passaggio  alla  microfauna,  assicurando  con- 
tinuo e  variato  alimento  alle  larve,  garantiscono  queste  dai  predatori  impe- 
dendo una  immediata  loro  diffusione.  Finora  l'esperimento  dà  affidamento 
di  riuscita,  perchè  il  personale  della  R.  tenuta  degli  Astroni.  incaricato  di 
sorvegliare  questo  allevamento,  già  un  mese  dopo  riferiva  che  le  larvette 
erano  cresciute  in  grandezza  per  quanto  di  molto  diminuite  in  numero  : 
U  che  evidentemente  deve  attribuirsi  al  mangiarsi  che  fanno  tra  di  loro 
stesse  le  larve;  cosa  che  non  si  può  impedire  avvenga  anche  negli  alle- 
vamenti di  laboratorio,  malgrado  la  grande  sorveglianza  e  l'abbondante  nu- 
trimento che  si  fornisce  loro  i). 

Queste  larve  sarà  conveniente  di  tener  ancora  isolate  nella  detta  nassa 
tino  a  quando  le  sopravviventi  avranno  raggiunta  una  sufficiente  grandezza 
che  permetta  di  ripartirle  in  determinati  favorevoli  ambienti  lungo  le  acque 


ij  Mentre  corregevo  queste  bozze  di  stampa  una  gita  agli  Astroni  (11  A- 
gosto)  mi  ha  permesso  di  constatare  che  l'allevamento  procede  normalmente, 
numerosi  essendo  i  sopravviventi  che  hanno  raggiunto  dimensioni  fors'anche 
di  poco  alquanto  maggiore  (cent.  9-10  in  circa)  delle  corrispondenti  larve 
della  stessa   schiusa  (di  questo  anno)  allevate  in  Laboratorio. 


—  15   — 

basse  del  perimetro  del  lago  in    modo  che   possano  guadagnare    il  fondo 
e  non    sia  difficile  seguirne  lo  ulteriori  vicende. 

8e  questo  esperimento  di  naturalizzazione  sarà  per  riuscire,  si  potrà, 
insistendovi,  col  tempo,  ottenere  nel  lago- stagno  di  Astroni  un  alleva- 
mento naturale  di  Axolotl,  che  potrà  fornire  largo  materiale  per  ulteriori 
immissioni  in  altre  acque  dolci ,  permettendo  così  di  sfruttare  ,  nella 
distruzione  di  larve  di  Culicidi,  quest'altro  raszzo  di  quella  larga  profilassi 
biologica,  nella  lotta  contro  la  malaria,  sulla  quale  ho  richiamata  l'atten - 
zioue  in  un  mio  apposito  scritto  inserito  negli  Atti  del  R.  Istituto  d'Inco- 
raggiamento del  19U(),  determinato  appunto  dalla  discussione  ivi  tenu- 
tasi, per  inteusitìcare  la  lotta  contro  la  malaria  nel  mezzogiorno.  E  come 
allora  notai,  voglio  ora  ricordare  di  aver,  tin  dal  1904,  propugnato  questo 
concetto  della  profilassi  biologica  in  seno  della  nostra  Società  a  proposito 
di  una  comunicazione  del  Socio  E.  Trani  su  Pirata  inraticus;  proponendo  la 
possibile  utilizzazioie  di  questo  ragno,  e  di  altri  congeneri  (Dolotnedes, 
Tetragnalha,  ecc.)  che  vivono  alla  superficie  delle  acque,  per  la  distruzione 
delle  larve  di  Zanzare;  delle  quali,  come  constatava  il  Trani,  questi  ragni 
sono  molto  voraci. 


De  Rosa  Fr.  —  Di  una  nuova  stazione  del  Polysaccum  jnsocarpium,  Fr. 

Il  giorno  6  aprile,  andando  in  escursione  con  un  gruppo  di  soci  della 
nostra  Società  di  Naturalisti  alla  Solfatara  di  Pozzuoli,  fui  sollecito  a  l'i- 
chiamare  la  loro  attenzione  su  di  un  fungo,  che  in  cospicuo  numero  di 
esemplari  si  presentava  per  terra  in  forma  piìi  o  meno  globosa,  in  quel 
settore  dell'ampio  cratere,  che  è  situato  verso  la  parte  orientale  di  esso, 
costituente  suolo  alquanto  accidentato  e  non  molto  discosto  dal  pozzo  di 
acqua  termale,  che  vi  si  riscontra. 

Frequenti  in  quel  posto  sono  le  Eriche  ed  i  Cistus  mentre  non  man- 
cano rade  graminacee  comuni. 

Il  terreno  è  alquanto  sabbioso  e  biancastro,  massime  alla  superficie 
dilavata  un  pò  dalle  piovane  e  dopo  pochi  centimetri  al  di  sotto  è  rela- 
tivamente un  poco  più  ricco  di  detriti  organici  di  conseguenza  più  colo- 
rato. 

La  superfìcie  del  suolo  della  Solfatara  come  è  noto  è  alquanto  va- 
riato nella  sua  naturale  consistenza  e  sistema  per  l'azione  dell'uomo  e  per 
quella  delle  acque  che  la  spostano  e    la   modificano    lentamente. 

Nel  punto  nondimeno  dove  ebbi  occasione  di  quella  raccolta  certamente 
la  frequenza  umana  non  aveva  potuto  essere  recente  a  giudicare  dalla  vege- 
tazione spontanea.  E  poi  i  visitatori  della  Solfatara  sono  più  attratti  d'or- 
dinario alla  parte  meno  coverta  di  piante  o  brulla  addirittura  per  l'a- 
zione vulcanica ,  dove  i  frequenti  meati  o  le  incrostazioni ,  che  accom- 
pagnano le  accidentalità  del  suolo,  li  fanno  dirigere  verso  le  fumarole  di 
maggiore  entità  e  dove  vi  sono  depressioni  ed   escavazioni,    naturali    od 


—  16  — 

artificiali    in    conseguenza   della   raccolta    dell' allumite,    che    vi    è    cosi 
diffusa. 

A  me  quel  fungo,  che  incontravo  la  prima  volta,  mi  sembrò  cosa 
miova,  mentre  non  avevo  avuto  occasione  di  vederne  anche  altrove  presso 
di  noi. 

Non  mancai  perciò  di  raccoglierne  un  certo  numero  di  esemplari, 
globosi  o  brevemente  peduncolati,  sarei  per  dire  piriformi  o  sub-piriformi. 

Il  colore  poco  differente  da  quello  del  suolo  aveva  una  tendenza 
come  al  ferrugineo  e  la  consistenza  della  massa  alquanto  pulverulenta, 
mi  confermava  nell'idea  che  fossero  esemplari  in  periodo  avanzato  di  ma- 
turazione. 

Evidentemente  si  trattava  di  un  fungo  ipogeo  e  la  presenza  delle 
piante  menzionate  mi  metteva  il  dubbio  di  un  possibile  simbiotismo,  ri- 
cordando che  in  molti  casi,  di  esso  non  manca  la  certezza  come  in  altri 
vi  è  fondata  ragione  di  ammetterlo  in  via  relativamente  dubitativa,  me- 
ritevole di  dimostrazione. 

Non  mancai  di  far  ricerca  in  autori,  che  si  sono  occupati  di  funghi 
della  nostra  regione  e  non  ebbi  agio  di  poterne  trovare  notizia. 

Intanto  memore  ed  ammirato  dell'opera  costante  ed  illuminata  del 
Ch.mo  Prof:  Mattirolo,  che  tanto  amore  e  cura  spende  nello  studio  dei 
nostri  funghi  ipogei,  credetti  opportuno  rivolgermi  alla  sua  cortesia  ed 
alla  sua  autorità  e  mi  diedi  il  piacere  di  inviargli  qualche  esemplare  del 
fungo  raccolto  con  un  po'  della  zolla  sulla  quale  viveva,  notandogli  le 
piante  che  erano  più  frequenti  in  quel  posto  e  pregandolo  di  volermi  fa- 
vorire nella  determinazione  della  specie. 

Ero  felice  di  aver  così  potuto  dimostrare  che  non  avevo  dimenti- 
cato una  sua  circolare  ed  un  invito  cortesissimo  ,  che  avevo  avuto  anni 
sono  dalla  sua  viva  voce,  appunto  in  ordine  alla  eventuale  raccolta  di 
funghi  ipogei  delle  nostre    provincie  meridionali. 

Il  Ch.mo  prof:  Mattirolo  mi  rispose  con  una  cortese  lettera,  dalla 
quale  mi  compiaccio  riportare  le  notizie,  che  possono  interessare  a  proposito 
di  quella  specie  fungina  ,  che  ho  avuto  il  piacere  per  primo  di  racco- 
gliere qui. 

«  Ho  già  segnalato,  così  egli  dice,  questo  fungo  interessante  in  alcuni 
lavori  sugl'ipogei  ed  ho  pure  raccolta  la  specie  in  località  dell'Italia  set- 
tentrionale. 

Il  Polysaccmn  pisocarpimn  Fr.  che  appartiene  agli  Sderodermatacei 
è  fungo  apprezzatissimo  come  specie  edule  dai  siciliani ,  così  da  alimen- 
tare un  discreto  commercio  di  esportazione  con  l' America  e  coi  coloni 
siciliani. 

È  pure  specie  tintoriale  e  si  adopera  per  colorare  le  lane  delle  sot- 
tane delle  contadine  siciliane.  Il  bel  color  giallo  è  solubile  in  acqua  ed 
in  alcool. 

La  specie  è  segnalata  in  relazione  coi  Cistus,  ma  anche  coi  Cytisus 
e  colle  Genìata. 


—  ir- 
lo però,  lo  raccolsi  come  Ella  ha  fatto,  sotto  le  Eriche,  la  relazione 
di  simbiotisiuo  tra  le  due  piante  uon  è  pei'ò  dimostrata. 

Il  Folysaicnm  è  noto  sotto  i  nomi  di  Terratuiole — Tartufole — 
Terratuffole  — Tari  tuff  ole 

In  primavera  in  Sicilia  si  esercita  la  industria  della  sua  raccolta 
cercando  fra  le  piante  ospiti  sopra  menzionate  con  una  specie  di  spiedo 
affondandolo  nel  terreno  là  dove  si  vedono  delle  fenditure  nel  suolo. 

Interessantissima  è  la  località  nella  quale  Ella  fece  la  raccolta. 

lo  non  credo  che  altri  naturalisti  abbiano  notata  la  specie  in  terreni 
vulcanici  leucitiferi. 

Le  sono  cordialmente  riconoscente  per  la  gentilezza  colla  quale  Elia 
ha  voluto  ricordarsi  di  me  inviandomi  cosi  belli  esemplari,  dai  quali  farò 
trarre  la  figura  destinata  alla  mia  futura  Flora  ipogea  italiana  ». 

Non  sembri  vano  che  io  abbia  voluto  ricordare  la  raccolta  di  un 
fungo  non  nuovo,  ma  certamente  in  una  nuova  stazione. 

Non  a  tutti,  né  sempre  è  possibile  fare  delle  scoverte,  ma  è  sempre 
possibile  a  chi  si  occupa  di  ricerche  scientitìche  di  trovare  qualche  cosa 
che  è  degna  di  essere  ricordata. 

Aggiungo  che  il  caso  fra  gli  altri  qui  notato,  mi  conferma  sempre  più 
nella  idea  della  utilità  delle  escursioni  in  campagna.  Esse  sono  vere  oc- 
casioni allo  studio  del  piìi  gran  libro  della  natura  che  è  parato  innanzi 
alla  mente  degli  studiosi  e  perciò  mi  fo  augurio  che  si  ripetano  e  spesso. 

C'è  sempre  tanto  da  rivedere,  tanto  da  apprendere,  tanto  da  ricor- 
dare ! 


Monticelli  Fr.,  Sav. — Ancora  sul  Gongylus  ocellatus  Wagl,  nell'ex  R. 
Bosco  di  Portici. 

Nel  n."  551  del  7  scorso  luglio  della  «Feuille  desJenunes 
Naturalistes»a  pag.  114,  il  Dr.  0.  Sièpi  riferisce  che  alcuni  (^tre) 
Gongylus  ocellatus  Wagl.,  portati  a  Marsiglia  dalla  provincia  di  Orano 
(Algeria)  dal  fu  Dr.  Haqenmcllek  del  Museo  di  Storia  naturale  di  Mar- 
siglia, or  sono  tredici  anni,  e  lasciati  in  libertà  nei  terreni  circonvicini  al 
palazzo  di  Longchamp,  si  sono  moltiplicati  nella  detta  località  e  si  sono 
del  tutto  adattati  al  clima.  Il  Dr.  Sièpi,  notando  che  questa  stirpe  locale 
avrebbe  già  subito,  in  un  tempo  relativamente  breve,  una  leggiera  modi- 
ficazione di  colorito  (più  carico  rispetto  agli  esemplari  della  provincia  di  Orano 
che  dà,  perciò,  maggior  risalto  alle  strie  laterali  chiare)  conclude  sulla 
possibilità,  col  tempo,  in  base  ad  una  maggiore  differenziazione  del  tipo 
originario  oranese,  di  distinguere  questa  stirpe  di  Gongylus  ocellatus  di 
Marsiglia,  come  una  forma  locale,  che  fin  da  ora  proporrebbe,  nel  caso,  di 
denominare  G.  ocellatus  forma  massiliensis.  Lasciando  da  canto  queste 
conclusioni  alquanto  premature  del  Dr.  Sièpi,  mi  fermo  sul  fatto  della  av- 
venuta naturalizzazione  di  Gongylus  importati  dalla  costa  Algerina  nel 
territorio  di  Marsiglia,  perchè  questo  fatto  trova  riscontro  ed  è  confermato, 


—  18  — 

per  analogia,  dalla  naturalizzazione  di  Gongijliis  occllatus^  provenienti,  come 
dimostrai,  di  Sicilia,  nell'exR.  Bosco  di  Portici  e  colà  importati  con  piante  di 
(piella  provenienza.  Fatto  sul  quale  ho  richiamata  l'atteuzioae  della  no- 
stra Società ,  con  una  mia  comunicazione  verbale  nell'  adunanza  del  23 
giugno  1902  (V.  Boll.  1902,  voi.  10,  p.  305),  cercando  di  spiegare  la  li- 
mitazione dell'area  di  diffusione  locale  della  specie  da  assai  più  di  uà  secolo 
diventata  endemica  nel  detto  bosco.  Nella  mia  comunicazione  riferivo,  sulle 
notizie  che  allora  erano  a  mia  conoscenza  per  esemplari  raccolti,  che  il  Gon- 
gilo era  circoscritto  in  determinato  luogo  (viale  cosidetto  della  Regina)  della 
sola  parte  inferiore  del  R.  Bosco  di  Portici:  colgo  l'occasione  che  mi  porge 
la  nota  del  Sièpi  j^er  aggiungere  che,  in  seguito,  ho  potuto  constatare,  da 
esemplari  arrecatimi  o  da  me  fatti  ivi  catturare,  che  anche  in  altre  località 
del  detto  ex  R.  Bosco,  non  solo  di  quello  iaferiore  (e  precisamente  nell'a- 
grumeto che  trovasi  a  ridosso  del  loggiato  di  destra  della  spianata  del 
Granatello),  ma  anche  di  quello  superiore  sono  diventati  endemici  i  Gongili 
Pertanto  nel  Bosco  superiore  (ora  Parco  Gus.sone)  questi  sono  stati  finora 
rinvenuti  solo  in  quella  parte  estrema  a  destra  del  detto  bosco,  che  trovasi 
all'altezza  di  Pugliano,  dove  havvi  una  depressione  del  suolo  (piano  della 
vaccheria)  ora  adibita  ad  uso  di  Orto  didattico  e  sperimentale.  La  parete 
ad  occidente  di  quest'orto  è  limitata  e  garentita  dal  soprastante  terreno 
del  bosco,  da  muri  a  secco  (macere)  costruiti  con  grossi  pezzi  di  lava,  che 
presentano  fra  loro  larghi  interstizii  :  nelle  anfrattuosita  di  questi  muri  si 
annidano  appunto  i  Gongili  che  si  vedono  fuoriuscire  di  fra  le  pietre  e 
correre  sul  terreno  circostante  per  di  nuovo  rintanarsi  rapidamente-,  ciò 
che  rende  difficile  catturarli.  Finora  ne  sono  stati  raccolti  all'incirca  una 
trentina  dal  giorno  che  ne  ho  avuto  notizia,  or  sono  non  molti  anni:  ne 
ho  ricevuti  di  giovani  ed  adulti,  e  tra  questi  anche  di  femmine  pregne  che 
hanno  partorito  in  cattività. 

Le  osservazioni  di  Sièpi  sulla  variazione  di  colorito  della  stirpe  di  Gon- 
gyìus  ocellatus  di  Marsiglia,  hanno  richiamato  la  mia  attenzione  sulla  in- 
dagine di  eventuali  variazioni,  dirò  locali,  per  avventura  determinatesi  nei 
G.  ocellatus  di  Portici;  ma  finora  non  mi  è  riuscito  di  constatarne  alcuna  che 
permetta  distinguere  gli  esemplari  di  Portici  da  quelli  di  Sicilia  e  di  Sar- 
degna. Con  ciò  non  intendo  infirmare  le  osservazioni  di  Sièpi,  che  possono 
trovar  anche  ragione  nella  differenza  di  natura  e  di  colorito  del  suolo, 
assai  maggiore  tra  la  regione  di  Orano  e  quella  del  marsigliese,  che  non  tra 
la  Sicilia,  donde  provengono  i  Gongili  di  Portici,  ed  il  versante  tirreno  del 
continente  peninsulare  del  mezzodì  d'Italia.  Ed,  appunto,  a  conferma  di 
quanto  asserivo  nella  citata  mia  comunicazione  verbale  del  1902 ,  che 
cioè  i  Gongili  di  Portici  sono  certamente  di  importazione  siciliana,  mi 
torna  ora  opportuno  di  aggiungere  che,  se  da  un  lato  le  ricerche  fatte  nel 
Grande  Archivio,  negli  incartamenti  (siti  reali)  riguardanti  la  costruzione 
del  R.  Palazzo  di  Portici  e  la  creazione  del  Bosco  che  lo  circonda  a  valle 
(inferiore)  ed  a  monte  (superiore,  ora  Parco  Gussone)  ,  hanno  provata  l'as- 
serita introduzione  intorno  alla  metà  del  700  di  piante  e  specialmente 
di  agrumi  dalla  Sicilia  nel  detto  Bosco;  dall'altro  il  nome  col  quale  sono  tut- 


—  19  — 

torà  indicati  i  Gongili  dagli  attuali  impiegati  del  bosco  (in  gran  parte  discen. 
denti  più  o  meno  lontani  del  vecchio  personale  della  R.  Casa)  diLacerta 
palermitana,  0  di  Lacerta  siciliana,  convalida  e  conforta  il  mio 
asserto  sulla  prima  origine  e  provenienza  di  queste  stirpi  dei  Gongili  na- 
turalizzati nelle  diverse  località,  finora  note,  del  Bosco  di  Portici  dove  ora 
si  trovano.  E,  difatti,  tradizione  tramandata,  che  alcuni  vecchi  del  per- 
sonale di  custodia  del  Bosco  tuttora  ripetono  per  dare  una  spiegazione  del 
fatto,  che,  cioè,  al  tempo  dei  primi  Borboni  di  Napoli  fossero  state  impor- 
tate le  cosidette  Lucertole  siciliane  nel  Bosco  «per  bel- 
lezza». 

Nella  collezione  del  R.  Museo  Zoologico  di  Napoli  esiste  un  esemplare 
di  Gongylus  ocellatus  Wagl  (preparazione  tassidermica  N"  2519)  con  la 
indicazione  «  Portici  »  :  dal  Catalogo  risulta  che  questo  esemplare  fu 
immesso  in  Museo  nell'anno  1863  (dono  del  Dr.  N.  Tiberi).  Ora,  per  quanto 
ho  sopra  detto,  è  fuori  dubbio  che  questo  Gongilo  proviene  anch'esso  dal 
R.  Bosco  di  Portici  e  resta,  così,  spiegato  l'enigma  di  tale  località  con- 
tinentale segnata  sul  cartellino  di  detto  esemplare,  l'itenuta,  prima  della 
mia  comunicazione  del  1902,  a  ragione  errata,  dal  compianto  Prof.  E.  Gi- 
GLioLi,    il   benemerito  studioso   e    collettore  della   Fauna  italiana. 

Di  certo  non  si  può  mettere  in  questione  che  il  Gongylm  ocellatus 
sia  diventato  endemico  nella  regione  dove  ora  trovasi  acclimatato  (Bosco 
di  Portici),  e  che  esso  è  già  diffuso  in  diverse  località  della  detta  regione 
Pertanto,  se  per  i  Gongili  di  alcune  di  queste  località  del  bosco  si  può  so- 
stenere che  1'  area  del  loro  habitat  attuale  sembra  circoscritta  a  quella 
primitiva  dell'epoca  di  loro  importazione,  per  gli  altri  Gongili  nessun  dato 
si  ha  per  affermar  ciò:  che  anzi,  le  differenti  località  dove  essi  si  rinvengono 
nel  bosco  inferiore  potrebbero  appunto  rappresentai'e  il  prodotto  di  diffu- 
sione, in  ambiente  adatto,  dall'area  primitiva  d'importazione:  ciò  che  lascia 
ammettere  la  possibilità  di  una  ancora  più  larga  naturalizzazione  continentale 
di  questa  forma  insulare  di  Scincoide  italiano.  Ad  ogni  modo,  se,  come  ho 
messa  innanzi  l' ipotesi  nel  1902,  il  muro  di  cinta  del  Bosco  di  Portici  poteva 
aver  circoscritta  l'ai'ea  di  diffusione  del  Gongilo  fuori  del  bosco  stesso 
nelle  circostanti  terre,  ora  che  tale  ostacolo  va  scomparendo,  non  si  può 
escludere  a  priori  che  questa  specie  possa  in  seguito  espandersi  ed  alli- 
gnare anche  in  altre  località  dell'agro  porticese  ed  estendere  cosi,  col  tempo, 
ancora  maggiormente  il  suo  habitat  continentale.  Ciò  posto  non  vedo  ra- 
gione perchè  il  Gongilo,  sia  pure  esso  circoscritto  in  una  determinata  e  li- 
mitata località,  nella  quale  senza  dubbio  è  diventato  endemico  (^da  oltre 
un  secolo),  non  possa  oramai  considerarsi  come  faciente  anch'esso  parte, 
di  fatto,  della  fauna  erpetologica  continentale  d'Italia. 


—  20  — 

Dk  Rosa  Fr.  —  Un  buon  uso  della  Lavatera  arborea  L. 

Il  probleina  del  foraggio  verde,  massime  nei  paesi  caldi  durante  l'e- 
state, è  sempre  imo  di  quelli  più  difficile  a  risolvere.  Infatti  è  argomento 
di  continui  studi  ed  esperimenti  l'uso  di  piante  diverse,  delle  quali  spesso 
assistiamo  al  tramonto,  dopo  che  hanno  goduto  fugace  fama  per  quanto 
maggiore  e  più  efficace  né  è  stata  la  reclame. 

Io  non  pretendo  di  consigliare  un  foraggio  nuovo,  ma  un  mangime  cer- 
tamente pòco  usato  e  non  credo  che  possa  dubitarsi  che  il  suo  valore  debba 
intendersi  in  modo  alquanto  relativo. 

Dove  è  notevole  la  divisione  di  territorio  e  dove  la  coltivazione  di- 
venta sempre  più  intensiva,  Fallevamento  degli  animali,  bovini  in  ispecie, 
assume  carattere,  sarei  per  dire,  casalingo  essendo  esso  costituito  per  lo 
più  da  uno  o  pochissimi  capi,  ed  il  potere  avere  a  portata  di  mano  qual- 
che cosa  di  fresco  da  dare  agli  animali,  è  sempi-e  una  grandissima  utilità. 
Se  poi  si  consideri  che  già  qui  nella  nostra  penisola  sorrentina  non  man- 
cano esempi  dell'uso  di  questa  pianta  come  foraggio  e  che  si  tratta  di 
pianta  indigena,  che  trovasi  a  vegetare  perfino  verso  gli  estremi  d'Italia,  si 
potrà  ritenere  come  non  sia  di  difficile  coltura,  né  il  mio  dire  ha  pretesa 
di  novità 

La  pianta  della  quale  voglio  dire  é  la  Lavatera  arborea  L,  che  è 
una  delle  specie  maggiori  di  questo  genere  di  Malvacee  che  fu  da  Linneo 
staccato  dal  gen.  Malva  e  dedicato  ai  fratelli  Lavater  di  Zurigo,  medici 
e  naturalisti  di  buona  fama  nel  sec:  XVIII. 

Distinto  dal  gen.  Malva  principalmente  per  il  caliculo  a  tre  pezzi  sal- 
dati fino  alla  metà  della  loro  lunghezza  questo  genere  risulta  costituito  da  una 
ventina  di  specie  più  o  meno  rustiche,  annuali,  biennali  o  perenni,  erbacee 
o  suffrutescenti  talvolta,  di  notevoli  dimensioni,  e  disperse  nelle  varie  regioni 
del  globo. 

La  L.  arborea  è  frequente  sulle  coste  marittime,  di  quasi  tutta  Eu- 
ropa e  celle  isole,  nelle  regioni  dell'ovest  e  del  mezzodì  della  Francia,  in 
Inghilterra,  in  Ispagna,  nel  Portogallo,  nelle  Canarie,  in  Grecia,  nel  Cau- 
caso, nell'Africa  boreale,  specialmente  in  Egitto,  nell'Algeria  e  nella  Libia 
e  presso  di  noi  in  Sardegna,  in  Sicilia,  nella  Riviera  Ligure  ed  in  quasi 
tutto  il  Mezzogiorno  continentale  fino  a  Castro  e  Leuca,  cioè  agli  estrerai 
di  Terra  d'Otranto. 

Nella  nostra  provincia  trovasi  alquanto  frequente  in  tutte  le  colline, 
marittime,  a  Cuma,  al  Vesuvio,  ad  Ischia,  spontanea  e  coltivata  dovunque, 
e  massime  nella  penisola  sorrentina. 

La  L.  arborea  è  anche  detta  volgarmente  Mal  va  arborea,  M.  d'E- 
gitto, Altea  arborea  ed  anche  Malvone,  benché  con  tal  nome  si  chiami 
più  comunemente  VAUhaea  rosea  Cav. 

I  francesi  e  gli  inglesi  la  chiamano  rispettivamente  Mauve  en  ar- 
l>re  e  Tree  Mallow, 

In  Libia  dove  trovasi  coltivata  ed  anche  subspontaea  nei  dintorni  di 
Tripoli  come  si  rileva  dalla  interessante  pubblicazione  del  Ministero  d'A- 


—  21    - 

gricoltura  Industria  e  Commercio  dal  titolo:  •«  Ricerche  e  studi  agrologici 
sulla  Libia  »  e  che  nel  primo  voi.  stampato  tratta  della  zona  di  Tripoli, 
v'è  nota  con  il  nome  di  Melliha,  che  ricorda  il  greco  Mal  a  e  li  i  Malva 
(da  Malasso  rendere  molle  quasi  a  ricordo  della  sua  proprietà  emolliente) 
e  vi  si  dice  pure  Kobeza;  tal  nome  nondimeno  serve  più  spesso  ad  indicare 
la  Malva  silvestris  L.  che  pure  vi  è  molto  comune. 

Non  è  fuori  luogo  che  io  ricordi  in  ispecie  la  Libia  perchè  certa- 
mente ogni  nostro  interesse  passa  oltre  mare,  specialmente  per  quel  nuovo 
territorio  italiano. 

Generalmente  la  L.  arborea  è  ritenuta  pianta  biennale  e  tale  è  nei 
luoghi  estremi  della  sua  area,  ma  in  opportune  condizioni  e  coltivata,  è 
da  considerarsi  come  è  infatti  pianta  perenne.  Ne  ho  presenti  anche  qui 
a  Napoli  esemplari  ancora  rigogliosi,  che  contano  quattro  o  cinque  anni  e 
che  sono  dei  veri  alberetti  a  rami  sublegnosi,  eretti  col  fusto  che  si  eleva 
ad  oltre  tre  metri  di  altezza  con  un  diametro  di  circa  cm  :  10-12  perfet- 
tamente lignificato,  benché  a  grana  lasca,  poco  densa,  bianchissima. 

Questa  condizione  del  resto  non  è  un  fatto  speciale,  avendo  analogia 
con  quello  che  avviene,  del  ricino,  del  tabacco,  del  pomodoro,  della  melan- 
sana,  del  peperone,  del  cotone  ecc:  che  pure  essendo  nella  coltivazione 
considerate  piante  annuali,  riescono  quel  che  sono,  piante  perenni,  quando 
sono  sottratte  a  cagione  nemiche  in  ordine  alla  temperatura  ed  alla 
umidità. 

La  L.  arborea  vegeta  bene  in  tutti  i  terreni  preferendo  quelli  rela- 
tivamente freschi  e  di  medio  impasto  e  tollera  volentieri  la  mezza  ombra, 
come  si  dice,  cioè  l'esposizione  a  solatio  le  riesce  tanto  più  opportuna 
quanto  meno  è  continua  la  sua  azione.  Ciò  non  toglie,  che  si  mostra  ben 
resistente  alla  siccità,  relativamente  prolungata. 

D'ordinario  la  L.  arborea^  dove  non  nasce  spontanea,  suole  essere  col- 
tivata a  scopo  ornamentale  nei  giardini,  dove  ben  presto  si  diffonde  e  nella 
condizione  di  pianta  sub-spontanea  si  moltiplica  cosi  che  quasi  tal  volta 
riesce  un  pochino  infesta.  Certa  cosa  è,  che  avendo  la  foglia  lungamente 
picciuolata  con  la  lamina  a  5-9  lobi  arrotondati,  che  giunge  10-12  cm. 
su  14-16  dal  color  verde  schietto  matto,  riesce  gradito  ed  utile  a  tem- 
perare l'effetto  estetico  delle  altre  piante,  che  d'  ordinario  costituiscono 
gruppi  e  macchie  dal  color  verde  più  o  meno  cupo  ed  a  foglie  minute. 

Si  aggiunge  a  tale  effetto  quello  della  fioritura,  che  la  pianta  si  adorna 
simultaneamente  o  quasi  e  per  lunga  durata  d'innumeri  fiori 'cospicui  dal 
color  violaceo  intenso,  tendente  al  coccineo. 

La  pianta  è  adulta  al  secondo  anno  e  fiorisce  dal  febbraio  all'autunno, 
secondo  l'andamento  dell'annata  ed  il  posto  dove  si  trova. 

Per  lo  più  tal  pianta  è  coltivata  come  ho  detto  a  scopo  ornamentale 
principalmente  per  la  sua  adattabilità  ed  il  rapido  accrescimento.  Anzi 
ve  ne  è  una  varietà  a  foglie  screziata  di  bello  effetto  e  molto  decorativo 

Si  usa  in  terapeutica  talvolta  analogamente  alla  Malva  rotundifolia 
L.  ed  alla  M.  silvestri^  L.  facendone  cataplasmi  delle  foglie  lessate  a 
cottura  avanzata  e  che  riescono  emollienti  e  lenitivi. 

3 


—  22  — 

Anche  i  fiori  sostituiscono  per  decozioni  quelli  delle  malve  e  possono 
anche  dar  colore  da  intingere  carte  per  reazioni  chimiche. 

Vi  è  chi  dice  che  dalla  corteccia  si  possa  trar  materia  atta  a  fabbricar 
carta,  tessuti  e  cordami,  s'intende  previa  macerazione,  ma  la  fibra  riesce 
breve  e  non  troppo  resistente  alla  torsione. 

Quello  però  che  a  me  interessa  rilevare  ed  è  lo  scopo  di  questa  mia 
comunicazione  si  è  ohe  essendo  la  pianta  ricca  di  fogliame  ampio  ed  al- 
quanto succulento,  massime  quando  è  tenero,  malgrado  sia  leggermente 
pubescente,  pure  è  appetito  dai  bovini  ai  quali  si  somministra  con  van- 
taggio essendo  di  facile  digeribilità  e  contribuendo  a  ridestarne  l'energie; 
nella  Penisola  sorrentina  si  suol  dare  alle  vacche  puerpere.  Spesso  all'uopo 
vi  si  vede  sul  margine  dei  fondi  e  degli  appezzamenti  coltivata  la  L.  ar- 
borea non  altrimenti  che  i  comuni  cavoli  da  foraggio.  Colà  tale  uso  va 
sempre  piìi  diffondendosi  ed  io  credo  opportuno  di  richiamare  l'attenzione 
degli  allevatori  e  dei  coltivatori  delle  altre  plaghe  di  questa  e  delle  altre 
Provincie  meridionali,  nelle  quali  facilmente  la  L.  arborea  prospera,  sia 
che  vi  nasca  spontanea  sia  che  vi  si  possa  con  poco  fastidio  coltivare. 

Ripeto  non  è  già  che  abbia  la  pretesa  di  avere  esposta  qualche 
cosa  di  nuovo ,  ma  ho  creduto  di  far  bene  di  ricordare  questa  pianta 
che  parmi  possa  riuscire  in   certi  casi    assai   utile   per  lo  scopo  indicato. 


CuToiiO  A.  —  Un  pezzo  di  carne  colorato  in  violetto. 

Fra  le  tante  cose  strane  che  possono  presentarsi  a  coloro  che  si  oc- 
cupano della  vigilanza  igienica  su  gli  alimenti  nelle  grandi  città  me  ne 
capitò  una  nuova,  che  vale  la  pena  di  raccontare. 

Venne  in  Laboratorio  un  cuoco  fortemente  impressionato,  perchè  nel 
preparare  un  piatto  di  carne  aveva  visto,  a  poco  a  poco,  questa  e  tutta 
la  salsa  colorarsi  in  violaceo. 

Di  qui  l'ira  del  suo  padrone  ,  che  gli  attribuiva  a  colpa  o  a  negli- 
genza la  poca  bontà  di  quell'alimento. 

Guardai  attentamente  il  reperto  e  vidi  che  esso,  in  fatti ,  era  colo- 
rato in  violetto,  mentre  tutti  i  suoi  caratteri  organolettici— per  ciò  che  ri- 
guardava lo  stato  di  conservazione — erano  normali. 

Pensai  subito,  che  la  colorazione  potesse  essere  dovuta  allo  sviluppo 
rapido  di  batterli  colorati — che  avrebbero  invaso  tutta  la  massa — o  alla  so- 
luzione di  qualche  colore  di  anilina  impiegato  per  bollare  la  carne. 

La  prima  ipotesi  fu  subito  esclusa  da  una  indagine  batterioscopica 
fatta  dal  mio  collega  D.r  Calendoli  ;  la  seconda  risultò  negativa  ad  un 
esame  chimico  fatto  con  i  metodi  ordinarli  di  ricerca  dei  colori  derivati 
dal  catrame.  Questa  ricerca  mi  fu  resa,  anzi,  più  facile,  perchè  conosco, 
per  ragioni  di  ufficio,  i  colori  adoperati  dal  macello  di  Napoli. 

La  presenza  di  alcuni  pezzi  di  pomodoro  circondati  da  una  zona  più 
intensamente  colorata  mi  fornirono  il  mezzo  di  risolvere  il  problema. 


—  23  - 

Raccolsi  con  una  pinza  tutto  il  pomodoro  e  lo  feci  macerare  per 
circa  15  minuti  in  pochi  centimetri  cubici  di  alcool  di  60°,  riscaldando 
lievemente.  Dopo  raffreddamento  filtrai  il  liquido  e  lo  lasciai  evaporare, 
a  bagno  d'acqua  bollente,  in  una  capsulina  di  vetro. 

Ottenni  un  residuo  cristallino,  in  forma  di  aghi,  che  potetti  facil- 
mente identificare  per  acido  salicilico. 

Diventò  chiara  la  ragione  della  colorazione    violacea  : 

Il  pomodoro  adoperato  era  proveniente  da  qualche  preparazione  con- 
servata con  acido  salicilico  ;  il  tegamino  era  sporco  di  ruggine — passata 
in  soluzione  per  una  ragione  qualsiasi  —  e  quindi  i  due  corpi  reagendo 
tra  loro  avevano  prodotto  la  colorazione  violacea,  che  aveva  tanto  impres- 
sionato il   cuoco  ed  il  suo  padrone. 


Tornata  del  20  novembre  1913 

Presidente  :  Monticelli  —  Segretario  ff.  Zirpolo 

Soci  presenti  :  Gauthier,  Geremicca,  Siniscalchi,  Gargano,  Pierantoni, 
De  Rosa,  Cufcolo  A.,  Cutolo  E.,  Milone. 

La  tornata  è  aperta  alle  ore  21. 

Si  legge  e  si  approva  il  processo  verbale  della  tornata   precedente. 

Il  Segretario  presenta  i  cambii  e  le  pubblicazioni  pervenute  in  dono. 

Il  Presidente  riferisce  sulla  festa  degli  alberi  avvenuta  il  giorno  1 1 
Novembre  a  Montecassino  e  dice  che  la  Società  di  Naturalisti  è  stata 
rappresentata  dal  Presidente  e  dal  Segretario 

Il  Segretario  legge  una  lettera  d'invito  della  Società  degli  Insegnanti 
per  le  onoranze,  che  vogliono  tributarsi  al  Prof.  Alfonso  Siniscalchi,  che 
compie  il  quarantesimo   anno  del  suo  insegnamento. 

Il  Presidente  propone  di  aderire  alla  festa,  tanto  più  che  il  prof. 
Siniscalchi  è  uno  fra  i  più  antichi  ed  attivi  Soci  della  Società  di  Na- 
turalisti. La  proposta  del  Presidente  è  approvata  ad  unanimità. 

Il  socio  Monticelli  fa  una  comunicazione  verbale:  Di  una  cattura  di 
Erysmatura  leucocephala  Scop.  nel  napoletano. 

Sono  ammessi  Soci  ordinari  residenti  i  signori:  Prof.  Raffaele  Mi- 
nervini  ,  e  Francesco  Ranfaldi  ed  il  Dottore  Nicola  Caprioli,  e  Socio 
ordinario  non  residente  il  Signor  Prof.  Alessandro  Malladra. 

Si  leva  la  tornata  alle  ore  23. 


-  24  — 

Comunicazioni  verbali 

MoNTIc^:LLI  Fr.  Sav.  —  Di  una  cattura  di  Erysmatura  leucocephala 
Scop.  nel  napoletano. 

Nel  resoconto  di  Caccia  del  giornale  il  «Mattino»  del  9  no- 
vembre di  quest'anno  N.  312  ho  letto  che  al  lago  di  Patria  erano  stati 
ammazzati,  fra  gli  altri  uccelli  cacciati  dal  Sig,  Pasquale  Bellusci,  «  due 
palmipedi  (di  un  branco  di  circa  ventiquattro  avvistati  dai  cacciatori)  mai 
veduti  nel  Meridionale,  tanto  rari  da  farli  imbalsamare  ed  esporre  »:  no- 
tizia riportata  integralmente  dal  giornale  «Caccia  e  Pesca»  del 
16  novembre  1913,  a  N.  57.  Per  cortesia  del  Sig.  Gr.  Varriale  ho  potuto  esa- 
minare uno  di  questi  palmipedi,  del  quale  con  gentile  pensiero  egli  ha  voluto 
far  dono  al  nostro  R.  Museo  Zoologico  per  la  Collezione  faunistica  napo- 
letana, ed  ho  riconosciuto  in  questo  esemplare,  un  maschio  del  «Gobbo 
rugginoso»  1'  Erysmatura  leucocephala  Scopoli,  che  è,  difatti  ,  per 
quanto  si  ricaverebbe  dagli  scrittori  di  Avifauna  italiana,  specie,  come  pare, 
poco  frequente  nel  Napoletano  (dintorni  e  provincia  di  Napoli),  per  quanto 
essa  sia  designata  come  piuttosto  meridionale  dal  Martorelli  (p.  308), 
e  di  passo  ed  anche  stazionaria  e  nidificante  nelle  parti  meridionali,  dal- 
l'Arrigoni.  (Elenco  Uccelli  italiani,  1912,  p.  87).  Il  Salvadori  (Fauna  d'Italia, 
p.  270)  costatando  come  il  Costa  0.  G.  non  annoveri  V Erysmatura  leu- 
cocephala fra  gli  uccelli  del  Napoletano,  aiferma  che  fece  acquisto  in  Na- 
poli di  due  individui  di  questa  specie  uccisi  nelle  vicinanze  (nell'anno  1860, 
come  crede  il  Giglioli,  Avifauna  1886,  p.  323).  Di  altre  catture  nel  Na- 
poletano di  questo  palmipede  non  trovo  notizia  anche  nelle  Avifaune  più 
recenti  (Giglioli,  Arrigoni,  Martorelli).  Nelle  Collezioni  del  R.  Museo 
Zoologico  di  Napoli  vi  sono  due  esemplari  femmine  di  Erysmatura  leu- 
oecephala:  uno  (N.  2308)  con  l'indicazione  di  catalogo  «  Collezione  antica  », 
l'altro  (N.  2309)  con  l'indicazione  «  Napoli ,  acquisto,  1867  »  ;  entrambi 
da  ritenersi  pertinenti  alla  Fauna  napoletana. 

Ho  creduto  di  dar  notizia,  alla  nostra  Società,  della  cattura  di  que- 
sto palmipede  interessante  la  fauna  locale  ;  tanto  più  che  essa  mi  porge 
occastone  di  far  noto  anche  le  due  sopradette  antiche  catture  di  Erysma- 
tura leucocephala  nel  napoletano  ,  non  registrate  dagli  ornitologi  italiani^). 


')  Mentre  correggevo  le  bozze  di  questa  mia  comunicazione  da  una  let- 
tera del  D.r  M.  Schettino,  comparsa  nel  giornale  «  Caccia  e  Pesca  »  dei  23 
Novembre  1913,  N.°  58,  rilevo  la  notizia  di  un  altro  esemplare  (^fj  di  questa 
specie,  anclie  ucciso  al  Lago  di  Patria,  nel  marzo  1912,  che  trovasi  nella  sua 
privata  raccolta. 


-    25  — 

Tornata  ordinaria  del  14  Dicembre  1913 

Presidente  :  Monticelli  —  Segretario  ff.  Zikpolo 

Soci  presenti  :  Gargano,  Marcucci,  Morgera,  Delia  Valle  P.,  De  Rosa, 
Pierantoni,  Gautliier. 

La  tornata  è  aperta  alle  ore  15. 

Si  legge  e  si  approva  il  processo   verbale  della  tornata   precedente. 

Il  Segretario  presenta  i  cambii  e  le  publicazioni  pervenute  in  dono. 

Il  socio  Cutolo  A.  legge  un  lavoro  :  Contributo  alV  analisi  del  pane., 
e  ne  chiede  la  pubblicazione. 

Il  socio  Marcucci  legge  una  nota  prelim  inare  :  Coedizioni  che  de- 
terminano la  capacità  rigenerativa  delle  estremità  posteriori  nelle  larve 
di  Anuri  alle  diverse  epoche  di  sviluppo.,  e  ne  chiede  la  pubblicazione. 

Il  socio  Della  Valle  P.  legge  due  note  preliminari  :  1.  Come  si  imo 
impedire  la  rigenerazione  del  cajyo  nelle  Planarie. 

2.  La  differenziazione  della  regione  endocavitaria  e  la  determinazione 
nella  posizione  dello  spiracolo  nello  sviluppo  delle  larve  decapitate  di 
Anuri,  e  ne  chiede  la  pubblicazione. 

Il  socio  Morgera  legge  una  nota  :  A  propos  ito  della  funzione  della 
glandola  digitale  degli  Scyllium  e  dell'  appendice  vermiforme  dei  Mam- 
miferi, e  ne  chiede  la  pubblicazione. 

Il  Segretario  legge  un  lavoro  del  socio  Bellini  :  I  molluschi  extra- 
marini dei  dintorni  di  Napoli,  e  ne  chiede  la  pubblicazione  a  nome  del- 
l' autore. 

Si  leva  la  tornata  alle  ore  16. BO. 


Assemblea  generale  del  31  dicembre  1913 

Presidente:  Moutigelu— Segretario  :  Garoano 

Soci  presenti  :  Siniscalchi,  Pierantoni,  Della  Valle  P.,  Geremicca,  De 
Rosa,  Zirpolo,  Gauthier,  Cozzolino,  Grande.  È  presente  il  notaio  signor  Gio- 
vanni Battista  Sodano. 

La  tornata  è  aperta  alle  ore  15. 

Si  legge  e  si  approva  il  processo  verbale  della  tornata  precedente. 

Il  Segretario  presenta  i  nuovi  cambi  e  le  pubblicazioni  pervenute 
in  dono. 

H  Presidente  annunzia  che  il  giorno  11  gennaio  1914,  nella  sede  so- 
ciale sarà  commemorato  il  defunto  socio  Antonio  Jatta  dal  socio  Fridiano 
Cavara. 

Viene  approvato  ad  unanimità  il  seguente  deliberato  : 


—  26  — 

«  La  Società  di  Naturalisti,  riunitasi  oggi  in  Assemblea  generale  or- 
dinaria di  line  di  anno  a  norma  deirArticolo  XVI  dello  Statuto  Sociale 
in  2,  Convocazione,  Ietto  ed  approvato  il  verbale  di  1.  Convocazione  (ne- 
gativo per  mancanza  di  numero  legale), 

v<  Sciogliendo  il  voto  da  lungo  tempo  maturato  di  ottenere  la  sua  co- 
stituzione in  Ente  morale,  crede  giunto  il  momento  opportuno  perchè  le 
sue  aspirazioni  sieno  tradotte  in  atto  a  fine  di  assicurare  con  vincolo  di 
legge  il  ricco  patrimonio  di  libri  che  essa  possiede  e  di  acquistare  con 
la  costituzione  in  Ente  morale  quella  garenzia  di  stabilità  per  l'avvenire, 
che  è  vivo  e  sentito  desiderio  di  tutti  i  Socii. 

«  L'Assemblea  perciò,  in  conformità  del  capo  2°  dell'ordine  del  giorno 
della  presente  assemblea,  inviato  a  tutti  i  Socii,  con  voto  unanime  dei 
presenti  (interpreti  anche  del  sentimento  degli  assenti),  delìbera  che  la 
Società  sia  eretta  in  Ente  morale,  e  dà  mandato  al  Consiglio  direttivo  ed 
al  Presidente  di  provvedere  a  tutte  le  pratiche  del  caso  perchè  il  voto 
dell'  Assemblea  possa  avere  sollecita  attuazione,  nominando  all'  uopo  il 
Notaio  di  Napoli  Signor  Giovanni  Battista  Sodano  per  tutte  le  pratiche 
occorrenti  alla  Società  ;•;. 

Di  questo  voto  è  stato  a  cura  del  sopradetto  notaio  Sodano  redatto 
verbale  nelle  forme  di  legge. 

Il  Presidente  comunica  all'Assemblea  il  seguente  voto  trasmessogli 
dalla  Commissione  dei  Campi  Flegrei: 

«  La  Commissione  per  lo  studio  dei  Campi  Fregrei,  udita  la  rela- 
zione del  prof.  Chistoni  intorno  alla  rimozione  del  Mareografo  Thomson 
dall'Arsenale  di  Napoli  ed  il  suo  collocamento  in  altro  sito. 

«  Convinta  che  sia  dal  lato  scientitico  che  dal  lato  pratico,  lo  studio 
del  bradisismo  non  possa  farsi  in  un  sito  più  adatto  che  nel  tempio  di 
Serapide  a  Pozzuoli  e  perciò  basterebbe  mettere  il  piazzale  del  tempio 
in  libera  comunicazione  col  mare  vicino  : 

Fa  voto 
«  che  venga  collocato  un  Mareografo,  sistema  Thomson,  presso  le  colonne 
del  Serapeo. 

«  Qualora  poi  pel  momento  non  fosse  possibile  mettere  il  Serapeo  in 
comunicazione  col  mare,  la  Commissione  esprime  il  voto  che  il  dettoma- 
aeografo  si  collochi  sotto  il  castello  di  Pozzuoli,  incaricando  persona  a- 
datta  alla  manutenzione. 

«  La  Commissione  nell'esprimere  questo  voto  tiene  a  far  conoscere 
che  essa  non  fa  quistione  da  quale  Istituto  scientifico  debba  dipender  il 
detto  Mareografo,  giacché  tiene  soltanto  a  che  esso  venga  collocato  nel 
detto  sito  e  sia  ben  mantenuto  ». 

Il  voto  della  Commissione  dei  Campi  Flegrei  è  approvato  ad  unani- 
mità dall'  Assemblea  che  stabilisce  sia  trasmesso  al  Ministro  della  Ma- 
rina, al  Ministro  dei  Lavori  Pubblici,  all'Ufficio  idrografo  della  R.  Marina, 
e  gli  sia  data  larga  diffusione  a  mezzo  della  stampa. 

L'Assemblea  respinge  le  dimissioni  del  Socio  Ricciardi. 


-ar- 
sone ammessi  i  Soci  ordinari  residenti  i  signori:  Alberto  Mastrolilli- 
De  Angelis  e  Francesco  Giordano,  e  Socio  ordinario  non  residente  il  si- 
gnor Alfredo  Stilon. 

L'assemblea  delibera  la  radiazione  per  mora  dei  Soci:  Giuseppe  de  Lo- 
renzo, Domenico  Vigorita,  Luigi  Melpignani,  Antonio  d'Adamo,  Euclide 
Armenante. 

Si  procede  all'elezione  annuale  dei  membri  del  Consiglio  Direttivo' 
uscenti  di  carica  per  compiuto  periodo:  e  risultano  eletti  : 

Alessandro  Cutolo  Vice  Presidente 

Claudio  Gargano  Segretario 

Luigi  Quintieri  i  ^      .  ,.     . 

Pasquale  Romano  J  ^onsighert 

Si  procede  pure  all'  elezione  dei    Revisori   dei  Conti  del  1 913  e  risultano 
eletti  i  Soci  Eugenio  Aguilar  e  Michele    Guadagno. 

Il  Presidente  prima  di  sciogliere  l'adunanza  riferisce  all'assemblea 
sui  lavori  della 

Commissione  dei  Campi  Fleg rei, 
istituita  con  deliberazione  dell'assemblea  del  29  agosto  1912  (Vedi  Bollet- 
tino, Voi.  25,  1911-12,  pag.  178-179),  durante  l'anno  1913,  riguardanti:  gli 
studi  sui  Rotiferi  del  lago-stagno  craterico  di  Astroni  della  dott.  Isabella 
Iroso,  la  illustrazione  di  nuovi  ciliofori  appartenenti  alla  microfauna  del 
lago-stagno  craterico  di  Astroni  della  dott.  Livia  Savi,  le  indagini  del 
prof.  Gauthier  fatte  ad  Agnano  per  rintracciare  il  sito  ove  sprigionasi  più 
forte  il  calore  che  veniva  utilizzato  nel  sudatorio  romano,  e  quelle  iniziate  al 
Monte  Rosso  e  più  propriamente  sul  cratere  esplosivo  di  Concola;  come  an- 
cora le  ricerche  del  prof.  Monticelli  sulla  naturalizzazione  degli  Axolotl 
nelle  nostre  acque  dolci  per  la  distruzione  delle  zanzare  e  quelle  del  prof. 
De  Rosa  sul  PoLisacco  :  nonché  il  voto  fatto  su  proporta  del  prof.  Chi- 
stoni  per  la  messa  di  un   mareografo  a  Pozzuoli. 

Il  Presidente  informa  altresì  l'assemblea  che,  per  deliberazione  del  Con- 
siglio Direttivo,  col  prossimo  Bollettino  verranno  pubblicati  annualmente  i 
processi  verbali  della  Commissione  stessa. 

Si  leva  la  tornata  alle  ore  17,  dopo  avere  approvato  questo  verbale 
seduta  stante. 


CONSIGLIO  DIRETTIVO 


PER  l'anno   J914: 


Monticelli  Francesco  Saverio 
Cutolo  Alessandro 
Gargano  Claudio 
Zirpolo  Giuseppe 
De  Rosa  Francesco  \ 

Galdieri  Agostino  f 

Quintieri  Luigi  i 

Romano  Pasquale  ^ 

Cutolo  Enrico 
Gargano  Claudio 


Presidente 
Vice-Presidente 
Segretario 
Vice-Segretario 

Consiglieri 

Cassiere 
Bibliotecario 


ELElSrOO     IDEI     SOCII 

(i  gennaio  1914) 


SOCII    ORBINARII    RESIDENTI 

1.  Amato  Carlo  —  Via   Tribunali  339. 

2.  Aguilar  Eugenio  —  Vico  Neve  a  Maferdei  27. 

3.  Alci  Vincenzo  —  Via  Sapienza  11 

4.  Anile  Antonino  —  Istituto  Anatomico  a  S.  Patrizia. 

5.  Arena  Mario  —  Via  Roma  129. 

6.  Balsamo  Francesco  —  Via  Foria  210. 

7.  Bassani  Francesco  —  Istituto  di  Geologia  della  R.   Università 

8.  Bruno  Alessandro  —  Via  Bari  30. 

9.  Capobianco  Francesco  —  Via  Sapienza  18. 

10.  Caprioli  Nicola  —  S.  Cristofaro  alV  Olivella  34. 

11.  Caroli  Ernesto — Istituto  Zoologico  della  R.    Università. 

12.  Cavara  Fridiano  —  R.  Orto  Botanico. 

13.  Cerruti  Attilio  —  Stazione  Zoologica,    Villa  Nazionale. 

li.  Chistoni  Ciro  —  Istituto  di  Fisica  terrestre,  S.  Marcellino  li. 

15.  Cirillo  Giuseppe  —  .S'.  Giovanni  in  Portico  34. 

16.  Cufino  Luigi  —  Via    Veterinaria  7. 

17.  Cutolo  Alessandro  —  Via  Roma  404.     ' 

18.  Cutolo  Enrico  —  Via  Roma  404. 

19.  De  Biasio  Abele  —  Vico  Tagliaferri  a  Foria  12. 

20.  D'  Evant  Teodoro  —  Piazza  dei  Matiri  259. 

21.  Della  Valle  Antonio  —  Via  Salvator  Rosa  259. 

22.  Della  Valle  Paolo  —  Via  Salvator  Rosa  259. 

23.  De  Rosa  Francesco  —  Via  S.  Lucia  62. 

24.  Forte  Oreste  —  Via  MonteoUveto  37. 

25.  Galdieri  Agostino  —  Strada  Stella  94. 

26.  Gargano  Claudio  —  Via  S.  Lucia  62. 

27.  Gauthier  Vincenzo  —  Via  Sapienza  -29. 

28.  Geremicca  Michele  —  Largo  Avellino  4. 

29.  Guadagno  Michele  —  Via  Foria  193. 

30.  Giordano  Francesco  —  Corso   Umberto  I  34. 

31.  Ii-oso  Isabella  —  Via  Foria  118.  Palazzo  Castelcicala. 

32.  Jatta  Mauro —  Piazza   Vitf.  Emmanuele  12,  Roma. 

33.  Kernot  Giuseppe  —  Via  S.  Carlo  6. 

34.  Marcucci  Ermete  —  Istituto   di  Anatomia  Comparata  B.   Università. 


—  32  — 

35.  Mastrolilli  De  Angelis  Alberto  —  Via   Ventaglieri  76. 

36.  Milone  Ugo  —  Via  Foria  166. 

37.  Minervini  Raffaele  —  Via  Nardones  14. 

38.  Monticelli  Francesco  Saverio —  Via  Ponte  di  Ghiaia  27. 

39.  Morgera  Arturo.  —  Vico  Neve  a  Ghiaia  31. 

40.  Oglialoro  Agostino  —  Istituto  di  Ghimica  della  B.   Università. 

41.  Pierantoni  Umberto  —  Galleria  Umberto  I  27. 

42.  Piscitelli  Michele  —  Via  Magnocavallo  92. 
48.  Police  Gesualdo  —  Via  S.  Maria  Ognibene  6. 

44.  Praus  Carlo  —  Via  Antonio   Vlllari  56. 

45.  QuLntieri  Luigi  —  Via  Amedeo  i8. 

46.  Quintieri  Quinto  —  Via  Amedeo  18. 

47.  Ranfaldi  Francesco  —  Istituto  di  Mineralogia  della  R.  Università. 

48.  Ricciardi  Leonardo  —  Via  Guglielmo  Sanfelice  24. 

49.  Rippa  Giovanni  —  R.  Orto  Botanico. 

50.  Romano  Pasquale —  Via  Porta  Medina  44. 
5L  Sabatino  Carmine  —  Parete  (Aversa). 

52.  Scacchi  Eugenio  —  Istituto  di  Mineralogia  della  R.   Università. 

53.  Schettino  Mario  —  Via  Roma  320. 

54.  Scognamillo  Raffaele  —  Via  S.  Carlo  31. 

55.  Siniscalchi  Alfonso  —  Via  Salvator  Rosa  330. 

56.  Trani  Emilio  —  Via  Campanile  ai  Miracoli  47. 

57.  Viglino  Teresio  —  Piazza  Dante  4i. 


33 


SOCII    ORDINARI     NON    RESIDENTI 

1.  Alfano    Giovanni    Battista  —  Osservatorio    Meteorico — Geodinamico 

Valle  di  Pompei. 

2.  Bellini  Raffaello  —  R.  Liceo  Edmondo  De  Amicis,   Oneglia. 

3.  Cozzolino  Marzio  —  Corso  Garibaldi  74  ,  Portici. 

4.  De  Cillis  Maria  —  Corso  Garibaldi  79.,  Portici. 

5.  Di  Paola  Gioacchino  —  JB.  Istituto  tecnico.,  Caserta. 

6.  Foà  Jone  —  Via  Avvocata  a  Piazza  Dante  19. 
1.  Lionetti  Giovanni  —  Via  Costantinopoli  23. 

8.  Marcello  Leopoldo  —  Piazza  Cavour.,  Farmacia  Marcello. 

9.  Mugliano  Rosario  —  Lagoneqro. 

10.  Malladra  Alessandro  —  R.  Osservatorio   Vesuviano  Resina. 

11.  Mercalli  Giuseppe  —  R.  Osservatorio   Vesuviano,  Resina. 

12.  Misuri  Alfredo  —  Istituto  di  Zoologia  della  R.   Università,   Palermo. 

13.  Patroni  Carlo  —  R.  Istituto  Tecnico.,  Arezzo. 

14.  Piccoli  Raffaele.  —  Via  Avvocata  a  Piazza  Dante  19. 

15.  Parisi  Rosa  —  Via  Colombo  N.  40,  Caserta. 

16.  Raffaele  Federico  —  Istituto  di  Zoologia  della  R.  Università,  Palermo. 

17.  RosLiignoli  Rachelina  —  Vico  Carminiello  a  Toledo  23. 

18.  Stefanelli  Augusto  —  R.  Liceo  Ginnasio  G.    B.    Vico,  Chieti. 

19.  Stilon  Alfredo  —  Via  Fabrizio  Pignatelli  5. 

20.  Trinchieri  Giulio  —  Via  Properzio  17,  Roma. 

21.  Vanni  Giuseppe  —  Via  Cola  di  Rienzo   180,  Roma. 

22.  Villani  Armando  —  R.  Liceo.  Foggia. 

23.  Virdia  Valentino  —  Tropea. 

24.  Zirpolo  Giuseppe  —  Vico  Storto  S.  Anna  di  Palazzo  21. 


SOCII    ADERENTI 

1.  Cotronei  Giulio  — Istituto  Anatomia  Comparata  R.  Università,  Roma 

2.  Cutolo  Costantino  —  Via  S.  Brigida  39,  Napoli. 

3.  De  Franciscis  Ferdinando  —  Corso    Vittorio  Emmanuele  626. 

4.  Filiasi  Emmanuele  —  Riviera  di  Ghiaia  270. 

5.  Filiasi  Giuseppe  —  Riviera  di  Chiaia  270. 
G.  Grande  Loreto  —  R.  Orto  Botanico. 

7.  Marcolongo  Ines  —  R.  Orto  Botanico. 

8.  Morese  Giuseppe  —  Piazza  Municipio  48. 

9.  Nicolosi-Roncati  Francesco  —  R.  Liceo,  Monteleone  (Calabria). 
10.  Scalfati  Mario —  Via  Nardones  17. 


Bollettino  della  Società  di  Naturalisti  in  Napoli 


Elenco  delle  pubblicazioni  pervenute  in  cannbio 

ed  in  dono 


Elenco  delle  pubblicazioni  pervenute  in  cambio 

[31  dicembre  J9J3) 


EUROPA 


Italia 


Acireale 


Aosta 
Bologna 
Brescia 
Cagliari 


Cassino 

Catania 
Firenze 


Genova 


—  R.  Accademia  di  Scienze,   Lettere  ed  Arti  degli  Ze- 

lanti i^Memorie^  Rendiconti). 
Bollettino  della  R.  Stazione  sperimentala  di  agrumi- 
coltura e  frutticoltura. 

—  Societé  de  la  Flore  Valdòtaine  (Bollettino). 

—  R.  Accademia  delle  Scienze  dell'Istituto  {Rendiconti). 

—  Commentari  dell'  Ateneo. 

—  Bollettino    della    Società  tra  i  cultori    delle  Scienze 

mediche  e  naturali. 
Bollettino  della  Società  Regionale  contro  la  malaria. 

—  Bollettino  mensile  dell'Osservatorio  meteorico  -  Aero- 

logico Geodinamico. 

—  R.  Accademia  Gioenia  {Bollettino,  Memorie). 

—  Archivio  per  l'Antropologia  e  1'  Etnologia. 
Società  Botanica  italiana  {Bollettino). 
Nuovo  Giornale  botanico  italiano. 
Bollettino  bibliogratico  della  Botanica  italiana. 
Monitore  Zoologico  italiano. 

R  e  d  i  a  ,  Giornale  di  Entomologia. 
R.  Società  toscana  di  Orticoltiu'a  {Bollettino). 
R.  x4.ccademia  dei  Georgolili  {Atti). 
Società  entomologica  italiana  {Bollettino). 
L'Ai'aldo  Medico  -  Periodico  bimestrale. 
Bollettino  meteorologico  dell'  Osservatorio  Ximeniano. 
dei  PP.  delle  Scuole  Pie. 

—  R.  Accademia  medica  {Bollettino,  Memorie). 
Museo  civico  di  Storia  Naturale  {Annali). 

Musei  di  Zoologia  ed  Anatomia   comparata  della  R. 
Università  {^Bollettino). 


IV    

Genova  —  Società  ligustica    di   Scienze  Naturali  e  Geografiche 

(Atti). 
Rivista  ligure  di  Scienze,  Lettere  ed  Arti. 
Intra  —  Scuola  Industriale. 

Lodi  —  R-  Stazione  sperimentale  del  Caseificio  (Annuario). 

Lucca  —  R-  Accademia  lucchese  (Atti). 

Milano  —  Società  Italiana  di  Scienze  Naturali  e  Mu.seo  civico  d 

Storia  Naturale  (Atti). 
Messina  — Rassegna  Tecnica.  Giornale  di  Ingegneri,  Architetti, 

Agronomia  ed  Arti  industriali. 
Modena  —  Atti  della  Società  dei  Naturalisti  e  Matematici. 

—  Annali  della  R.  Stazione  Chimico- Agraria   sperimen- 
tale di  Roma. 
Napoli  —  R.  Accademia  delle  Scienze    fisiche    e    matematiche 

(Memorie,  Rendiconti,  Annuario). 
Accademia  Pontaniana  (Atti). 
Annuario    del   Museo  Zoologico    della  R.  Università 

di  Napoli. 
Orto  Botanico  della  R.  Università  (Bollettino). 
GÌ'  Incurabili. 

Zoologischen  Station  zu  Neapel  (Mittheilungen). 
Annali  di  Nevrologia. 
Rivista  agraria. 

Società  africana  d' Italia  (Bollettino). 
Appennino  meridionale.  Bollettino  trimestrale  del  Club 

Alpino  Italiano.  —  Sezione  di  Napoli. 
Rassegna  di  Batterioterapia. 
Atti  del  R.  Istituto  d' Incoraggiamento. 
L' Agricoltura. 
Annali  della  Stazione  sperimentale    per   le   malattie 

infettive  del  bestiame. 
La  Medicina  sociale. 

Associazione     napoletana    Pro    montibus    (Bol- 
lettino). 
Giornale  della  Associazione  napoletana  di  Medici  e 
Naturalisti. 
Padova  —  Accademia  scientifica  veneto-trentino-istriana  (Atti). 

R.  Stazione  bacologica  (Anmiario). 
La  Nuova  Notarisia. 
Il  Raccoglitore. 
Palermo  —  Il  Naturalista  siciliano. 

Giornale  del  Collegio  degli  Ingegneri  agronomi. 
R.    Istituto  Botanico.  Contribuzioni  alla  Biologia  ve- 
getale. 
R.  Orto  Botanico  e  Giardino  coloniale  (Bollettino). 


Palermo  —  Annuario  biografico  del  Circolo  Matematico. 

Perugia  — Annali  della  Facoltà  di  medicina    e  Memorie   della 

Accademia  medico-chirurgica. 
Pisa  —  Società  toscana  di  Scienze  Naturali  (Memorie^    Pro- 

cessi-verbali). 
Portici  —  R.  Scuola  superiore  di  Agricoltura  (Annali). 

La  Campagna  Agricolo  -  Antimalarica.  -  Supplemento 

alla  Rivista  Agricola. 
Laboratorio  di  Zoologia  Generale    ed   Agraria   (Bol- 
lettino). 
Potenza  —  Rivista  di  Credito  Agrario. 

Roma  — R.  Accademia  dei  Lincei  (Rendiconti). 

R.  Accademia  medica  (Bollettino,  Atti). 
R.  Comitato  Geologico  italiano  (Bollettino). 
Ministero  di  Agricoltura  (Annali). 
Laboratorio  di  Anatomia  normale  della  R.  Università 

(Ricerche). 
Accademia  pontilìcia  dei  Nuovi  Lincei  (Atti). 
Società  Zoologica  italiana  (Bollettino). 
Società  italiana  per  il  progresso  delle  scienze  (Atti). 
R.  Stazione  chimico-agraria  sperimentale  (Annali). 
Società  per  gli  studi  della  malaria  (Atti). 
A.rchivio  di  Farmacognosia  e  Scienze  affini. 
Rendiconti  delle  Società  Chimica  Italiana 
Rovereto  — Accademia  degli  Agiati  (Atti). 

Museo  civico  (Puhblicazioni). 
Sassari  —  Studi  sassaresi. 

Scafati  —  Bollettino  tecnico  della  coltivazione  dei  Tabacchi. 

Siena  —  Rivista  italiana  di  Scienze  Naturali. 

Torino  — R.  Accademia  delle  Scienze  (Atti). 

Club  Alpino  Italiano  (Rivista^  Bollettino). 

Musei  di  Zoologia  e  di  Anatomia  comparata  della  R. 

Università  (Bollettino). 
Biologica.  Raccolta  di  scritti  di  Biologia. 
Udine  — Mondo  Sotterraneo.    Rivista  di  Speleologia. 

Venezia  — L'Ateneo  veneto. 

Venezia  —  Bollettino  bimestrale  del  R.  Comitato  Talassografico 

Italiano. 
Verona  —  Madonna  Verona, 

Accademia  di  Agricoltura ,  Scienze  ,  Lettere  ,  Arti  e 
Commercio  (Atti,    Memorie). 
Valle  di  Pompei —  Bollettino  delle  Specola  Meteorica  nell'istituto  d'Igiene 
della  R.  Università  di  Napoli. 
Bollettino  dell'Osservatorio  meteorico  —  geodinamico. 


VI   — 


Austria-Ungheria 


Budapest 

Brùnn 
Kolozsvar 

Prag- 


Wien 


A  quii  il.   Magyar  Ornithologiai  Kozpont    Folyóirata. 

Societé  Royale  liongroise  des  Sciences  Naturelles. 

Naturtbschenden  Vereines  (  Verhandlungen). 

IMùzeumi  Fiizetek   az  erdilyi  nem/eti   àsvànytàranax 

értesitòje. 

Ceské  Akademie    Cisare   Franti  ska   Josef  a  prò  vedy 

slovenost.  a  umeni  (Pubblicazioni). 
Casopis  Ceské  Spolecnosti    Entomologické  (Ada  So- 

cieiatis  Entomologicae  Boheniiaei 
Jahresbericht  der    K.  Bóhmischen    Gesellschaft    der 

Wisseuschaften. 
BuUetin    International.    Classe  des    Sciences  Mathé 

matiques,  Naturelles  et  de  la  Medicine. 
K.  K.  Naturhistorischen  Hof-Museum  (Annalen). 
K.  K  Zoologisch-Botanisclien    Geseilscliaft  (Verlian- 
dlungen). 


Belgio 


Bruxelles 
Louvain 


Société  royale   malacologique  de  Belgique  (Annales). 
La  Cellule. 


Finlandia 

Helsingfors  —  Societas  prò  Fauna  et   Flora  fennica  (Ada,    Medde- 

landen). 


Francia 


Bordeaux  —  Société  d'Océauographie  du  Golfe  de  Gascogne  (Rap- 

ports). 
Cherbourg  —  Société  natiouale  des  Sciences   Naturelles  et  Mathé- 

matiques  (Mémoires). 
Langres  — Société   de  Sciences    Naturelles    de  la  Haute  Marne. 

(Bìilletin). 
Levallois-Perret — Association  des  Naturalistes  (BuUetin). 
Nancy  —  Société  des  Sciences  et  Réunion  biologique  de  Nancy 

BuUetin  des  séances). 


VII    — 


Nancy 
Nantes 

Paris 


•  Bilìliographie  iuiiifcoinique. 

-  Sociótó  des  Scieuceti  iiaturelle.s  de  l'ouest  de  la  France 

(Bulletin). 

-  Joui-nal  de  l'Anatomie  et  de  la  Physiologie  de  riiomme 

et  des  animaux. 
Société  Zoologique  de  France   [Bulletin.    Mémoires). 
Muséum  d'Histoire  naturelle  (Bulletin). 
La  feuille  des  jeunes  Naturalistes. 
La  Revue  de  Phytopathologie    et    des    maladie.s   des 

Plantes. 


Germania 


Berlin 


Bonn 

Giessen 

Giistrow 

Leipzig 


-  Bericht  iibex-  die  Verlagsthàtigkeit. 
Naturae  Novitates. 

Botanische  Verein  der  provinz  Brandeburg  (  Verhaml- 

limgen). 
Sitzungsberichte    der    Gesellschaft   Naturfnrscliender 

Freuude. 
Deutsche  Entomologische  National  Bibliotek. 
Bibliotheca  Entomologica. 

•  Naturhistorischen  Vereines  der    Preussischen   Rhein- 
lande  und  Westfalens  (  Verliandlnngen). 
Niederrheinischen    Geseilschaft   filr   Natur-und  Heii- 
kunde  ( Sitzungsberichte). 

-  Oberhessischen  Gesellsciiaft  filr  Natur-und  Heilkund 

(Bericht). 

-  Verein  der  Freunde  der  Naturgeschichte  in  Mecklen- 

burg  (Archiv). 

-  Zoologischer  Auzeiger. 

Matematische  und  Naturwisseuschaftliclie  Berichte  au 
Ungarn. 

Zentralblatt  fùr  Allgemeine  und  Experimentelle  Bio- 
logie. 


Inghilterra 


Cambridge  —  Philosophical  Society  (Proceedings,     Trans actions). 

London  — Royal  Society  (Proceedings  ,  Reports  of  the  Sleeping 

sickness  Commission). 
Plymouth  —  Marine  biological  Atisociation  of  the  United  Kingdoin 

(Journal). 


—  vm  — 


Tromsoe 


Norvegia 

Tromsoe  Museum, 


Olanda 


Amsterdam        —  Academie  Royale  (Memoires). 


Portogallo 


Coimbra 
Lisbona 


-Annaes  scientiiicos  da  Academia  Polytecnica  do  Porto. 
-  Broteria — Revista  de  Sciencias  Naturaes  do  Collegio 

de  S.  Fiel. 
BuUetin   de  la  Société   Portugaise    de   Sciences  Na- 

turelles. 


Russia 


Kiew 

Moscou 

Tittis 


Société  des  Naturalistes  (Memoires). 
Société  imperiale  des  Naturalistes  (Bulletin). 
■  Giardino  botanico  {Lavori). 
Mouiteur  du  jardin  Botanique. 


Spagna 


Barcelona 


Cartuja 
Madrid 


Zaragoza 


Institució  catalana  d'Historia  Naturai  (Butletij. 

Institució  Catalana  de  Ciences  Naturals  (Butleti). 

La  Ciencia  Agricola. 

Butleti  del  (Jlub  Montanyenc. 
■  Boletin  niensual  de  la  Estación  Sismologica 
-  La  Naturaleza. 

Memorias  de  la  Real  Sociedad  espanola   de  Ristori  a 
Naturai. 

Sociedad  espanola  de  Historia  Naturai  (Anales,   Bo- 
letin). 
-Sociedad  aragonesa  de  Ciencias  Naturales  (Boletin). 

Associaciòn  de  Labradores  de  Zaragoza  y  suprovincia. 

Anales  de  la  Facultad  de  Ciencias. 


—    IX 


Svezia 

Upsala  —  Geological   Institutioii   of  the   University   of  Upsala 

(BuUetin). 
Stockholm  —  K.    Vet.    Akadems-Bibliothek    (Arkiv    for   Botanik, 

Arkiv  for  Zoologi). 


Chur 

Lugano 
Zurich 


Svizzera 

■  Naturforschenden  Gesellscliaft  Graubimden's  (Jahres- 

bericht). 
Società  ticinese  di  Scienze  Naturali  (Bollettino). 
-  Societas  Entomologica. 


Tokyo 


ASIA 
Giappone 

—  Annotationes  zoologicae  japonenses. 


Cairo 


AFRICA 
Egitto 

Société    Entomologique    d' Egypte    (  BuUetin ,    Mé- 

moires). 


Capetown 


Colonia  del  Capo 

South  African  Museum  (Annals). 


AMERICHE 
Argentina 

Buenos-Ayres     — Museo  nacional  (Anales,  Comunicaciones). 


Brasile 

Rio  de  Janeiro —  Archivos  do  Museu  Nacional. 

Canada 

Halifax  —  Nova  Scotian  Institute  of  Science. 

Chili 

Santiago  —  Société  scientifìque  du  Chili  (Actes). 

Verliandlungiui    des     Deutscheu    Wissenschaftlichen 
Vereins. 

Colombia 


Bogotà 


El  Agricultor.  —  Organo  de  la  Sociedad  de  los  Agri- 
cultores  colombianos. 


Messico 


Messico 

-Sociedad    cientilica    Antonio   Alzate    (Menun-ins, 

Revista). 
Institùto  Geològico  (Boletin,   Parergones). 
Anales  del  Institùto  Medico  Nacional. 
La  Naturaleza. 


Paraguay 


Asuncion 


Revista    de    Agronomia   y   de    Ciencias    aplicadas. 


Perù 


Lima 


Boletin  de  la  Societad  geografica. 


San  Salvador 
San  Salvador     —  Museo  Nacional  (Anales). 


XI 


Stati  Uniti 


Berkeley 
Boston 
Brooklyn 
Chapell  Hill 
Chicago 


Madison 


Missoula 


New  York 


—  University  of  Culitoniia  (  Publìi'atìon.s,   Bidletin). 

—  Society  of  Naturai  History  (Proceedings). 

—  Gold  spiing  harbor  Monographs. 

—  Elisila  Mitchell  scientitic  Society  [Journal). 

—  Academy  of  Sciences  [Bnllelin,     Annual  Report). 
Field   Museum    of   Naturai   History   (Department  of 

Botanti). 
—  Wisconsin   Academy  of  Sciences  .  Arts  and   Lettres 
{Tran-saction.s). 
Wisconsin   Geological   and    Naturai    History    Survey 
{Bulletìn). 

—  Bulletin  of  the  University    of   Montana    [Biologi cai 
Serieò-ì. 

—  Botanical  garden  (Bidletin). 

Notre  Dame   Indiana  —  The  American   Midland  Naturalist. 
Philadelphia       —  Academy  of  Naturai  Sciences  [Proceedings). 
Saint-Louis         — Academy  of  Science  (Transactions). 

Missouri  Botanical  garden  (Annual  Report). 
Springfield  ( Massachussets)  —  Museum  of  Naturai  History. 
Tufts  College  (Massachussets)  —  Studies. 

Washington        — United  States  Geological  Survey  (Annual  Report). 
U.  S.  Departmtent  of  Agriculture.  —  Division  of  Or- 
nithology   and  Mamraalogy  i  Bulletin    North  Amt- 
rican  Fauna). 
Smithsonian  Institution  (Annual  Report). 
U.  S.  National  Museum  (Bulletin). 
U.  S.  Department  of  Agriculture  (Jearbook). 
U.  S.  Department  of  Agriculture.  —  Bureau  of  Ani- 
mal  Industry  (Annual  Report). 
Carnegie  Institution   of    Washington    (PubUcations). 
The  Rockefeller  Sanitary  Coramissiim  for    the    Era- 
dication  of  Hookworm  Disease. 


Uraguay 

Montevideo  — Museo   nacional.  Seccion  historico-filosofica    (Anales, 

Comunicaciones). 


Wellington 


OCEANIA 
Nuova  Zelanda 

Geological  Survey  (^PubUcations). 


PUBBLICAZIONI  PERVENUTE  IN  DONO 

(31  dicembre  1913) 


Alfano  G.  B.         —  I  fenomeni  geodinamici  della   sorgente   minerale   di 
Valle  di  Pompei.  Pavia  1909  (Dono  dell'Autore). 
»  —  Suir  importanza  di  una  stazione  meteorico  geodina- 

mica di  Valle  di  Pompei.  Napoli   1909  (Autore). 
»  —  La  Sezione  geodinamica.  Sua  inaugurazione — Il  Mu- 

seo Vesuviano   Sua  inaugurazione  e  sue  collezioni 
Valle  di  Pompei  1912  (Autore). 

Balsamo  F.— Geremicca  M.  —  Botanici  e  Botanofili  napoletani  Cenni,  sto- 
rici e  bibliografici.  Napoli  1911  (Autori). 

Bassani  F.  —  Sopra  una  nuova  fumarola  nel  fondo   della  Solfatara 

di  Pozzuoli.    Napoli  1913  (Autore). 

BoRDiGA  0.  — -  Sullo  stato  presente  della  cooperazione   agraria   ita- 

liana e  straniera  ed  in  particolare  del  mezzogior- 
no d'  Italia.  Napoli  1911  (Autore). 

BoRDiGA  0.  —  L'espropriazione  per  mancata  bonifica  agraria  in  segui- 

to   a   compiuta    bonifica    idraulica.    Napoli    1911 
(Autore). 

Brambilla  G.  —  I  Campi  dimostrativi  agricolo-antimalarici  e  la  loro 
attuazione  nel  mezzogiorno  d' Italia.  Milano,  1911 
(Autore). 

CozzoLiNO  M.  —  Il  Fagiolino.    Napoli,  1911  (Autore). 

—  Gli  orti  di  provincia  di  Napoli.    Napoli ,    1912  (Au- 
tore). 
»  —  Una  speciale  industria  napoletana  :    il    pelo   di   seta 

da  pesca.  Napoli,  1913  (Autore). 

Chirone  V.  —  Manuale   di   Materia    medica    e   Terapeutica   ad  uso 

della  gioventù  studiosa  e  dei   medici    pratici.  Na- 
poli (Dono  del  socio  Monticelli). 
»  —  Trattato  critico  di  medicamenti  nuovi.  Napoli  (Dono 

del  socio  Monticelli). 

CmsTONi  C.  —  Segni  meteorologici  internazionali.  Roma  1912. 


XIV 


COBKLLI    R. 
C  RISTA  LM    Cj. 

Gufino  L. 

COTOLO   A. 

» 
» 

Davenport  C.  B. 

Di  Franco  L. 

Di  Pace  I. 

De  Anna  F. 


Del  Pezzo   P. 
De  Rosa  F. 
Forte  0. 


Galdieri  a. 


Galdieri  a. — Paolini 
Janet  Oh. 


L'estate  più  calda  e  l'estate  più  fredda  a  Rovereto 
in  trent'un  anno  di  osservazioni  1882-1912.  Ro- 
vereto 1913  (Autore). 

Res  gestae  di  un  ostetrico  commissario  in  un  con- 
corso a<^li  Incurabili.  Napoli  1913  (Dono  del  socio 
Monticelli). 

Esplorazioni  lloristiche  nell'Italia  meridionale.  1913 
(Autore). 

-  Su  l'uso  del  riso  nel  diabete.  Napoli  1912    (Autore). 

-  L'  acido  tartarico  in  enologia.  Napoli  1913    (Autore). 
L'arsenico  ed  il  piombo  in  agricoltura.  Napoli    1913 

(Autore) 

-  Departement  of  experimental  evolution  of  the  Car- 

negie  lustitution  of    W  ashington,  1912    (Autore). 

-  Dell'Assicurazione  obbligatoria   dei   lavoratori    della 

terra  contro  gl'infortuni.  Napoli  1910. 
La  trasformazione  dei  laghi,  degli  stagni  e  delle  pa- 
ludi in  saline.  Napoli  1911. 

-  Contribuito  allo  studio  della  protilassi  chininica- 
antimalarica,  relativamente  alia  sua  efficacia  ed 
immunità.  Napoli  1911. 

-  Commemorazione  di  Dino  Padelletti.    Napoli    1895. 

-  Il  Nespolo  del  Giappone.    Napoli  1913. 

-  Elementi    di    Chimica    per   istituti  tecnico,    indus- 

triali. Parte  I.  Generalità:  Metalloidi:  Chimica  or- 
ganica. Napoli  1914  (Autore). 

-  Su  di  una  lencofonolite  haiiynitica  del  Vulcano  di 
Roccaraoniina.    Napoli  1913  (Autore). 

-  Fiori,  Insetti  e  fumarole  Nota.  Napoli  1913 
(Autore). 

-  Sulla  dissoluzione  del  calcare  in  acqua  carbonica, 
Portici   1913  (Autore). 

-  Di  una  nuova  calente  feltriforme  di  Nocera.   Por- 

tici 1913  (Autore). 

—  L'  origine  della  terra  rossa.  Portici  1913  (Autore). 

—  Sul  bolo  di  Terra  d'Otranto.  Portici  1913  (Autore). 

—  Osservazioni  sui  calcari  di  Pietraroia  in  provincia 
di  Benevento.  Napoli  1913  (Autore). 

—  Sulla  fosforite  di  Leuca,  Napoli  1913  (Autore). 

—  Il  tufo  Campano  di  Vico  Eqdense.  Napoli  1913 
(Autore). 

—  Constitution  morphologique  de  la  Bouche  de  l'in- 
secte.  Limoge  1911  (Autore). 


—    XV 


Janet  Ch. 


Kahanowicz  M. 

Lo  Re  a. 
Del  Rk  A. 

Lombardi   L. 
Lombardi.  L. — Scarpa 


Lungo.  B. 


Manfredi  L. 


Marcolongo  I. 
Mastrolilli  Dk  Angki 

Monticelli  Fr.  Sav. 

Oddo  G. 

» 

Paoloni  B. 

Pacioni  B. 


—  La  sporophyte  et  le  gamétophyte  du  végétel  ;  le 
soma  et  le  germeii  de  l'iusecte.  Limoges  1912 
(Autore). 

—  Sur  l'existence  d'un  organe  chordotonal  et  d'  une 
vésieule  pulsatilo  chez  1' Abeille  et  sur  leinorpho- 
logie  de  la  tète  de  cette  espèce.  Limoges  1911 
f  Autor  e). 

—  Organe.s  sensitifs    de    la    mandii)ule    de    1' Abeille 
[Apifi  mellifere  L.    O  ).   Limoges  1914  (Autore). 

—  La  costituzione  dell'  atmosfera  terrestre.  Roma 
1912. 

—  Acta  Fruraentaria.  Foggia  1912. 

—  Sulle  Trasformazioni  Voigt  —  Lorentz  in  elettro- 
dinamica. Napoli  1913. 

—  Le  nuove  condizioni  della  istruzione  industriale  in 
Italia  con  particolare  riguardo  alle  R.  Scuole  in- 
dustriali di  Napoli.    Napoli   1918. 

0.  —  Sur  les  élements  qui  cai-a  ctérisent  le  facteur 
de  puissance  des  fours  à  carbure  de  calcium  — 
Comuuication  au  Vlleme  Oongrès  International  du 
Carbure  de  Calcium  et  de  l'Acélytène.  Napoli  1913 

—  Di  nuovo  sul  Ficus  carica  L..  Firenze  1912. 

—  Relazione  sul  Tischler.  G.  Ueber  die  Entwicklung 
der  Sammeulagen  in  Parthenokarpen  Augii  spermen 
Fruchteu  (Estratto  d.  Annali  di  Botanica,  Voi.  XI 
fas.  II) 

—  Sulla  disinfezione  della  biancheria  e  di  5  altri  ma- 
teriali affini  con  speciale  riguardo  all'  impiego 
del  Lysoform  greggio.  Milano  1912.  (Dono  del  socio 
Monticelli). 

—  Lattatoi  civici  moderni.  Genova  (Dono  del  socio 
Monticelli). 

—  Su  l'accrescimeoto  del  Cijperus  Pa/r/m5,  Napoli  1913. 
,is    —  Sulla  pretesa  varietà   della  specie  leonina.  Na- 
poli 1913  (Autore). 

-  Notizie  intorno  agli  Axolotl  dell'Istiteto  Zoolngico 
della  R.  Università  di  Napoli.  Napoli  1913  (Autore). 

-  Congresso  internazionale  di  chimica  applicata  di 
Washington  e  New  Jork.  Torino   1912. 

-  Sulla  proposta  di  fondazione  a  Napoli  di  un  Istituto 
internazionale  di  Vulcanologia.  Pavia  1913. 

-  Osservazioni  preliminari  allo  studio  del  clima  e 
dello  stato  endogeno  di  Montecassino.  Torino  1910. 

-  I  sette  fulmini  che  colpirono  in  un'ora  JMontecassino 
il  20  febbraio  1712.  Roma  1912 


—    XVI 


Perroncito  e. 

Petti  F, 
Piscicela  M. 

RiQNANO    E. 

» 

Ricciardi  A. 
Rossi  G. 
Rubino  A.. 
Scarpa  R. 
Scorciar] NI  Coppola 
Trotter  A. 


VlSMARA    S. 


—  Sull'azione  disinfettante  del  Lysoforra  denso  riguar- 
do al  suo  impiego  nei  luoghi  di  conservazione  e 
vendita  delle  derrate  alimentari.  Milano  1911  (Dono 
del  socio   Monticelli) 

—  Un'assicurazione  dei  prodotti  agrari  contro  tutti  i 
rischi  a  garanzia  del   credito  agrario.  Napoli  1911. 

—  Nel  paese  dei  Bango  -  Bango.  Napoli  (Dono  del 
socio  De   Rosa). 

—  Che  cos'  è  il  ragionamento? 

—  Le  Ròle  des  «  Theoriciens  »  dans  le  sciences  biolo- 
giques  et  sociologiques.  Bologna   1912. 

—  La  bonifica  della  palude  Stornara  nel  comune  di 
Giuosa  (Lecce).  Napoli  1911, 

—  Discorso  inaugurale.  Napoli   1911. 

—  Rendicondo  del  II  Corgress  )  Agricolo-antimalarico 

—  La  Croce  Rossa  Italiana  per  i  danneggiati  dall'eru- 
zione del  Vesuvio  9.  aprile.   Napoli  1906. 

—  Malaria  e  profilassi  chininica  nelle  Piana  di  Velia. 
Napoli  1911. 

A.  --  Del  credito  agrario  nelle  provincie  Meridionali 
Roma  1910. 

—  A  Traverso  il  Gargano  —  Notizie  ed  osservazioni 
botaniche.  Napoli  1911  (Autore). 

—  Gli  elementi  balcanici.  Orientali  della  Flora  Ita- 
liana e  l'ipotesi  dell' Adriatide.  Napoli  1912.  (Do- 
no del  Socio  Monticelli), 

—  Montecassino  e  il  suo  osservatorio  meteorico  — 
geodinamico.  Roma  1910. 


Atti  del  Congresso  Agrario  meridionale  tenuto  dal  7  —  11  giugno  1909 
in  Napoli  (Dono  del  socio  Monticelli;. 

Opera  del  Club  Alpino  Italiano  nel  primo  suo  centenario  1864-1913.  To- 
rino 1913. 

Questioni  che  si  collegano  col  nuovo  regolamento  sui  concorsi  a  cattedre 
di  Scuole  Medie,   Pavia  1912. 

Rapporto  tecnico  sul  movimento  degli  animali  durante  l'anno  1912.  So- 
cietà Italiana  del  Giardino  Zoologico  di  Roma.   1913, 


r:vi3iOE0 


ATTI 

i  M  EMORI  E    E    NOTE). 

Della  Valle  P.  —  La  differenziazione  dell'arto  anteriore  degli  A- 
nuri  nell'interno  della  cavità  peribi*anchiale. — Nota  pre- 
liminare         pag.       3 

Gekemicca  M.  —  Le  pomacee  che  si  coltivavano   a  Napoli  nel  XVI 

secolo.  Noterelle  storiche  . »  6 

Gauthier  V.  —  Di  alcuni  fenomeni  vulcanici  del  bacino  d'Agnano  .       »  34 

Galdieri  a.  —  Fiori,  insetti  e  fumarole.  Nota  ......  39 

CuTOLO  A   —  Composizione    chimica  del  Nespolo  del  Giappone  [^E- 

riohotrya  japonica) .        »        44 

Gargano  C.  —  Dei  tumori    spontanei    nei   mammiteri.    Fibromioma 

delle  cavità  nasali  nel  cavallo.  ^  Ta''.   1.  .         .       »        48 

('erruti  a.  —  Di  un  semplice  metodo  per  lo  studio  del  sistema  cir- 

colarorio  negli  Anellidi.  Nota.  —  Tav.  2 »        64 

CuTOLO  A.  —  Contributo  a  l'analisi  del  pane.  Determinazione  delle 

ceneri   ............        69 

Marcucci  e.  —  Condizioni  che  determinano  la  capacità  rigenerativa 
delle  estremità  posteriori  nelle  larve  di  Anuri  alle  diverse 
epoche  di  sviluppo.  —  Nota  preliminare  .         .         .         .       »        87 

Vanni  G.  —  Sul    campo    elettrico    e    magnetico    di    un    oscillatoi'e 

hertziano.  Nota  ..........        89 

Della  Valle  P.  —  Come  si  può  impedire  la  rigenerazione  del  capo 

nelle  Planarie. — Nota  preliminare  .         .         .         .       »        98 

MoRUERA  A.  —  A  proposito  della  funzione  della  glandola  digitale 
degli  Scyllium  e  di  quella  dell'appendice  vermiforme  dei 
Mammiferi »        99 

Della  Valle  P.  —  La  differenziazione  della  regione  endocavitaria 
e  la  determinazione  delta  posizione  dello  spiracelo  nello 
sviluppo  delle  larve  decapitate  di  Anuri. — Nota  prelimi- 
nare               ...»      101 


iibobi) 


—    XVIIl    — 

RENDICONTI  DELLE  TORNATE 

(PROCESSI    VERBALI    E    COMUNICAZIONI). 

Processi  verbali  delle  tornate.  pag.   3-27 

Coiiitinicazionì  vcibali. 

Monticelli  Fr.  .Sav.  ~  Brevi  comunicazioni  sulle  Temnocefale  : 

1.  Temnocephala  lutti  n.  sp.       .         .         .         .       »  7 

2.  Di  una  forma  teratologica  di  Temnocepìiahi 

fasciata  Haswell  .......  7 

Galdieri  a.  --  L'origine  della  terra  rossa  (Sunto).     ...»  9 

PiERANTONi  U.  —  Su  alcune  cocciniglie  raccolte  in  Tripolitania  .       »         11 

Monticelli  Fr.  Sav. — Per  una  possibile  naturalizzazione  di  Axo- 

lotl  nelle  nostre  acque  dolci    .         .         .         .         .         .       »         13 

De  Rosa  F.  —  Di  una  nuova  stazione    di    Folysaccum   pisocar- 

pium  Fr ...»         15 

Monticelli  Fr.  Sav. — Ancora  sul  Goncjylux  ocellatus  Wagl.  nell'ex 

R.  Bosco  di  Portici .         .         .         .  .         .         .       »  17 

De  Rosa  F.  —  Un  buon  uso  della  Lavatera  arborea.  L.     .         .       »         1  ) 

CuTOLO  A.  —  Un  pezzo  di  carne  colorato  in  violetto         .         .        •>  22 

Monticelli  Fr.  Sav. -Di  una  cattura  ài  Erijsniatura  leucncepìtalu 

Scop.  nel  napoletano  ........ 

Consiglio  direttivo  per  l'anno  1914  ........         29 

Elenco  dei  socii »         31 

Elenco  delle  pubblicazioni   pervenute   in   cambio  ed   in   dono. 


Gli  Autori  as-suììiono  l'intera  respoìtsahilità  dei  loro  scritli. 


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Boll.  d.  Soc.  cHAcU.  ùi  A'a/^oà'  IbUÀT/ 


Tav./f 


Ld.  hicclniiurdi  r  rei /fin    f  aija 


BOLLETTINO 


DELLA 


SOCIETÀ  DI  NATUKALIST 


iiv  iViVF»or^i 


VOLUME  XXVI  (SERIE  II,  VOL.  VI) 

1913 


Coxx   S    ta-vol« 


{Puhblicafo  il  2fi  febbraio  1914) 


NAPOLI 

R.    STABILIMENTO  TIPOGRAFICO  FHANCRSCO  GIANNINI  «:  FIGLI 
Cisterna  dell'Olio 

1914 


IJVI3IOBD 


ATTI 

^MEMORIE    E    NOTE). 

Dklla  Valle  P.  —  La  differenziazione  dell'arto  anteriore  degli  A- 
nuri  neir  interno  della  cavità  peribranchiale.— Nota  pre- 
liminare        V^'^fl-       •'• 

(ìKREMiccA  M.  —  Le  pomacee  che  si  coltivavano  a  Napoli  nel  XVI 

secolo.  Noterelle  storiche ■       "  •> 

Gauthier  V.  —  Di  alcuni  fenomeni  vulcanici  del  bacino  d'Agnauo  .       »        3i 

(jaldieki  a.  —  Fiori,  insetti  e  fumarole.  Nota »        -J-' 

(JuTOLO  A.  —  Uomp  )sizione   chimica  del  Nespolo  del  Giappone  (-K- 

riobotrya  japonica) .       »        44 

Gargano  (J.  —  Dei  tumori    spontanei   nei  mammiferi.   Fibrornioma 

delle  cavità  nasali  nel  cavallo.  —  Tav.  1.         .         .         .       »        4-> 

Oerruti  a.  —  Di  un  semplice  metodo  per  lo  studio  del  sistema  cir- 

colarorio  negli  Anellidi.  Nota.  —  Tav.  2 »        <)4 

CuTOLO  A.  —  Contributo  a  l'analisi  del  pane.  Determinazione  delle 

ceneri »       *^!'' 

Marcucci  e.  —  Condizioni  che  determinano  la  capacità  rigenerativa 
delle  estremità  posteriori  nelle  larve  di  Anuri  alle  diverse 
epoche  di  sviluppo.  —  Nota  preliminare  .         .         .         .       >        87 

Vanni  G.  —  Sul    campo    elettrico    e    magnetico   di    un    oscillatore 

hertziano.  Nota .         .       »        b'J 

Della  Valle  P.  —  Come  si  può  impedire  la  rigenerazione  del  capo 

nelle  Planarie.— Nota  preliminare »        98 

MoRQERA  A.  —  A  proposito  della  funzione  della  glandola  digitale 
degli  Scyllium  e  di  quella  dell'appendice  vermiforme  dei 
Mammiferi »        99 

Della  ^'ALLE  P.  —  La  differenziazione  della  regione  endocavitaria 
e  la  determinazione  della  posizione  dello  spiracelo  nello 
sviluppo  delle  larve  decapitate  di  Anuri.— Nota  prelimi- 
nare      »      101 


RENDICONTI  DELLE  TORNATE 

(PROCESSI    VERBALI    E   COMUNICAZIONI). 

Processi  verbali  delle  tornate.  pag.  3-27 

Comunicazioni  verbali. 

Monticelli  Fr.  Sav.  —  Brevi  comunicazioni  sulle  Temnocefale  : 

1.  Temnocrphala  lutzi  n.  .sp »  7 

2.  Di  una  forma  teratologica  di   Tetnnocephaln 

fasciata  Haswkll »  7 

fìALDiERi  A.  --  L'origine  della  terra  rossa  (Sunto).     ...       *  9 

PiKR.-vNTnNi  IT.  —  Su  alcune  cocciniglie  raccolte  in  Tripolitania  .       »         11 

MoNTicELH  Fr.  Sav.— Per  una  possibile  naturalizzazione  di  Axo- 

lotl  nelle  nostre  acque  dolci »         13 

Dk  Rosa  F.  —  Di  una  nuova  stazione    di   Polysaccum   pinocar- 

piutn  Fr »15 

Monticelli  Fr.  Sav. — Ancora  sul  GongyliiH  ocpllatiis  W.agl.  nell'ex 

R.  Bo-sco  di  Portici »         17 

De  Rosa  F.  —  Un  buon  uso  della  Lavatera  arborea  L.     .         .       »         19 

CuTOLO  A.  —  Un  pezzo  di  carne  colorato  in  violetto  .        .       »         22 

Monticelli  Fr.  Sav.  -Di  una  cattura  di  Erysmatnra  leucoeephala 

Scop.  nel  napoletano  .  .         .         .         .         .       » 

Consiglio  direttivo  per  l'anno  1914 »         29 

Elenco  dei  socii  ............         31 

Elenco  delle  pubblicazioni  pervenute  in  cambio  ed  in  dono. 


Gli  Autori  as-wmono  l'infera  responsabilità  dei  loro  scritti. 


Per  quanto  concerne  la  parte  scientifica  ed  amministrativa  dirigersi  al 
SEGRETARIO  DELLA  SOCIETÀ 
Dr.  Prof.    Claudio   Gargano,  presso  la  sede  della  Società 
Ex  Collegio  Medico  a  S.  Aniello  a  Capo  Napoli 


Prezzo  del  presente  volume  L.  20,00. 


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